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A Ponza una pioggia di “confetti rossi”

di Vincenzo Ambrosino

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Cari amici di Ponzaracconta, questa mattina pensavo: “Dopo un lungo periodo di crisi molti dei nostri giovani arrivano di nuovo alla laurea”.
Quindi riflettevo sul significato della laurea oggi, ponendomi tutta una serie di domande:

– E’ cambiato forse qualcosa nel nostro paese in questi ultimi anni: la scuola a Ponza è migliorata oppure i nostri giovani – come un tempo – frequentano di nuovo scuole continentali che li rende culturalmente più adeguati per l’Università?

– Sono cambiati forse i progetti di vita delle famiglie, che di nuovo investono nello studio per i loro figli?

– Che rapporto hanno questi nuovi laureati con la società che li circonda, con la loro comunità nazionale, con la loro comunità isolana?

– Che aspettative hanno questi nostri giovani: credono che la loro laurea sia per essi un obiettivo raggiunto per migliorare la loro vita e la società che li circonda, o più semplicemente un’opportunità in più per tentare di accedere al mondo del lavoro per una vera indipendenza economica?

– Credono che la loro laurea possa garantire un futuro migliore?

– Questi giovani neo-laureati si riconoscono nel  contesto sociale, culturale, organizzativo che va sotto il nome di Stato-Nazione, o si sentono più  uomini di mondo nel mondo?

– Se si sentono uomini liberi di scegliere nel globalismo delle possibilità, credono quindi nella meritocrazia che questo mondialismo offre e definisce?

– Se credono a questo: qual è il nuovo contratto che li garantisce in termini di diritti e doveri, giustizia sociale e civile?

– La laurea di un giovane oggi  è una risorsa, un investimento per la società di appartenenza?

– Ponza si sente più arricchita da questo incremento di nuovi laureati?

Mi piacerebbe che a queste domande rispondessero i nostri neo-laureati.


Vedere però questi ragazzi farsi fotografare con l’alloro in testa, con la pergamena nelle mani e circondati da amici e parenti orgogliosi mi fa tenerezza.
So che la soddisfazione è lecita e meritata: hanno raggiunto un altro obiettivo, sono riusciti a mettere un altro mattoncino nella loro vita,che rimane una marcia verso se stessi e non altro: ma questo forse non lo sanno.
So che questo loro obiettivo raggiunto dà soddisfazione alla famiglia. I genitori, vestiti a festa, nel vedere il figlio o la figlia laureati ripensano commossi agli anni passati insieme per arrivare a tutto questo.
Costruire una vita è dura: mettere uno sull’altro mattoncini nella marcia quotidiana per la conquista dell’indipendenza da quando si sono frequentate le materne e poi le elementari e ancora le scuole medie e le superiori e poi la laurea e ancora ci saranno tanti mattoncini da aggiungere.
Si ripensa a quanti insegnanti hanno contribuito nel bene e nel male a tutto questo: “Suo figlio ha grosse potenzialità ma non s’impegna”.
Quante difficoltà si sono dovute superare, ma finalmente si arriva alla laurea malgrado e grazie a tutto.

Mi chiedo quanti di loro vorranno restare nella loro isola. E per fare che? Il mestiere dei padri per esempio. Questo progetto va bene “per chi è figlio di papà” e ha un’azienda turistica avviata che permette di fare grossi incassi in due mesi per poi permettersi di viaggiare per il mondo e soddisfare desideri?
Non male come progetto: ma c’era bisogno di laurearsi per fare questo?
Quanti di loro mi chiedo, riusciranno a trovare un lavoro degno e garantito dalla legge? Quanti di loro, al contrario, saranno costretti ad emigrare all’estero e ad accontentarsi di lavoretti precari, sottopagati, deprimenti?

Ma niente paura… la vita è sempre stata dura: i nostri nonni ci insegnano che all’inizio bisogna fare sacrifici ma poi arriveranno le soddisfazioni.
Il “sogno americano o europeo” è lì che li aspetta, ma per avverarlo ci vuole perseveranza, volontà di ferro, capacità di adattarsi, flessibilità mentale, voglia di viaggiare, conoscere, capire, studiare e ancora studiare.
Dopotutto non si finisce mai di imparare! E questo sarebbe anche  giusto se “il gioco della vita” avesse regole certe, riconoscibili, garantite.
Quindi quando mi chiedo se questi giovani laureati sono una risorsa per la loro società di appartenenza mi viene da dire: ma qual è la società di appartenenza di questi ragazzi? Quali sono le regole sociali e civili certe a cui devono affidarsi?
Il “sistema Ponza”, per esempio, ha investito nelle giovani generazioni?
Ma più in generale lo Stato italiano, questo Stato, ha investito nei giovani? Questo Stato italiano, investe, protegge e crede nella propria classe intellettuale perché li ritiene una risorsa?
Oddio: penso che tutto questo progetto sia saltato da tempo! Non c’è più comunità solidale che condivide un progetto per le future generazioni. Non c’è più Stato-Nazione che crede di avere il dovere di proteggere il suo popolo!

I giovani sono stati ridotti a diventare individui addestrati a competere, non solo con il proprio coetaneo ma anche con l’extracomunitario per la loro sola sopravvivenza. Non ci sono più garanzie sociali, e infatti non ci sono più diritti sociali ma solo diritti civili. E questi diritti sono regolati da accordi, direttive sovranazionali, non certo dalla Costituzione, la Legge più importante di una nazione.
I giovani hanno “il diritto di viaggiare, hanno il diritto di avere convenienti proposte telefoniche – più scatti alla risposta” – hanno il diritto di sognare l’Eldorado tecnologico, ma non avranno diritti sociali. Il lavoro, la casa, la famiglia, una sanità sicura, una sicurezza per la vecchiaia, che fino ad ieri il nostro Stato garantiva al suo popolo, sono oggi diventati desideri individuali, da meritarsi servendo senza discutere i nuovi padroni del mondo.

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