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Le sorti della democrazia. Una lezione dalla storia

segnalato da Sandro Russo

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Apprezzo molto, e cerco di leggere quotidianamente, la rubrica che Corrado Augias tiene sulle pagine di Repubblica, dove pubblica e commenta le lettere che gli giungono dai lettori. Di solito colti e informati.
Come è il caso di oggi (la Repubblica del 21.nov. 2019)

Le lettere a Corrado Augias

Polibio, Machiavelli e le sorti della democrazia

Caro Augias, navigando in Internet mi sono imbattuto in un termine poco conosciuto: Anaciclosi. Lo utilizzò l’antico storico greco Polibio un secolo e mezzo prima della nascita di Cristo per descrivere come i regimi politici si deteriorano e ritornano alla forma iniziale per poi riprendere a svilupparsi. Già Aristotele e Platone avevano parlato di corsi e ricorsi storici che potevano prendere forma in tre sistemi: monarchia, aristocrazia, democrazia.

Polibio teorizzò che ogni monarchia, con l’avvento dei successori, potesse scadere in una tirannia. La tirannia avrebbe aperto la strada all’aristocrazia e alle prepotenze dei figli dei nuovi oligarchi. Le diseguaglianze avrebbero alimentato una ribellione per avviare la democrazia, ossia il governo delle masse.

Isocrate, nel V secolo a. C., diceva: «La democrazia si autodistruggerà perché ha abusato del diritto a libertà e uguaglianza e insegnato alla gente a considerare l’insolenza come un diritto, l’illegalità come libertà, l’impudenza come uguaglianza e l’anarchia come beatitudine».
È impressionante come le teorie di Isocrate e Polibio concordino nel prevedere la fine inevitabile delle democrazie.

Gastone Campanati

Risposta di Augias

Poiché in Grecia a cominciare dal V secolo a.e.v. [(a.e.v.) – avanti era volgare, è alternative alle sigla a. C. (avanti Cristo) – NdR], tutto, ma proprio tutto, era stato previsto per quanto riguarda il comportamento umano e l’organizzazione di una società, diciamo che di questo immenso fascio d’intuizioni fa parte anche il decadimento delle democrazie. Tenendo comunque presente che il significato e il contenuto politico che noi attribuiamo al concetto di democrazia è molto diverso da quello dei greci di venticinque secoli fa. Ma questo va da sé. Dunque i regimi crescono, mutano forma, si corrompono, decadono, salvo tornare al punto di partenza.
Può interessare il fatto che la teoria dell’anaciclosi non era sfuggita all’attenzione di Machiavelli il quale però vi aveva aggiunto una variante. Invece di concepire il cambiamento dei regimi quasi come un’immutabile legge biologica destinata a ripetersi meccanicamente, il segretario fiorentino vi aveva introdotto l’incognita del caso che giustamente riteneva una componente essenziale quando siano in ballo molte diverse volontà alla ricerca ognuna di un fine diverso.
Nessuno degli attori in ballo è in grado di prevedere l’esito finale che alla fine sarà determinato da una casuale, fortuita combinazione dei vari elementi. Come i greci antichi, Machiavelli intuiva benissimo (lo aveva vissuto) il pericolo che una democrazia degenerasse in oclocrazia, forma di governo che oggi chiameremmo populismo dato che si tratta di regime deteriore in cui a prevalere sono le disordinate pulsioni delle masse.
Vedeva però anche un altro pericolo che leggo in Discorsi (I, 2) dove avverte che: «una republica, mancandole sempre consiglio e forze, diventa suddita d’uno stato propinquo, che sia meglio ordinato di lei: ma, posto che questo non fusse, sarebbe atta una republica a rigirarsi infinito tempo in questi governi».
Se vogliamo adattare queste parole ai tempi nostri, direi che allo “Stato propinquo” siamo abituati da tempo; il nostro vero rischio è dover “rigirarsi infinito tempo in questi governi”.

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