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Andare e tornare (3)

di Pasquale Scarpati

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L’olfatto si adegua agli odori per cui a quei tempi si cresceva con “certi odori” nel naso, ma è pur vero che tutte le stagioni avevano i loro odori caratteristici durante le quali essi si avvertivano appieno.
Così durante l’inverno l’odore di muffa e di umido si impadroniva delle pareti domestiche; in primavera, lungo i sentieri, si spandeva l’odore dei fiori di campo e dell’erba fresca; durante l’estate l’acre odore del fieno e la polvere penetravano nelle narici, solleticandole, mentre l’umido vento autunnale portava l’odore del mosto e dei turtanielli bagnati nel vin cotto.

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E già si usavano i cosiddetti vestiti di “mezza stagione” (che ora non esistono più a causa dei cambiamenti climatici), già la ricorrenza dei defunti faceva sentire l’inverno incipiente e i rasieri cominciavano ad essere accesi dalle donne lungo la strada, sventagliando con un pezzo di cartone sulla fiamma ancora esitante. Come noi, bimbi, avevamo i giochi per ogni stagione abbinati anch’essi a ciò che la stagione stessa offriva o se ce ne dava l’opportunità: ora le figurine, ora le nocciole, ora i cerchioni, ora le carriole, ora lo strummolo, ora i giochi di “gruppo”, così anche nel mondo degli adulti le stagioni scandivano gli anni e la vita con i loro odori, con i loro sapori.

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Così, mentre per le vie si spandeva l’odore di ciò che si cucinava, entrando nelle case si avvertiva l’odore di umido delle pareti (specialmente chi abitava vicino al mare), dell’aglio e delle cipolle ed anche quello delle galline, per non dire di altro.
L’odore di erba corallina, della camomilla, delle mele cotte associato a quello del caffè non facevano presagire nulla di buono perché i primi erano per l’ammalato, l’ultimo per il medico o la persona di riguardo che era venuto a visitarlo.

Nostalgia o rimpianto di quel mondo? Nient’affatto. Soltanto ricordo: testimonianza di un passato che, a volte, può ritornare anche se, ovviamente, sotto un’altra forma.
Perché allora chi è nato sull’Amato Scoglio (come dice Silverio Guarino) resta legato ad esso?
Resta legato non solo chi, come me, ha aperto gli occhi in corso Carlo Pisacane oppure alle Forna o ai Conti – penso, con un po’ di tristezza, che questa “pattuglia “ a cui appartengo si assottigli sempre più dal momento che oggi si nasce, giustamente, fuori dall’Isola: in genere a Formia o a Roma o altrove) – ma anche coloro che, pur nascendo fuori, trascorrono buona parte delle loro esistenza nell’Isola (o almeno così si crede) o sono figli di ponzesi.

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Penso che ciò avvenga perché il paesaggio, i colori, i profumi, la percezione di qualcosa di unico coinvolga tutti i sensi: si deve, però, mettere piede sull’Isola e girovagare un pochino ma soprattutto è essenziale starci per un po’. Gli Scotti, infatti, sono sempre lì, così i Guarini, il Pagliaro, il Ciglio, Trebbiente e monte Schiavone. Così sono rimaste, almeno nel tracciato: la vecchia strada per Chiaia di Luna e quella che sale su per i Conti dove le case, insistendo soltanto su di un lato, lasciano ancora che gli occhi corrano liberamente alle pendici del Ciglio e del Pagliaro e quella che scende dal Campo Inglese verso la chiesa dell’Assunta.
Durante “le morte stagioni” l’antico odore di muffa d’u ruttone di Santa Maria prende il sopravvento sul puzzo dei motori.
Qualche costruzione in più, qualche stradina in più rispetto agli anni ’50, qualche gradino o qualche spiaggia o scoglio “sottomessi” al cemento o all’asfalto ma, sostanzialmente, tutto è rimasto paesaggisticamente uguale.
Ciò, invece, non è accaduto in molte località sulla terraferma dove o il paesaggio è cambiato radicalmente oppure gli antichi borghi sono stati inglobati e/o circondati da nuove potenti costruzioni, cosicché per scovarli bisogna adoperare la “bussola”.

