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Non si (sor)ride più…

di Silverio Guarino

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Non si smette mai di conoscere meglio l’animo umano, cosicché, partecipando ad un seminario sul tema “La pandemia dei disturbi del neurosviluppo”, vengo a sapere che: “Il neonato ride 300 (trecento) volte al giorno, mentre l’adulto solo 30 (trenta)”.

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L’argomentazione che sgomenta è che, mentre nel neonato il riso è sempre espressione della sua gioia vuoi per una carezza, per un sorriso, per una canzoncina, per un cibo, nell’adulto il riso si concentra in queste sole tre espressioni: si ride per nervosismo, in risposta ad una situazione di ilarità (per una battuta, situazione, barzelletta) o per deridere qualcuno o qualcosa.
Mai più per esprimere gioia, sentimento sempre più raro e in via di estinzione.

Mi sono chiesto perché non ridiamo più.
Forse perché siamo ancora vittime di quel: “Risus abundat in ore stultorum” (*), che i nostri avi ci avevano tramandato.
Forse perché ci siamo sempre chiesti perché la iena era “ridens”, e chissà cosa avesse da ridere se “… si nutriva di carcasse di animali morti, usciva con il buio o si accoppiava solo una volta all’anno”.
Oppure perché siamo abituati a dire: “Cos’hai da ridere?”, quasi che ridere sia espressione di superficialità o di maleducazione.
Eppure, quando è necessario lasciare una foto in eredità ai posteri (dal più banale selfie alla più impegnativa foto di gruppo), ecco che ci troviamo tutti con quel cheese in bocca, formaggio inglese che ha spesso il sapore della falsità e della ipocrisia.

Ecco, mancava il quarto motivo del riso nell’adulto: l’ipocrisia e la falsità.
E allora, quel “mai ’na gioia” che compare spesso in giro sui “social”, potremmo tradurlo in “mai un sorriso”.

A Massimo Troisi viene attribuita questa frase: “Chi sa ridere è padrone del mondo”.
Ma non lo sa.

Nota
(*)
– “Il riso abbonda sulla bocca degli sciocchi