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Una mamma “incontra” la figlia morta grazie alla realtà virtuale

segnalato da Sandro Russo

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Alcuni temi non riguardano Ponza o la realtà strettamente locale, ma sono universali… Ci riguardano come esseri umani che vivono in un tempo denso di enormi possibilità e anche di insidie sconfinate (mai tante e per tutti come ora, nella storia dell’umanità).
Per questo motivo, quando sono attratto da una notizia particolarmente sconcertante tendo a parteciparla – come questa scoperta tra le pagine de la Repubblica on line – ai lettori del sito e a sollecitare le loro reazioni.
L’ho già commentata in privato, con alcuni amici, ma è un tema coinvolgente per molteplici aspetti, solo in parte affrontati nell’interessante articolo che segue. 

Una mamma “incontra” la figlia morta grazie alla realtà virtuale. L’esperienza in un documentario
“I met you”, “ti ho incontrato” il titolo del video in cui la donna interagisce con la bimba, scomparsa nel 2016. Un traguardo tecnologico importante, dalle implicazioni enormi
di Tiziano Toniutti da repubblicaonline – 08 febbraio 2020

L’aldilà, l’altro mondo, il luogo simbolico del dopo la morte, esiste. Forse non nella realtà, ma sicuramente oggi nella simulazione virtuale. Un universo ugualmente separato e distante rispetto all’immagine che ne esiste in tante culture, ma decisamente meno etereo e addirittura raggiungibile con un visore per la realtà virtuale e dei sensori da applicare sul corpo.

La storia è questa. Nel 2016 una donna sudcoreana, Jang, perde Nayeon, la figlia di sette anni in seguito a una malattia incurabile. Un addio doloroso come solo quelli che separano un genitore da un figlio può essere. E però tre anni dopo, la tecnologia non è più quella del 2016. La realtà virtuale si è evoluta, così come tutta l’infrastruttura hardware e software che compone il mondo digitale. E proprio attraverso la realtà virtuale la donna ha potuto “incontrare” la figlia, o meglio, una sua fedele riproduzione elettronica, in un mondo simulato appositamente realizzato per un documentario televisivo intitolato “I met you”, “ti ho incontrato”, dalla Munhwa Broadcasting.

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Nel documentario si vede qualcosa che non si è davvero mai vista prima. La mamma indossa un casco virtuale e dei sensori per le mani ed entra in un mondo digitale che riproduce un paesaggio di campagna, sereno, con prato e alberi. In cui all’improvviso appare la figlia, animata in 3D, un modello ricreato sulle immagini di Nayeon con i movimenti replicati catturando in digitale il moto di un bambino, come si fa al cinema e nei videogame.
E lì succede qualcosa di incredibile. Jang inizia a interagire con la figlia scomparsa, certo con tutti i limiti della realtà virtuale attuale, ma anche con tutte le opportunità che questa tecnologia oggi offre, ovvero ricreare in maniera molto fedele un ambiente e dei personaggi realistici. Accade un miracolo in “I met you”, la mamma può quasi toccare di nuovo le mani della piccola, vederla correre sul prato, fare capolino dagli alberi. Incontrarla di nuovo quando era ormai impossibile farlo ancora. E c’è addirittura un momento in cui il cielo cambia colore, ammantandosi di stelle virtuali, e mamma e figlia si siedono insieme per soffiare sulle candeline della torta di compleanno della bambina.

Mentre questo accade nel visore di Jang, con i parenti che possono osservare la prospettiva della donna da monitor esterni, le emozioni escono dal dominio del digitale. La commozione è impetuosa e profondamente umana in tutti e due i contesti, con la mamma che in quel momento cede evidentemente alla sospensione dell’incredulità e reagisce come se avesse davvero la bimba davanti. E con le persone subito all’esterno condividere quel moto emozionale, annullando il confine tra la simulazione e la vita reale. Tra palloncini, scivoli e altalene, la bimba elettronica consegna poi un fiore bianco, sempre virtuale, nelle mani virtuali della mamma. E lì ogni barriera cade definitivamente, ogni distinzione tra vero e immaginario si perde nella nuova realtà. Simulata certo, ma ormai oltre il verosimile: ora, incredibilmente, credibile. A separare di nuovo gli universi arriva il finale dell’esperienza. Nayeon si addormenta e vicino a lei appare una farfalla di luce, che inizia a volare intorno alla mamma. Per poi dissolversi lentamente e armoniosamente nell’aria, salendo verso il cielo.

Una parte del documentario è visibile online, con un montaggio appositamente realizzato per evidenziare lo stacco tra il mondo reale e quello virtuale. Si vede l’ambiente reale immerso nel “green screen”, lo schermo in cui poi la post-produzione proietterà il mondo virtuale così come visto da Jang. Ad osservarlo da fuori il papà, il fratello e la sorella di Nayeon – tra lacrime e un limpido coinvolgimento emotivo.  – Ho vissuto un momento felice, il sogno che ho sempre voluto vivere – ha poi dichiarato Jang, non trattenendo le parole: – Era come fosse il paradiso.
Certamente l’esperienza appare come un sollievo per l’anima, un riparo virtuale dal dolore. Per ora. Perché le implicazioni sono enormi, come in una puntata della serie TV “Black Mirror”, “Be right back”, in cui la memoria digitale serve anche a non farci morire mai.

