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Per la piccola zia. Racconto breve

di Sandro Russo

 .

Questo è un raccontino di più di quindici anni fa. Fu scritto sotto le Feste di Natale e sottoposto alla diretta interessata. Ricordo che glielo lessi e poi le lasciai il dattiloscritto per qualche giorno. Quando andai a riprenderlo, le chiesi: – Ma t’è piaciute?
Non rispose, mi fece uno dei suoi rari sorrisi e disse:
Eeeh… scrive tu!

’U micròn 

Le vecchie zie stavano in una casa in alto, sopra al porto; entrambe ‘signorine’ nell’animo, anche se la più anziana di loro era stata sposata per alcuni anni, prima di restare di nuovo e definitivamente da sola. Si erano messe a vivere insieme, le due sorelle, per antica consuetudine, ma la più giovane delle due coltivava una sua gelosa autonomia ed aveva sempre voluto mantenere una casa propria. Viveva di fatto con la sorella rimasta vedova – nella casa del marito di lei – per una sorta di carità cristiana; almeno così la intendeva lei.

In effetti non potevano essere più diverse. Un po’ svanita e con la testa tra le nuvole, la maggiore, che negli ultimi anni non usciva quasi più; ma per il resto geniale nelle arti domestiche, dalla cucina, ai dolci, ai ricami. Queste sue capacità erano riconosciute da tutti: aveva sempre generosamente insegnato a chiunque glielo avesse chiesto e regalato a piene mani. Quelli che aveva conservato, dei suoi lavori giovanili, erano veri pezzi da museo, accurati e complessi, eseguiti con le tecniche più diverse: chiacchierino, tombolo, macramè. Li teneva in una cassa vicino al letto e li mostrava con orgoglio a qualunque ospite fosse appena interessato; magari anche più di una volta, perché stava perdendo la memoria per i fatti recenti. Ma quando lavorava non dimenticava una maglia né un punto particolarmente difficile, così come non aveva bisogno di consultare le ricette, per ricordare le dosi di un dolce.

La minore delle sorelle (classe 1924) era pratica e attiva. Devotissima, aveva dedicato la vita alla maniacale osservanza di un cattolicesimo vecchia maniera. Seguiva tutte le funzioni religiose e ogni mattina non mancava mai alla messa delle 7, estate e inverno, qualunque tempo facesse. Di fatto, nello strano mènage familiare che si era stabilito tra le due sorelle, era lei che faceva tutto in casa, dalla spesa alle piccole faccende domestiche…

Il forno a microonde – chiamato fin dall’inizio ’u micròn – lo avevano avuto in regalo dai nipoti – bianco e lucido, pieno di pulsanti e spie luminose – e avevano cominciato ad usarlo più per fare piacere a loro che per reale bisogno: giusto scongelare qualcosa ogni tanto, o scaldare il latte direttamente nel bicchiere. In questo caso, malgrado le istruzioni dettagliate che avevano ricevuto – regolare il tempo, regolare la potenza, premere start – spingevano i pulsanti a casaccio, fino a che il piatto non cominciava a girare. Ma la maggior parte del tempo ’u micròn era tristemente inattivo, con la spina staccata, a funzionare da semplice piano d’appoggio per ninnoli e centrini.

Quando la minore delle zie è restata sola, ha trasferito anche ’u micròn nelle sue due stanze in affitto, con una bella vista sul Porto e in mancanza di una vera cucina l’ha sistemato nella sala da pranzo, sul piano di una credenza in fòrmica, vicino al televisore.

Forse per contiguità, forse perché collegato alla stessa presa elettrica, anche il microonde, insieme al televisore è stato investito dalla potente scarica elettrica di un fulmine, durante un temporale che ha messo fuori uso la maggior parte degli apparecchi elettrici della zona del porto, all’inizio di un autunno particolarmente turbolento.

La zia si é subito preoccupata del televisore, la sua unica compagnia: prima ha provato a farlo aggiustare, poi, quando dopo una lunga attesa le hanno detto che non le sarebbe convenuto, si è fatta aiutare dai nipoti per comprarne uno nuovo.

Del danno a ‘u’ micròn ’ si è accorta solo qualche tempo dopo, e ha chiesto ad un altro dei nipoti – elettrotecnico di professione – se gli dava un’occhiata.
’A zi’.. – le ha detto lui, dopo aver smontato il pannello posteriore – ccà s’adda cagna’ l’avvolgimento… è ’na bella spesa..
No no… pe’ carità.. Ma pecché nu’ funziona? Chille ’u piatt’ gira..!
’A zi’… ma chille ggira sul’ ’u piatt’, e s’appicci’a luce.. Ma tutt’u’ rieste, nun funzion’..!
Ah… accussì ié.. – ha fatto la zia – Ma… È pericoloso?
E no! ..e ch’adda esse pericoloso… ‘cca all’onne elettromagnetiche nun se formane proprio…
– Ah.. vabbuo’. Allora m’u tengh’ accussì.
Il nipote è rimasto appena un po’ perplesso, ma non ha chiesto altro: la zia ha un discreto ‘caratterino’ ed é meglio non contraddirla. Per quanto lo riguardava, la sua consulenza era terminata. Ha riavvitato il pannello posteriore e ha rimesso ’u micròn nello stesso posto dove l’aveva trovato.