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Si è perso pertanto, nel vasto intreccio di palazzi e strade, stradine e stradoni, il senso dell’appartenenza al paese. Le persone anziane non lo riconoscono più. Giardini e/o campagne, infatti, sono sparite per fare posto a case e casoni, a nuove strade, a nuovi agglomerati. Delle zone dei quartieri dove essi si rincorrevano con i compagni d’infanzia è rimasto soltanto il nome. I loro giochi, infatti erano gli stessi dei nostri, ma la “location” è rimasta soltanto nella loro mente, indistinta, imprecisata, quasi astratta come in una fiaba.

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Non a me quando passo per lo spiazzo di Sant’Antonio o cammino lungo corso Carlo Pisacane (o ex?). Lì di fronte a’ chianca di cumpa’ Tatonno, dove il Corso si allarga un pochino, mi vedo saltare nella “campana” insieme alla bambine, e a Sant’Antonio o sulla spiaggia mi vedo con gli altri a giocare con la pietra pomice o a fare a zecchinett’ o a nascondino o ai primi due che vengono a da’. Mi vedo con lo strummolo e le figurine. Mi vedo arrancare con una bella sciarpa e la cartella di cartone lungo la salita che porta alla parata per andare a scuola. Corro con gli altri sul sagrato della chiesa che è rimasto sempre lì, libero e vuoto; sembra dirmi: quando vieni? L’arco della casa di zia Rosa, la finestrella di nonna Carlina cu ’a curteglia in alto ed il balcone di Furtunatina, sono sempre lì, ben in vista dalla strada. Filomena, con l’eterna “cipolla”, si affaccia ancora sulla soglia del minuscolo negozietto, mi prende in braccio e mi mette sul muretto che scivola verso ’u ruttone di Sant’Antonio che è sempre lì con le sue grotte, non più maleodoranti.

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Non guardo al di sotto di esso: non c’è più il giardino con la sua grotta, ma altre costruzioni. Sarebbe troppo lungo elencare tutto. Così mi rivedo con il “triclico a motore” in prossimità della chiesa delle Forna. La “Chiana” sta sempre lì, mentre avverto differenti sensazioni se imbocco la nuova strada che sale e poi scende o prendo quella vecchia: la prima non mi dice niente anzi assomiglia, per me, a qualcosa di estraneo, un pugno nello stomaco; la seconda mi ricorda la bottega dei Pagano e via verso Caracazzola e poi Nari ’i Ciomm’ e la Calacaparra con i suoi scalini e la sua Croce. Rivedo l’alga scura sulla “marina” e, quando mi affaccio là dove la falesia multicolore strapiomba sui ciottoli bigi mi vedo sulla “schien’i ciuccio”, con le piante dei piedi punteggiate dal catrame che andava tolto di nascosto con un po’ di benzina, no meglio con un po’ d’olio perché inodore.

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Come quando si ama una persona o un oggetto caro e si vorrebbe che mai sparisse e, pur nel trascorrere del tempo, si tenta di proteggerlo nel migliore dei modi possibili, così ci viene spontaneo e naturale proteggere ciò che ci circonda se lo amiamo di vero amore (non di convenienza). Lui, riamato, ci lascerà la sua testimonianza da cui trarremo tesoro per il futuro.

È pur vero che nulla dappertutto può essere come prima, anche perché, per ciò che ho accennato in precedenza sarebbe una iattura: un ritorno, tout court, indietro nel tempo con le sue angosce, i suoi dolori, le sue sofferenze. Rifuggo altresì dal pensare che l’attaccamento all’Isola sia dovuto soltanto perché Essa sembra la “gallina dalle uova d’oro”, perché se così fosse, sarebbe soltanto terra di sfruttamento quanto più intensivo possibile; si sa poi che la “gallina” come tutte le galline non vive in eterno. L’insensibilità verso l’ambiente porta (lo constatiamo dappertutto) a terribili conseguenze. Più passa il tempo più esse si acuiscono.

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Se, infatti, noi avvertiamo qualche anomalia nella nostra automobile e nel nostro corpo e non la curiamo, essa non si risolve da sola ma ha bisogno che ci preoccupiamo per poterla risolvere. Se non lo facciamo tempestivamente, quella non solo si risolve ma potrebbe ingigantirsi. Pertanto se Amore ci deve essere, come ho scritto prima, esso deve dare qualcosa all’altro; come cerchiamo di tutelare noi stessi e chi amiamo, così deve accadere con ciò che ci circonda.
Ah dimenticavo: accomiatandomi, ho detto al giovane amico: “Salutami tua moglie” come se fosse persona conosciuta da tempo!

Pasquale

 

[Andare e tornare (3). Fine]