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Andare e tornare (1)

di Pasquale Scarpati

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Stimolato dal caro cumpa’ Sandro e dal suo pezzo sui ricordi (leggi qui) avevo cominciato a buttar giù uno scritto; poi un altro di argomento diverso… Non mi fermavo più e non ne concludevo alcuno; ora mettevo mano ad uno, ora ad un altro. In conclusione per farmi perdonare ne invio quattro che potrete diluire per il tempo che sarò fuori…
Un saluto a tutti i lettori di Ponzaracconta.
Pasquale

A quale prodotto cosmetico ricorrevano, infatti, le donne che lavoravano nei campi
o stavano in casa?Si diceva a mo’ di consolazione: “Donna baffuta è sempre piaciuta!” ( sic!).
Un fazzoletto, ammantato di pudicizia, poteva celare l’incipiente peluria
(Pasquale)

 

Cosa vorrà dire questo andirivieni? Andare nel passato dell’Isola e tornare nel suo presente; andare in una parte del mondo e tornare sull’Isola almeno con il pensiero.

Sono andato in barca con persone gentilissime che non conoscevo. Conversando, mia figlia, accennando ad uno dei due giovani marinai: – Papà – mi dice – questo ha sposato una di Ponza. Resto piacevolmente sorpreso.
Cosa succede? Drizzo le antenne. La prima domanda, d’obbligo: “A chi appartiene?” Soddisfa la mia curiosità. Una breve “indagine” sul lavoro dei nonni, poi: – Ah! Conoscevo il nonno” – dico quasi timidamente.

E i miei occhi smettono di osservare la costa che, bellissima, scivola davanti a loro. Vagano, invece, su su per la Guardia ed i Faraglioni. Osservo i fondali ma non sono più quelli. Sono quelli della Parata o della Scarrupata, con le patelle ed i ricci. Il giovane amico aggiunge, sua sponte: – Eh! …i ponzesi sono molto legati alla loro Terra.

La mia mente si scinde come se fosse stata spaccata in due da una mannaia. Un tuffo al cuore che, come spesso mi accade, rimbalza nello stomaco accompagnato dall’altra parte da un ragionamento, freddo, cerebrale.
Legati sì da Sentimento o come dice Silverio G. da Amore.

Mi sono chiesto perché mai in molti di noi alberga l’attaccamento allo Scoglio, oserei dire quasi morboso. Siamo forse romantici?
Ci saranno pure dei motivi per questa “sindrome della patella”!
A mio avviso dipende dalla natura del luogo e dal suo vivere.
Dice bene Sandro Vitiello: “la vita era di stenti ma nessuno si “puzzava di fame” perché si sapeva adoperare ogni risorsa locale rispettando l’ambiente perché era necessario che così fosse”.

Era il vero Amore! Quello fatto di “corrispondenza di amorosi sensi”. Da una parte l’uomo che usava e/o era costretto ad usare ogni cosa che la Natura gli offriva, dall’altra la Natura che si sentiva protetta ed offriva a piene mani. Ovviamente come l’Uomo a volte era cattivo nei suoi confronti così anche Lei non mancava di flagellarlo. Così come nessun amore è senza litigi.
Attaccamento alla propria Terra, nel nostro caso all’Isola.

Mi sovviene… vi era un tempo in cui, a causa dell’analfabetismo, un rullo di tamburi annunciava il banditore che gridava le disposizioni da parte delle Autorità. Ma mentre altrove questo personaggio era già scomparso, da noi sull’Isola, nel primo dopoguerra esisteva ancora nella persona di Menicuccio ’a vocca storta che dapprima dava fiato in una trombetta, poi gridava iniziando con “Eeh, pausa, Ooh…”
Il suono delle campane non solo scandiva i momenti della giornata e le sue ore, ma annunciava anche altri eventi: quelli belli e quelli brutti (feste e funerali). Esso, nel silenzio assoluto, si spandeva per ogni dove (a volte persino il vento si sobbarcava l’onere di portare fin sopra i Conti i rintocchi delle campane della chiesa della SS. Trinità, al Porto).
Per la strada il tintinnio di un campanello annunciava l’inizio della “dottrina” (il catechismo).

