Ambiente e Natura

Menta. Un racconto

di Adriana Terzo 

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Ambientato in “un’isola” non meglio identificata, un racconto breve di Adriana Terzo (*) che volentieri pubblichiamo. Per l’occasione le diamo il benvenuto sul sito.
La Redazione 


Menta

Il corpo di suor Angelica giaceva a terra proprio davanti all’ingresso del monastero.
Erano le quattro del mattino di un giorno che si preannunciava fresco e luminoso. A guardarla dall’alto faceva una strana impressione perché sembrava la figura di una giovane donna voluttuosa invece di una monaca di clausura. I biondi capelli scomposti, lunghi e arruffati, le coprivano metà del volto lasciando però scoperta la bella bocca voluminosa; le forme solide dei seni e dei fianchi sembravano balzare fuori dal camicione da notte nonostante fosse di due misure più grandi. Infine la posizione: leggermente di sbieco e con una delle due cosce appena sollevata, a suggerire qualcosa di erotico.
Suor Angelica così seducente forse non l’aveva mai vista nessuno.
E Irene, la giovane prostituta brasiliana che per prima l’aveva ritrovata, si limitò ad osservare in silenzio quel corpo esuberante e misterioso. Che buffo, sembrava che si fossero invertiti i ruoli, ora era la sua amica ad aver bisogno di aiuto.

La canonica non respirava, o almeno sembrava che non respirasse. Forse aveva avuto un malore ed era morta già da un pezzo. O forse era stata ammazzata? Forse Irene avrebbe dovuto dare l’allarme o comunque cercare aiuto. E invece non si mosse. Il nulla sembrava contrapposto al niente. E insieme, stupore e strazio, la forzavano all’inerzia. Ma non aveva paura. Si limitò ad accendersi una sigaretta e sedersi accovacciata a terra accanto a quel cuore, forse fermo per sempre.

Si voltò verso la pineta che si estendeva di lato al monastero per cercare ispirazione sul da farsi. Oltre i primi cespugli scorse un vecchio col cappello che teneva per mano un ragazzino. Un cane randagio li seguiva. L’insolito quadretto sembrò finalmente scuoterla.
Le venne in mente una frase che un giorno la suora le aveva sussurrato pianissimo:
“Occorre affacciarsi sull’abisso per scongiurarne i pericoli”. La giovane l’aveva guardata con curiosità. Ma quale abisso? Lei ci gongolava dentro quella parola. Il carname degli sconosciuti, la compravendita che non permette alibi, l’oscuro e illusorio piacere di essere la dominatrice di un infinito attimo. Un abisso di perdizione, come aveva sentito dire spesso. Che però era proseguito, sfacciato come sempre.

Intanto il vecchio aveva iniziato ad agitare le braccia seguìto dal ragazzino che ci aggiungeva anche qualche saltello. Stracci migranti che volteggiavano in aria sul quel pezzetto di isola, con le mani verso le nuvole. Ora i due l’avevano quasi raggiunta. Irene cominciò a pensare che quella fosse davvero un’insolita notte. Si lasciò alle spalle la probabile salma di suor Angelica e si avvicinò rumorosamente battendo sul pavimento del portico i suoi tacchi a spillo.
I due parlavano straniero, non si capiva niente. E con i gesti facevano intendere che cercavano un posto per dormire e avevano fame. Erano venuti dal mare, intuiva Irene, erano tanti e la barca piccola, non c’era posto per tutti e così si era rovesciata, si lamentava il vecchio mimando con le mani. Erano bagnati e camminavano ormai da molte ore. Stanchi, erano tanto stanchi. Irene fece segno di aspettare lì, di sedersi su certi massi di rocce che sporgevano da terra, che sarebbe tornata ad aiutarli.  Tirò fuori dalla borsa qualche pacchetto di biscotti e una mela, la sua cena mancata. Poi si tolse il foulard e lo allungò al ragazzino, insieme a quelle poche cose da mangiare. Ma non muovetevi di qui, gesticolò ancora.
I due si avventarono sulle cibarie e Irene tornò indietro stranita e pensierosa. “Ora viene il bello” pensò fra sé: una puttanella che deve bussare in piena notte alle porte di un monastero svegliando la badessa – e tutte le altre sorelle – per avvisarla che c’è una sua monaca morta sul sagrato e due profughi venuti da chissà dove che chiedono asilo. Il cane randagio, per fortuna, non s’era più visto.

