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Una canzone per la domenica (74). Mi sono innamorato di Sophia

di Tano Pirrone

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Per amore di un amico ho dovuto recitare in pubblico il testo di una canzone napoletana. Ora, io sono siciliano da quando, due millenni e più di mezzo, addietro, un mio nonno emigrante partì dalle rive delle Grecia e sbarcò nella Trinacria d’oro, ricca a dismisura di ogni ben di dio e libera e felice di essere posseduta da mani operose ed aratri inesorabili.
Quarant’anni di Roma poco hanno inciso sulla mia cadenza siciliana e le rade letture napoletane poco o niente potevano contribuire ad avvicinare il mio parlare alla lingua fioritissima di Eduardo e di Murolo. Inoltre, estrema cattiveria, impunita malvagità, prima di me recita in un napoletano antico, strascicato, bisturi d’anima, un vecchio coetaneo, attore, finissimo dicitore, auriga per ascolti inenarrabilmente coinvolgenti.
Nulla avendo da perdere mi sono buttato – non, come meritavo, sotto la funicolare che passa a poche decine di metri dal Teatro Diana, lì dove avveniva il mio scempio,– ma nella suicida lettura.
I consigli dei miei amici napoletani (raddoppi delle iniziali per il plurale di pizza… ‘e pppizze! ) ed altri sotterfugi furono messi in pratica e sotto il caldo manto di una benfattissima collaboratrice di Erato, Melpomene e Talia, lessi e riscossi la simpatia e la benevolenza dei saggi rappresentanti di un popolo che non lascia mai nessuno indietro, neanche un transfuga blaterante in lingue improprie.

Il testo – abbiate pietà per i termini che uso, ma tengo famiglia – il testo che lessi, al mio meglio (e al loro peggio) è quello che il divino Murolo scrisse per la canzone composta per Sophia, Sophia Loren, che sotto la guida di Vittorio De Sica è la procace pizzaiola, moglie di Giacomo Furia, nell’indimenticato film a episodi “L’oro di Napoli” tratto dalla omonima raccolta di racconti di Giuseppe Marotta, adattati da Cesare Zavattini, e girato nel 1954.

Qui il trailer del film, anche con qualche scena dell’episodio citato:

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Sophia aveva vent’anni ed il Vesuvio, se mi si consente, le faceva un baffo: bella, maliziosa, tutta curve, tornanti, abbondanze inusitate. Sophia è la bella pizzaiola puteolana che fa le pizze a credito nel rione Materdei. Lei è miele degli Iblei per tutti i maschi del quartiere ed il marito è – giustamente – gelosissimo. Nonostante la marcatura strettissima, Sophia ha un amante segreto, segretissimo, ma una distrazione sta per rendere nota la tresca. Infine Rosario, il marito sarà sempre più convinto del tradimento della moglie, la quale però potrà andare in giro a testa alta per la sua inattaccabile onestà.

La canzone di cui scriviamo non fa parte del film ma, scritta e composta da Roberto Murolo (è lui che la canta nel video), fu portata, poco tempo dopo alla notorietà e al successo da Beniamino Maggio.

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Mi chiamo Pasqualino Lasottana,
e sono innamorato di Sophia,
la bella pizzaiola puteolana
ma quest’amore è solo fantasia,
m’a sonno e dint’o suonno me credite
allucco: vend’ ‘e pizze, favorite!
Ah Sophia Sophia,
o me sento d’asci’ pazzo
quando penso alle tue pizze
più non posso riposar.
Ah Sophia Sophia,
ma che suonno me facesse
‘ncopp’e ‘ppizze m’addurmesse
e nun me scetasse ’cchiù!

Ora basta, però! Chi vuole capirci di più, e meglio, deve leggere il libro delizioso e farcito di notizie e di ricordi del mio caro amico Renato Ribaud “Non c’è Pizza senza Napoli” (Adriano Gallina editore, 2019).

Nel libro l’omaggio alla pizza è completo, armonico, e indizio di un amore che trascende la stessa pizza, ed è diretto alla sua città natia, Napoli ed al groviglio inestimabile rappresentato dalla cultura partenopea, Mater matuta generosa e prolifica di scrittori, poeti, pittori, teatranti, cantanti e musicisti, che hanno fatto grande Napoli, e con essa l’Italia.

M’aggio scurdato ca doppo tutto ’stu bene ’e ddio m’hanno ditto ch’aggia parti’ n’ata vota p’accumencia’ d’a capo!

 

 

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