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Epicrisi 262. Letargo ponzese

di Alessandro Romano

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Quella della sonnolenta invernata isolana è una storia antica che esiste da quando furono inventati i ponzesi. Con le prime piogge ed i primi freddi tutto rallenta: la vita quotidiana, le abitudini, le attività, ma anche e soprattutto i cervelli. Come per difendersi dalla “cattiva stagione”, si cade in un torpore quasi catalettico, simile a quello degli orsi. Quando si aprono gli occhi e si pronuncia qualche parola, quelle poche volte che ciò accade, lo si fa solo per parlare di caccia, di pesca o di malattie, quelle brutte. Uno stallo culturale impenetrabile che nemmeno la prospettiva dei prossimi guadagni estivi riesce a scuotere.
In questo contesto, dove tutto è rinviato ad un domani non meglio definito e il tutto appare inesorabilmente paralizzato, c’è chi, non isolano, incalza con manifesta cattiveria quanti gli capitano a tiro, lanciando strali ed invettive soprattutto contro coloro che, indolentemente, intanto dormono tranquilli il loro sonno invernale in attesa di tempi migliori e che il tempo migliori. Potrebbe sembrare inverosimile, eppure in inverno si vive veramente un’altra isola soprattutto dal punto di vista dei rapporti umani: un mondo alieno diversamente astratto dove persino gli annosi problemi assumono un altro aspetto, un altro peso e un’altra dimensione temporale.
Penso che più di un psichiatra ci vorrebbe un buon antropologo, possibilmente straniero (non svizzero), per capire le esatte ragioni di questo singolare dualismo caratteriale, questa patologica schizofrenia comportamentale tra estate ed inverno che non consente alcuna progettualità e lascia ogni iniziativa politica e sociale al capopopolo di turno. Soggetto che, sveglio in inverno per esigenze di scuderia, giunta l’estate, nonostante i buoni propositi ed i demagogici scuotimenti politici durante l’altrui letargo, da isolano qual è, tragicamente e puntualmente sparisce anche lui tra le fauci del …mo’ però, tenimm’ ’a fatica’”. E la storia continua.

Fa sempre piacere iniziare la settimana con un compleanno, un altro bel compleanno di una centenaria figlia della nostra amata Terra isolana. Sono i 100 anni di Stella Iodice. Auguri.

Questa volta il grido di dolore ci arriva da Ischia, terra dei nostri padri colonizzatori, dove il terremoto del 21 agosto 2017 ha lasciato segni ancora ben visibili non solo sulle abitazioni degli isolani, ma anche nelle strutture scolastiche.

Purtroppo ci arriva la notizia della prima sconfitta della nostra squadra Bull Basket Ponza. Nessuna tragedia ragazze, perché perdere una battaglia non significa aver perso la guerra. Anche se al bar, il saggio di turno, fa una triste e poco edificante connessione scaramantica tra ’u pallone schiattate e i pallune schiattate. Forza ragazze!

Nella sua Canzone per la domenica Silverio Guarino cita un gruppo di Latina “I Monaci” che io ricordo e dove, oltre a lui, c’era Mariano, mio vicino di casa. Bei tempi.

La teoria dei sorrisi è scientificamente provata, quindi è vera. Però credo che a Ponza ci sia poca volontà di sorridere più per motivi scaramantici che di vera tristezza. Come dire che il lamentasi ed il farsi vedere poco allegro alluntana ’u mal’uocchie”.

Tano Pirrone ci parla di un libro d’arte di Renato Camilleri che descrive uno dei capolavori di Renato Guttuso La Vucciria e, come spesso accade, lo stesso testo descrittivo diventa un componimento artistico tutto da gustare e da apprezzare.