Suor Angelica non si era mossa ma una folata di vento aveva sollevato parte della fitta capigliatura lasciando intravedere meglio quel volto giovane e senza segni. Irene si chinò su di lei. Non avrebbe dovuto spostarla, lo sapeva, ma in un attimo si ritrovò con l’amica tra le braccia. Era pesante. Ma quello che sorprese la giovane fu un profumo potentissimo che sembrava emanare da tutta quella sagoma ormai abbandonata a sé stessa. Era un odore familiare e persistente.
Irene sollevò il camicione e infilò una mano tra il corpo e il pavimento ritraendola subito dopo tutta sporca di terriccio. Ma soprattutto cosparsa di decine di foglioline minuscole e umide. Suor Angelica era stata trascinata fino a lì, pensò. Nelle frazioni di secondo che seguirono i pensieri le si intrecciarono senza sosta. Con un piccolo sforzo di reni balzò in piedi lasciando cadere mollemente suor Angelica e si diresse verso il portoncino del monastero. Cominciò a battere con tutte e due le mani come presa da una furia improvvisa, e poi cominciò ad urlare che le aprissero. Il silenzio di quella notte era così denso e profondo che lei non ne ricordava uno simile.

All’improvviso si sentì toccare sulla spalla. Lanciò un grido voltandosi come una molla. Il vecchio con il cappello e il ragazzino le stavano davanti, sembravano in attesa di una qualche decisione, o forse di altre attenzioni. Visto che non succedeva niente, i due si sedettero accovacciandosi sul freddo cordolo che delimitava il sagrato, gettando uno sguardo distratto verso il corpo inanimato della religiosa. Dal monastero, nessun segnale. Irene trattenne il respiro per lunghissimi secondi, e poi se ne liberò con un piacere intenso, insieme a tutta l’angoscia di quella notte.
Tutti e tre, ora, se ne stavano tranquilli respirando piano mentre il sapore della salsedine arrivava sull’isola a piccole raffiche fresche dal mare. Un odore particolare e forte perché si mischiava a quello che emanava il corpo di suor Angelica. Un aroma ostinato, piacevole e inebriante che da solo metteva pace a quell’insieme così stravagante.

In piedi, Irene socchiuse gli occhi. E in quel momento capì, capì tutto. Allora si tolse le scarpe tanto scomode, si adagiò anche lei sul cordolo e si accese un’altra sigaretta. Ora il vento si era alzato, ma senza fare rumore.

Epilogo.
La morte di suor Angelica restò senza un colpevole. Quando il commissario di polizia l’interrogò, Irene non raccontò di quelle fughe notturne così poco romantiche della monaca verso il vicino casolare di Gino, il giovane agronomo un po’ fuori di testa confinato lì da oscuri e segreti trascorsi. Irene spiegò inoltre che no, quella non era la sua zona, e che lui non era un suo cliente. Lo conosceva, sì, era un lupo solitario. Anche se qualche volta aveva dato rifugio e alimenti a chi sbarcava clandestinamente su quel lato della costa del minuscolo atollo. Ma non rivelò che una volta lei e Gino, bello e sfuggente come un felino, avevano fatto l’amore proprio dietro quel rudere su un pratino fitto e regolare, perfettamente rifinito da un tappeto di foglioline minuscole e umide. Foglioline di irresistibile menta.   

 

(*)  Adriana Terzo, giornalista all’Unità fino al 2001. Quindi all’Ansa, al Sole24ore, all’Adnkronos. Impegnata da sempre per i diritti delle donne. Come ambientalista ha scritto il libro “Destino nucleare” contro il ripristino a Montalto di Castro della centrale nucleare. Appassionata di giochi e letteratura, ha ideato e cura il Premio Fattucchiera di racconti inediti. Ama cucinare (e mangiare), i viaggi e le tartarughe.

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