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Truva’ ‘a pezza a culore

di Francesco De Luca

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Zi’ Pascale ncopp’ ’a Ponta alzava lo sguardo al cielo nei giorni cupi, quando l’aria era sospesa e l’isola accusava appieno l’indeterminatezza degli agenti atmosferici. Lo attirava lo scorrere rapido delle nubi, da Zannone verso Chiaiadiluna, in un percorso apparentemente accidentato perché si sfrangiavano le code, e nell’urto effimero con altre masse bianche, si scomponevano, moltiplicandosi in forme strambe. “E’ ‘nu tiempo ca nun sape addo’ mette ’a prota”. E il mare, nell’indecisione del vento, era calmo. Plumbeo come il cielo ma calmo.

Zi’ Pascale non avanzava previsioni da quelle visioni ma limava la sua prudenza. Diventava più accorto perché non riusciva a trarre segnali certi. Pure i gabbiani contribuivano a caricare d’ attesa la giornata. Nessun volo e nessun gracidìo.

La  vita si prendeva così come veniva, nessuna previsione condizionava le decisioni. Non come oggi che non si prospetta un’eventualità senza agganciarsi ad una previsione atmosferica.  Che tiranneggia la volontà e la rende vuota perché è assoggettata ai capricci del vento che dovrebbe, secondo il meteo, portare acqua da le ore dieci e per tutto il giorno. E così ci si dispone all’acquazzone, non si esce da casa, e si attende che quanto detto si avveri.

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L’attesa inattiva fiacca la determinazione, affievolisce la motivazione dell’azione. Per gli isolani, per i quali gli agenti atmosferici sono predominanti perché la convivenza non è ancora riuscita a creare né luoghi né costumi culturali in grado di opporsi ad essi, gli isolani si sentono alle dipendenze. L’inverno poi moltiplica questa dipendenza, appiattisce l’isolano sulla condizione individuale e la coralità sociale non riesce ad arginare questo senso di impotenza, di provvisorietà, di inconsistenza.

Impotenza, provvisorietà, inconsistenza: sono tratti evidenti per le strade e le stradine del paese.

Appesantiti dai giacconi invernali gli isolani cercano rifugio. Il supermercato è uno di questi, un altro è il tempio religioso, un altro è il bar all’ormeggio del postale. Si animano in tempi diversi, per necessità diverse.

Eppure una sentita e spontanea spinta alla socialità è presente nel corpo sociale. Lo si è visto nella mattina dell’otto dicembre. Una folla di uomini da Le Forna, da Santa Maria, dalle varie contrade dell’isola, aggregati per esternare ciascuno un suo sentimento (nostalgico, generazionale, religioso), ma tutti a testimoniare il bisogno di stare insieme, a stretto contatto.

Le forze istituzionali (Chiesa e Stato) dovrebbero essere sensibili a questi segnali, per incanalarne le potenzialità.

In epoche passate la Chiesa affratellava con i canti, e ancora se ne godono le positività; i partiti politici animavano incontri nelle segreterie. Ed è da tempo che si auspicò la creazione di una sala polifunzionale  per dare spazio all’espressività giovanile.

Si è rimasti refrattari, purtroppo, agli appelli per potenziare lo spirito sociale. E siamo ancora, ogni anno, quando lo spopolamento  evidenzia la solitudine, ad inveire, a lamentarci. Verso fantomatici, aleatori poteri istituzionali. Mentre dovremmo prendere coscienza della nostra incapacità a migliorare la nostra vita. E dall’evidenza delle nostre deficienze tentare di sollevarci e truva’ ‘a pezza a culore.