Le feste stanno arrivando, con il loro seguito di piccoli e grandi impegni, riunioni di famiglia e un carico ancora maggiore di solitudine, per chi già è solo.
Per la zia significano una maggiore presenza alle attività parrocchiali, le domeniche dell’Avvento, gli addobbi in chiesa… Arriva a sera “stanca ma felice”, perché la giornata è stata in qualche modo impiegata.
La sera dopo l’ultima funzione non si ferma mai a parlare con le altre fedeli della parrocchia, ma si avvia con passo leggero e veloce alla volta di casa.

La zia va alla novena serale tutte le sere, nelle settimane dell’Avvento.
La notte di Natale la sua presenza in chiesa è stata quasi ininterrotta, tante sono le cose da preparare: in sacrestìa, sull’altare e tra i banchi. Ma tutto si conclude con la ‘funzione’ di mezzanotte. Sono venuti in tanti, alla Messa solenne, sfidando il vento freddo e la pioggia sottile ma insistente.

La piccola zia esce dalla chiesa dopo tutti gli altri, quando già la strada è deserta. Apre l’ombrello e si guarda intorno, nella notte lattiginosa illuminata dai grossi fanali del porto. Ora che tutte le devozioni sono state compiute, tutte le mani strette e gli auguri fatti e ricevuti, si sente inspiegabilmente sola e svuotata.

Nel suo mondo di vecchia bambina tacciono le voci che di solito vengono a farle compagnia, quando è sola come adesso.
Tace la vecchia madre, dalla voce chioccia e petulante, che ha assistito con devozione e carità cristiana per tutti gli anni della sua lunga vecchiaia; le voci della numerosa famiglia che si è portata nel cuore, i fratelli e le sorelle nel loro aspetto di allora, quand’erano giovani e tutto doveva ancora accadere; il papà amato, burbero e dal cuore tenero. Anche la voce della sorella maggiore ora tace, come se all’improvviso non avesse più bisogno di niente. Ecco. Tutti l’hanno lasciata sola adesso, senza più niente da fare: proprio lei, che tutti aveva aiutato, senza mai lamentarsi.

Ora rallenta un po’ il passo e dà un’ultima occhiata alle luci del porto che tengono a bada lo scuro del mare, prima di entrare sotto l’arco e salire la breve scalinata che la porterà a casa.
Percorre il vicolo lucido di pioggia che l’ultima arrivata – una signora ‘forestiera’ troppo ricca – ha ulteriormente ristretto con grandi vasi di coccio.
Si guarda intorno ancora una volta, prima di aprire le due porte – quella leggera più esterna, con la rete metallica e quella interna a vetri – ed entrare in casa.
Sente un’ansia senza nome e un vuoto che non riesce a colmare…
Attiva ’u micròn e rimane un bel po’ a guardarlo.
Poi, senza accendere altre luci si prepara per la notte. Va nel bagno, si spoglia e mette la camicia lunga e le scarpette da notte di lana. Si toglie gli occhiali e si corica… Per fortuna è sempre riuscita a prendere sonno senza problemi.

Sul piatto di vetro coperto di muschio girano tutti insieme sotto la luce – la folla dei pastori, il bue e l’asinello col Bambino nella mangiatoia, San Giuseppe e la Madonna – e anche i sogni da bambina della piccola zia che dorme sul letto lì a fianco.

2 commenti per Per la piccola zia. Racconto breve

  • Patrizia Angelotti

    Ciao Sandro, ho letto il tuo racconto, tenero, affettuoso, in punta di piedi (o di dita?).
    Anch’io avevo una piccola zia che è vissuta con la mia famiglia di origine finché siamo cresciuti noi figli occupandosi di tutti noi, della casa, della cucina… Ancora adesso vado ricercando nella memoria le sue ricette e mi dispiaccio quando non riesco a ricreare qualcosa di simile a un suo piatto che amavo in particolare.
    Grazie,
    patrizia a.

  • Gianni Paglieri

    Carissimo Sandro
    Nel tuo scritto c’è la poesia di una vita serena che si conclude nell’abbraccio con un Dio infinitamente misericordioso. E ora la zia sta amorevolmente “conversando” con questo Dio che l’ha aiutata a non soffrire nel passaggio che porta a Lui e che nessuno di noi può sapere come sarà. A volte penso che il vero coraggio sia l’abbandonarsi con fiducia a Dio pregandolo di darci il coraggio di sopportare quanto ci toccherà. La tua zia ha avuto coraggio, Dio l’ha presa per mano.
    Leggo molte delle cose che riempiono il sito ma in questo tuo scritto ho colto qualcosa che mi fa bene.

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