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Renato Zero a Ventotene (2)

di Tonino Impagliazzo

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per la prima parte (leggi qui)

Le iniziative che furono messe in campo in quegli anni hanno rappresentato per il “gruppo” il collante di riferimento per una amicizia autentica nel rispetto della diversità. Gli episodi descritti, coloriti e fantasiosi, sono propri dello spirito giovanile e dell’età goliardica. Risalgono a 50 anni fa. Racconterò di alcuni, accaduti tra il 1967 e il 1968, anni dei quali il  tempo non ha cancellato il ricordo.

La consegna delle chiavi dell’isola al “Nuovo Governatore” (1967)
Coniammo il titolo di “Governatore”per Manfredo Verdini per il ruolo di trascinatore che aveva sull’isola.
La festa per la consegna delle chiavi al “Governatore dell’isola Verdini”, avvenne in zona ex Cameroni; con l’occasione, fu predisposta per lui una barca che lo avrebbe prelevato all’arrivo della nave e trasferito poi, in zona “Granili”.

La barca a remi prese il nome di “Moa Caloa” ed i marinai indossarono  per l’occasione una maglietta con il medesimo nome. Giunti all’imbarcadero Granili, l’ospite fu accolto da una parte del gruppo, rigorosamente in maschera, con l’assistenza del bravissimo Matteo e del cerimoniere Francone con l’ombrellino. Il piccolo corteo si diresse successivamente in zona ex Cameroni, dove era stato allestito un modesto palchetto e dove stazionava una seconda parte del gruppo, altrettanto adeguatamente preparato  e mascherato.

La cerimonia della consegna delle chiavi dell’isola al nuovo Governatore avvenne con la lettura su di un rotolo di carta igienica delle gesta benefiche, propiziatorie e umane che il “Governatore Verdini” aveva compiuto e svolgeva a favore dei ventotenesi. Manfredo prese a raccontare della bontà e della fratellanza umana che distingueva gli isolani e del rispetto che doveva essere riservato all’isola, parole che preludevano alla contestazione e al rinnovamento propri di quegli anni. Tutti i presenti, proclamarono sermoni e lodi al nuovo Governatore, canti e filastrocche al magnifico. La festa si concluse con una bella “pizzata” e canti di gioia.

“Il Cielo” scritto  sugli scogli del Faro (1967)
Era il settembre del 1967 e sugli scogli del faro, quasi ogni sera, una parte del gruppo si radunava per parlottare, per raccontarsi  storie e vicende di vita, per ascoltare della buona musica  e vivere dolce emozioni. Un vento leggero correva sottile sul volto dei  presenti mentre il rumore del mare rompeva il silenzio della sera infrangendosi tra gli scogli  del canale di “Mast’Alfonzo”.
Sopra di noi, si stendeva un cielo limpido e pieno di luci, un luogo dove il sogno si confonde con l’infinito e lascia vagheggiare la speranza. Un cielo, quella sera, che vestiva le sembianze “della libertà del credere” e che venne paragonato dai presenti ad  un “paradiso dell’anima”, simile ad un luogo riservato e senza limiti. Fu dolce per noi tutti mettere insieme due concetti e precisamente che “il paradiso fosse un’isola” e che “quell’isola fosse… Ventotene”. Quella sera, sugli scogli del faro, un gruppo di amici sistemati a forma di semicerchio intorno a Renato Zero che suonava la chitarra, tentò di dare forma ai pensieri associando le parole alle melodie musicali, per affinare un racconto mai sufficientemente “appagante”. Renato, da quella sera magica  cominciò a manifestare anche sul volto  quella  fiducia interiore che lo avrebbe accompagnato nel tempo e fino al successo pieno. E così, mentre aleggiava sopra di noi un “firmamento meraviglioso“ e stracolmo di stelle, il racconto proseguì anche per le viuzze dell’isola nel viaggio di ritorno a casa. Per molti di noi, quella sera la fantasia si era “abbracciata ” alla realtà.

Una gita notturna a Santo Stefano (1967)
Racconto ora di una gita notturna sull’isolotto di Santo Stefano con la barca di Giovanni Coraggio per un ridotto numero di persone del gruppo.
L’ergastolo era stato chiuso solo qualche anno prima e per noi ventotenesi il luogo, era diventato un simulacro muto, un fantasma nella notte, un luogo “lontano” dalle ragioni per cui lo avevano pensato e costruito i figli dell’Illuminismo. Salimmo da Via Madonnina mentre la luna diffondeva tanto chiarore che non fu necessario l’uso delle candele e delle torce. Scoprimmo così, nel gioco di luci ed ombre, grazie alla complicità della luna,  uno scenario di forme espressive straordinariamente ricco, di arbusti solitari sulla collina, di oggetti abbandonati dagli ultimi carcerati e di manufatti colmi di smisurata sofferenza. Arrivammo sulla porta principale del Carcere Borbonico e da lì proseguimmo per Via Giulia che ci portò nella zona del piccolo cimitero. Ci fermammo senza parole e lì scoprimmo uno scenario quasi d’incanto, dove la fantasia lascia lo spazio soltanto all’immaginazione.

