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Il Giorno della Memoria e il Giorno del Ricordo

a cura della Redazione

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Forse qualcuno può aver avuto delle perplessità per le celebrazioni – in date anche abbastanza vicine – del Giorno della Memoria dell’Olocausto, il 27 gennaio e del Giorno del Ricordo delle Foibe, oggi 10 febbraio. In proposito abbiamo già pubblicato oggi l’intervento del Presidente della Repubblica Mattarella, mentre le manifestazioni a Latina e provincia sono estesamente riportate nella Rassegna Stampa odierna, su questo sito.
Sono entrambi temi molto dolorosi e coinvolgenti, frequentemente sottoposti a strumentalizzazioni di parte; ma anche tragedie molto diverse tra loro dove i soli momenti finali sono comuni: le sofferenze indicibili e la morte di milioni di innocenti.
Questo articolo vuole essere un ulteriore contributo di chiarezza.

Il Giorno della Memoria è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 gennaio di ogni anno come giornata per commemorare le vittime dell’Olocausto. È stato così designato dalla risoluzione 60/7 dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite del 1º novembre 2005, durante la 42ª riunione plenaria.
Si è stabilito di celebrare il Giorno della Memoria ogni 27 gennaio perché in quel giorno del 1945 le truppe dell’Armata Rossa, impegnate nell’offensiva Vistola-Oder in direzione della Germania, liberarono il campo di concentramento di Auschwitz (da Wikipedia).

Il Giorno del Ricordo è una solennità civile nazionale italiana, celebrata il 10 febbraio di ogni anno. Istituita con la legge 30 marzo 2004 n. 92, vuole «conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale»
(…)
“I massacri delle foibe (in sloveno pokoli fojbe, in croato masakri fojbe, in serbo: mасакри фоjбе masakri fojbe) sono stati degli eccidi ai danni di militari e civili, in larga prevalenza italiani autoctoni della Venezia Giulia, del Quarnaro e della Dalmazia, avvenuti durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato secondo dopoguerra, da parte dei partigiani jugoslavi e dell’OZNA (la polizia politica di Tito – NdR). Il nome deriva dai grandi inghiottitoi carsici, che nella Venezia Giulia sono chiamati “foibe”, dove furono gettati molti dei corpi delle vittime.
(…) “Tra i caduti figurano non solo personalità legate al Partito Nazionale Fascista, ma anche ufficiali, funzionari e dipendenti pubblici, insegnanti, impiegati bancari, sacerdoti, parte dell’alta dirigenza italiana contraria sia al comunismo, sia al fascismo, tra cui compaiono esponenti di organizzazioni partigiane o antifasciste, autonomisti fiumani seguaci di Riccardo Zanella, collaboratori e nazionalisti radicali e semplici cittadini.

Rosanna Conte nella sua epicrisi di ieri 9 febbraio  ha scritto:
“La Shoah è stata la pianificazione, da parte di uno stato, della distruzione di milioni di persone determinata dalla loro appartenenza etnica, contrabbandata come “razza”, e realizzata mediante l’azione quotidiana di persone che si astenevano dal dare un giudizio morale su quanto facevano.
La tragedia delle foibe è cosa ben diversa in quanto determinata molto dal ribellismo spontaneo della popolazione con cui s’intrecciarono reazioni di guerra e azioni sommarie, all’interno di una lotta, anche partigiana, in cui la nazionalità coincideva con l’ideologia.
La strumentalizzazione politica, specie nei momenti in cui si è fatto leva sul nazionalismo, come accade oggi, tende sempre a prevaricare la ricerca storica (…)”.

Ancora di Rosanna Conte sono queste ultime note:
Sulla Shoah si è abbattuto il negazionismo delle destre estreme fomentate da politici senza scrupoli che cavalcano tutto quanto sia roboante e spinga individui abbandonati a loro stessi ad urlare contro per aggrapparsi a un appiglio che non li faccia sentire gli ultimi della terra.
È grave che i media non rilevino la confusione nell’uso del termine negazionismo, che la destra oggi appiccica ad una tragedia che nessuno, dico nessuno, nega. Il problema di base che lascia molta incomprensione in giro è che non si vanno a leggere gli scritti degli storici, ma quelli dei giornalisti.

Nessuno storico ha mai minimizzato la portata della tragedia delle foibe che sono state studiate a livello locale già nell’immediato dopoguerra, ma sono rimaste nello stretto spazio culturale del confine giuliano per lunghi anni perché la politica italiana, tutta, non aveva interesse a condividerla a livello nazionale. E con “tutta” si intende tutto l’establishement politico della prima repubblica, dal Movimento Sociale Italiano ai cui principi è strettamente legato l’attuale partito di Fratelli d’Italia, alla Dc, al PSI ed anche al PCI.
Bisognerà aspettare i cambiamenti internazionali con il crollo della ex Jugoslavia per dare spazio a ricerche più ampie che inizieranno ad essere incisive e significative sull’onda della caduta di quella micidiale combinazione di rimozioni reciproche e selettive, spesso accompagnata da un uso politico della storia giuliana, come scrive Raoul Pupo, uno storico che studia il fenomeno da circa 30 anni, che era stata in piedi fino ad allora.