La struggente descrizione di “una mamma” alla fine della sua vita che Francesco De Luca ci fa nei suoi racconti brevi a puntate. Aveva 80 anni, è autenticamente attuale. Senza voler fare del campanilismo fuori luogo, le nostre mamme isolane, sia di estrazione che di adozione, hanno il dono della comunicazione a distanza, quella capacità di sentire i loro “pezzi di cuore”, i figli, ovunque essi siano e di trasmettere e ricevere sentimenti solo con gli occhi o, addirittura con la mente, che nemmeno le parole sono in grado di interpretare.

Silverio Lamonica, parlandoci dell’Open Day dell’Istituto Tecnico Turistico, ci ricorda quella che è stata una delle decisioni più sagge adottate negli ultimi 20 anni a Ponza. Formare i giovani per il turismo che è, oramai, l’economia portante per la nostra comunità, è un investimento obbligato più che facoltativo.

Rosanna Conte ricorda il trigesimo della scomparsa di zia Adele, quella signora distinta, elegante ed affabile della quale, io bambino, ero affascinato per la considerazione che dava al mio saluto nei suoi riguardi. Un giorno, passando nei pressi del portoncino di casa sua, mi fece la tipica domanda ponzese: – Ma tu a chi appartieni? E da allora, in risposta al mio saluto, sempre estremamente cordiale, puntualmente aggiungeva: “Buongiorno a te e tanti saluti a mamma”. Da quel momento, quella bella e gentile signora, era diventata zia un poco anche a me.

Francesco De Luca affronta (direi riaffronta) con il suo Controcanto problematiche che arrivano da lontano e che, oramai, visto il tempo trascorso sono in gran parte incancrenite e diventate irreversibili, cioè hanno raggiunto quel punto di non ritorno per il quale non sono più possibili cure, ma solo interventi radicali. Fermo restando che i problemi del continente vengono amplificati dall’isolamento, resta il fatto che, effettivamente, sono mancate efficaci politiche per l’Isola. Franco, nel suo articolo, individua nella “politica interna” la soluzione dei mali. Sicuramente questo è essenziale, ma mi perdonerà se aggiungo che non è sufficiente. Per buona che essa sia, nessuna politica interna è efficace se prima il ponzese non attiva nella sua testa e, quindi, nei suoi comportamenti una vera e propria rivoluzione culturale, dove il dare alla comunità viene anteposto ai propri interessi.

Il quotidiano la Repubblica del 17 gennaio riporta una bellissima intervista al libraio di Ventotene Fabio Masi. Ottimo quadro, ma, a mio avviso, dall’articolo non emerge chiaramente un fattore importantissimo: quella libreria è diventata il vero centro culturale dell’isola. Io che frequento Ventotene almeno quanto Ponza, spesso mi sono trovato presente durante interessanti dibattiti su libri, argomenti storici e di attualità organizzati nello spazio antistante la libreria, in un contesto di cordiale disponibilità al dialogo ed all’ascolto che in città è molto difficile trovare.

L’amico Sandro Russo – a parte le nottate dedicate alla gestione del nostro sito e le giornate passate a curare la sua piantagione di kiwi – ha poco da fare se per impegnare il suo tempo libero si va a cercare pure i film che non gli piacciono. Infatti, secondo lui, di un film, anche se brutto, come il maiale non si butta nulla. Come disse il giovane saggio ponzese: Stamm’a pposte!

Chiudiamo questa 262esima edizione epicritica, con una notizia che ci giunge dalla lontana New York ed esattamente dal quartiere per eccellenza dei ponzesi trapiantati: il Bronx. Riguarda la demolizione della Chiesa di Nostra Signora della Pietà, un edificio religioso con annesse strutture socio-ricreative, dove, per molti decenni, sono state curate le anime dei nostri paesani emigrati.

La distruzione dell’edificio di culto è stato il tragico epilogo di una lenta agonia dovuta in gran parte all’abbandono dei fedeli generato dal graduale spostamento dei ponzesi in altri quartieri, cui ha contribuito anche l’allontanamento delle nuove generazioni dalle tradizioni culturali e di fede dei nonni e bisnonni.

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