Una luna piena si rifletteva sul mare sottostante da levante verso ponente, e formava con l’isola di Ventotene, un palcoscenico surreale. Dinanzi a quel chiarore parlammo di ballerini danzanti, di coreografie straordinarie e di personaggi nel mito della fantasia, di scene melodrammatiche e di opere teatrali figlie dell’immaginazione, di musicisti solitari per musiche celestiali e di orchestre immense senza inizio e senza fine, di un mare da sogni  dove si associava il fantastico dei personaggi con l’immaginazione del surreale.

Una festa in maschera in Via Roma  vicino piazzetta Europa (1968)
Renato ed  il suo amico Tommasino nel 1968  ritornarono sull’isola e  vi restarono fino alla festa di Santa Candida. Entrambi parteciparono, nella prima settimana di settembre, ad una festa in maschera che si tenne in Via Roma. Gli invitati iniziarono  la preparazione in Via Muraglione nella casa di Filomena e Raffaele Romano; subito dopo formarono  un piccolo corteo diretto verso Via Roma (ex Bar dei Confinati), dove si stava preparando una deliziosa “cena” a cura dello chef Osvaldo Castagna, con  i prodotti del mare recuperati da Giovanni Coraggio. Il corteo, con i partecipanti ben truccati e dotati  di arbusti locali di canne foglianti e  palmette, cominciò  a snodarsi su Via Muraglione, attraversò  piazzetta della  Posta per giungere nell’ex Bar dei Confinati in Via Roma, dove era pronta una “cena di classe” a base di pesce locale pregiato e tanto vino dell’isola. Ma appena i personaggi uscirono all’esterno dell’abitazione di Raffaele, furono investiti dai ragazzi del luogo, con grossi secchi d’acqua gettati dai tetti; e la cosa si  ripete’ dopo la Piazzetta della Posta (vicino al negozio di Giovannella) ed un terzo diluvio di acqua precipitò sui partecipanti  dal  retrostante cortile della casa. I ragazzi dell’isola che si erano sentiti esclusi e allontanati dalla partecipazione, ritennero di reagire all’esclusione producendo il classico “gavettone” per stimolare nei partecipanti travestiti, quella sensibilità negata. Per i personaggi che avevano partecipato al corteo, si rese necessario il ritorno alla casa di Don Raffaele per asciugare il corpo, cambiare il vestiario e ritornare a cena alla chetichella.

Renato  sul palco  di  Santa Candida (1968)
La festa di Santa Candida sull’isola aveva inizio tutte le sere con la novena, e subito dopo veniva innalzata una mongolfiera in chiusura della giornata. Renato Zero, che alloggiava in casa di Raffaele, membro del Comitato festeggiamenti, da noi incoraggiato chiese a Raffaele di cantare sul palco la sera della festa. Raffaele non si oppose e lui stesso si preoccupò di chiedere al Sindaco l’autorizzazione. Il consenso arrivò e fu concesso al cantante di esibirsi in tre canzoni. La sera della festa ci riunimmo tutti in piazza Castello e dal fondo della piazza (vicino al monumento) iniziammo a gridare a gran voce: Renato…  Renato… e poi… “Renato, sali sul palco”; “Renato, fatti sentire”; “Renato, siamo con te”.
Renato Zero, acclamato a gran voce dagli amici dell’isola ed autorizzato dal comandante dei vigili urbani Giovanni Langella, salì sul palco. Un breve inchino e via con la prima canzone, ma alla seconda canzone che era Il Carrozzone, nel momento in cui pronunciò le parole “una valigia di  cartone” il Sindaco fece cenno al Comandante di farlo scendere dal palco e smettere di esibirsi. Renato non ubbidì e decise di continuare, ma subito dopo Langella salì sul palco e lo trascinò giù, con inusuale energia. I nostri reclami e le nostre rimostranze  non trovarono ascolto. Terminato il contrasto, il giorno dopo il comandante Langella, ci spiegò che la canzone era considerata “un elogio della povertà  del popolo, costretto ad emigrare” e pertanto ritenuta inopportuna.

La “famiglia del cinema”, della poesia, dell’arte e della musica aveva trovato sull’isola di Ventotene, un gruppo di ragazzi  pronto a crescere; la poesia, la musica e la chitarra di Renato Zero portarono nuova linfa, la famiglia di Manfredo Verdini con  il fantastico Albert lasciò aperta la strada al “nuovo” ed al “rinnovamento”.

Questa esperienza per tutti noi, così ricca di emozioni, di conoscenze e di amicizie maturate nella contestualità del territorio,  costituì il terreno fertile per coniugare fantasia e realtà, per scoprire personaggi  “in itinere” e per testare le potenzialità che ogni persona possiede. Come poi è accaduto per Renato Zero.

 

[Renato Zero a Ventotene (seconda parte) 

A cura della Redazione
Letta la genesi della bella canzone di Renato Zero non potevamo, a questo punto, non proporla.
Di seguito una versione live con testo incorporato

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