Il problema di fondo è proprio questo: l’uso che la politica fa della storia. Niente vi è di più scorretto, ma anche niente vi è di più facile, specie se i cittadini non sanno e non vogliono nemmeno fare lo sforzo di conoscere.
Il racconto storico va sempre contestualizzato correttamente, e non sempre i divulgatori lo fanno. Da qui la grande confusione di giudizi che c’è sotto il cielo.

 

Appendice dell’11 febbr. h 22
Sandro Russo segnala il commento di Michele Serra su la Repubblica

Pulizie etniche
da L’amaca di Michele Serrala Repubblica del 10 febbraio 2020

Le uccisioni, la persecuzione e il conseguente esodo degli italiani di Istria e Dalmazia, che nel Dopoguerra dovettero abbandonare senza colpa le loro case, i loro luoghi, le loro radici, sono una tragedia umana e un crimine politico che solo l’idiozia di qualche ultrà può negare o ridicolizzare. Ma raccontare i fatti, imputabili allo spirito di vendetta del comunismo titino, tacendo l’antefatto, come è accaduto in molte delle faziose, rozze commemorazioni di queste ore, significa fare torto grave alla verità e alla storia.

L’antefatto è la scellerata opera di “nazionalizzazione” fascista di quelle terre di confine. È la riforma Gentile che vieta di insegnare lo sloveno nelle scuole (con bambini in maggioranza sloveni). È Mussolini che a Pola, nel 1920, definisce gli slavi “una popolazione primitiva, senza storia, senza cultura e senza lingua”. È il razzismo esplicito (proclamato, scritto, urlato) del fascismo, che pretese di “ripulire” quei luoghi, da sempre di confine e da sempre multietnici, dalla loro componente cosiddetta “allogena”: gli slavi, la loro lingua, la loro identità. Erano padroni a casa loro, fino a che arrivarono le camicie nere a “italianizzarli”: proprio come tentarono, senza riuscirci, in Alto Adige.

Libri, memoria, fonti storiche abbondano. Non serve brandirle come un’arma politica in favore di questa o quella tesi: basterebbe leggerle per capire che la tragedia delle foibe è l’esito orribile di una altrettanto orribile storia di sopraffazioni “etniche” e nazionalismi criminali. Un Paese sereno non avrebbe alcun problema a celebrare a bassa voce, e unito, quel lutto. Non siamo un Paese sereno.

 

1 commento per Il Giorno della Memoria e il Giorno del Ricordo

  • Sandro Russo segnala il commento di Michele Serra su la Repubblica

    Pulizie etniche
    da L’amaca di Michele Serra – la Repubblica del 10 febbraio 2020

    Le uccisioni, la persecuzione e il conseguente esodo degli italiani di Istria e Dalmazia, che nel Dopoguerra dovettero abbandonare senza colpa le loro case, i loro luoghi, le loro radici, sono una tragedia umana e un crimine politico che solo l’idiozia di qualche ultrà può negare o ridicolizzare. Ma raccontare i fatti, imputabili allo spirito di vendetta del comunismo titino, tacendo l’antefatto, come è accaduto in molte delle faziose, rozze commemorazioni di queste ore, significa fare torto grave alla verità e alla storia.

    L’antefatto è la scellerata opera di “nazionalizzazione” fascista di quelle terre di confine. È la riforma Gentile che vieta di insegnare lo sloveno nelle scuole (con bambini in maggioranza sloveni). È Mussolini che a Pola, nel 1920, definisce gli slavi “una popolazione primitiva, senza storia, senza cultura e senza lingua”. È il razzismo esplicito (proclamato, scritto, urlato) del fascismo, che pretese di “ripulire” quei luoghi, da sempre di confine e da sempre multietnici, dalla loro componente cosiddetta “allogena”: gli slavi, la loro lingua, la loro identità. Erano padroni a casa loro, fino a che arrivarono le camicie nere a “italianizzarli”: proprio come tentarono, senza riuscirci, in Alto Adige.

    Libri, memoria, fonti storiche abbondano. Non serve brandirle come un’arma politica in favore di questa o quella tesi: basterebbe leggerle per capire che la tragedia delle foibe è l’esito orribile di una altrettanto orribile storia di sopraffazioni “etniche” e nazionalismi criminali. Un Paese sereno non avrebbe alcun problema a celebrare a bassa voce, e unito, quel lutto. Non siamo un Paese sereno.

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