Il processo di elaborazione della perdita è da sempre dominio della coscienza di ognuno. E ognuno è diverso. Così anche la realtà virtuale potrebbe diventare uno strumento di aiuto in questo senso, come del resto rappresentare una mistificazione della realtà comunemente accettata, in cui le persone lasciano in questo mondo solo un ricordo, che è il luogo più naturale in cui i defunti rivivono per chi resta. Ma la nostra realtà cambia ed evolve costantemente, assieme alla tecnologia, che ormai è quasi un’estensione scontata dell’esistenza umana. Non siamo distanti dal realizzare realtà sintetiche sempre più perfette, androidi sempre più umani, visori sempre più leggeri. Annullando sempre più il confine tra il qui ed ora e l’altrove, avvicinandoli in una nostra visione terrena e limitata, ma almeno tenendoli meno lontani.  Il progresso delle tecnologie potrà imparare da noi stessi a replicare i tratti del nostro carattere, dalle nostre foto e video a modellare degli avatar sempre più reali. E non passerà molto prima di poter avere esperienze del genere alla portata di tutti, controllate da un comune smartphone e da un visore virtuale economico. E per aprire la porta del paradiso basterà appoggiare il dito su uno schermo, senza nemmeno bussare.

6 commenti per Una mamma “incontra” la figlia morta grazie alla realtà virtuale

  • Enzo Di Fazio

    Ho visto il video e francamente non ho provato emozioni. Probabilmente perché consapevole di trovarmi di fronte ad un incontro costruito grazie alla realtà virtuale da cui riesco, di norma, ad essere sempre distaccato.
    Faccio, però, anche un’altra considerazione. La morte va elaborata e il tempo aiuta a farlo. Ognuno di noi ha un modo diverso di metabolizzare il dolore per la perdita di una persona cara. A volte la morte è accettata perché attesa, altre volte è sollecitata perché si vive in sofferenza, non lo è mai quando è immatura come nel caso riprodotto nel video.
    Posso immaginare quanta voglia abbia una madre di rivedere una giovane figlia persa senza che abbia vissuto la vita che per lei sognava. Ma non so quanto bene possa fare la possibilità di rivederla in una realtà virtuale.
    Il mio punto di vista è che ci si fa solo del male, ancor più di quello provocato dalla perdita, con il rischio di sprofondare in un’angoscia senza fine. Perché ad ogni ritorno dalla realtà virtuale bisogna fare i conti con la realtà reale

  • Patrizia Angelotti

    Non ho visto il video della mamma che incontra virtualmente la figlia morta e sinceramente non lo vorrei vedere.
    Penso da sempre che la perdita di un/a figlio/a sia il dolore più insopportabile, qualcosa ‘contro natura’, perché la ruota della vita vorrebbe che i figli seppellissero i genitori.
    Per questo riesco a comprendere forse il desiderio di una madre di poter ‘rivedere’ seppure virtualmente una figlia persa così precocemente, ma nello stesso tempo invece di muovere la mia partecipazione emotiva, le mie emozioni profonde, un simile evento mi paralizza fuori e dentro. Mi sento fredda, estranea, non so se più impaurita o perplessa.
    Condivido quanto scritto da Ezio Di Fazio.

  • Luisa Guarino

    Totalmente d’accordo con Enzo anche io. Il video l’ho visto ma mi ha lasciato tra l’indifferente e l’interdetto. Quelle mani vuote sono agghiaccianti, e infatti sono trasparenti. Per una madre perdere un figlio è un dolore insopportabile, incancellabile. Non so proprio come possa consolarsi con una “realtà” virtuale che poi lascia un vuoto ancora più profondo e angosciante. Il dolore come spettacolo fa sempre male, ma purtroppo è sempre più diffuso. E la realtà virtuale non fa che peggiorare le cose. In quanto ad aprire le porte del Paradiso… mi sembra tutta un’altra cosa. Chi ci crede vorrebbe aprirle per restarci. Anche quella mamma, insieme alla sua bambina.

  • Lorenza Del Tosto

    Salve ragazzi,
    i vostri commenti mi hanno messo una qual certa paura e mi sa che non lo vedo il video… che dite?

  • Luisa Guarino

    Secondo me è sempre meglio vedere: forse con i nostri commenti abbiamo esagerato? Comunque non c’è nulla di cui spaventarsi. Personalmente non avrei saputo resistere… Ma io guardo anche il festival di Sanremo.

  • Sandro Russo

    Si diceva in Epicrisi che le nuove tecnologie (come la realtà virtuale, appunto) possono avere applicazioni diverse. Questa notizia era sui giornali di ieri.

    Pisa
    In sala operatoria per la prima volta con la realtà aumentata
    In sala operatoria guidati dalla realtà aumentata. Per la prima volta al mondo un medico ha eseguito un intervento chirurgico indossando un visore in grado di mostrare, accanto agli elementi reali, anche oggetti virtuali (come l’arteria che pulsa o la linea dove eseguire il taglio) essenziali per dare informazioni in più sul paziente e sull’operazione.
    È accaduto al Policlinico Sant’Orsola di Bologna grazie all’impiego di “Vostars” (Video-optical see-through augmented reality system), un dispositivo all’avanguardia messo a punto da un team europeo formato da scienziati di quattro Paesi e coordinato dall’Università di Pisa.

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