Uscire dal proprio paese sia per lavoro sia per svago era sempre difficile a causa della carenza dei mezzi di trasporto e delle strade piuttosto strette e tortuose.
Il disagio lo avvertivano anche quelli che abitavano sulla terraferma. Ma essi potevano comunque nutrire la speranza di varcare il proprio orizzonte camminando semplicemente a piedi. Noi, invece, avremmo avuto sempre bisogno di un supporto o per meglio dire di un natante ed il mare, si sa, è insidioso ed infido. Pertanto, quasi abbandonati dagli uomini, stavamo come prigionieri del nostro orizzonte. Ma non da Colui che ci ha creato che, facendoci restare, per forza di cose, in un piccolo lembo di Terra ci dava, o per meglio dire ci elargiva, l’opportunità di assaporare a pieno l’essenza pregnante di ciò che ci circondava. Ma forse non ce ne accorgevamo, stretti a coltivare il “il nostro orticello”.
E così, allorché qualcuno si è presentato alla nostra porta, noi non solo l’abbiamo spalancata ma abbiamo permesso che facesse irruzione senza riguardo alcuno. Anzi, come gli antichi manovali lavoravano la calce con una lunga asta dalla punta ricurva facendola andare e venire in un cerchio ben delimitato raccogliendo a mano a mano tutto ciò che vi era intorno così da formare un impasto informe, così si è mescolato tutto. Ma come quella calce lasciava un segno là dove era stata “impastata” ed era oltremodo pericolosa soprattutto per gli occhi, così si è lasciato che si deturpassero i luoghi.
– Paradossalmente – ha detto con arguzia un amico – ci si è fatti accecare da quello che, nel sentire comune, pare che faccia “venire la vista ai ciechi”. Poi, quasi a giustificazione, ha aggiunto: “Forse si è pensato che….. o forse non si è pensato… perché ciò è più facile e più comodo. Il suo occhio si è vivacizzato, accompagnato da un sorriso beffardo. Ma questa è storia che si ripete dappertutto.

I cinque sensi ci fanno avvertire le essenze dei luoghi. Ma mentre oggi tutto o quasi si basa sulla vista e sull’udito, allora gli elementi portanti della vita di un luogo erano il gusto, l’odorato ed il tatto.
Gli elementi portanti, infatti, non potevano essere né la vista perché il mondo era di per sé “brutto” né l’udito dal momento che il silenzio era imperante. Rotto solamente dal rumore delle ruote dei carri, da quello degli zoccoli dei quadrupedi, dallo scalpiccio delle persone (se e quando usavano le scarpe) e dalla voce degli strilloni che, vagando per le strade, cercavano di vendere la loro merce. Detto per inciso mi sembrava “strano” avvertire per le strade di nuovo lo stesso scalpiccìo quando, di domenica, agli inizi degli anni ’70, per effetto della carenza del petrolio, ci fu proibito di usare le automobili: già, lungo le strade cittadine, sembrava di respirare a pieni polmoni un’altra aria: più pulita e soprattutto più libera. I palazzi e gli alberi assumevano un altro aspetto: con il naso all’insù i colori mostravano la loro bellezza e la forma delle ringhiere e i frontoni posti a coronamento delle facciate dei palazzi più antichi sembravano dare il meglio di sé: offrivano ai passanti la loro armonia come una donna che nasconde la bellezza delle sue forme dentro un serico velo leggero.

Ritornando indietro nel tempo, la vista si deliziava a tratti allorché spaziava sulla- e nella Natura, ma inorridiva allorché osservava gli uomini ed i loro manufatti. Ad esempio era difficile trovare anche tra i giovani chi fosse bello o bella, secondo i moderni canoni di bellezza. Bastava, infatti, una semplice caduta da un albero per rischiare di rimanere sciancato per tutta la vita e per non dire dei denti che, per vari motivi, non si potevano curare (la carie, ahimè, esisteva anche allora). Così si poteva rimanere orbi, cecati, per una piccola foglia di olivo che aveva punto l’occhio. Imprevedibili erano le conseguenze di un calcio di un asino o di un mulo o di un cavallo spazientito o pazzo o impaurito. Sempreché si nascesse senza alcun difetto fisico. Se, infatti, ai difetti congeniti, si aggiungevano quelli che potevano succedere nel corso di una vita piena di stenti e di lavoro fisico molto pesante (la cosiddetta fatica) fin dalla più tenera età, si può ben capire quale fosse il parametro della “bellezza”. Era un sogno portato avanti dalle favole, non molto dissimile da quello che oggi si rappresenta nei film.
A quale prodotto cosmetico ricorrevano, infatti, le donne che lavoravano nei campi o stavano in casa? Un fazzoletto, ammantato di pudicizia, poteva celare l’incipiente brizzolatura dei capelli. Un lungo e quasi perenne vestito nero obbligato ad essere indossato a causa dei numerosi e frequenti lutti e del periodo ad essi collegati nascondeva più facilmente l’unto ed il resto del corpo .
A 20 anni o poco più era già sfiorita. Per non dire di quelle che a quell’età avevano già messo al mondo dei figli. Quelle che lavoravano nei campi o nelle fabbriche, rumorose e maleodoranti, avevano mani e fronte rugose, abbronzate o per meglio dire cotte dal sole e dal gelo (per questo si agognava la “pelle bianca” invece dell’abbronzatura). I lavori si ricorrevano, sempre gli stessi e sempre duri, per tutta una vita. Come ad esempio il bucato a mano (la cosiddetta culata). Sempre la stessa dalla fanciullezza fino alla vecchiaia. Non esisteva alcuno strumento che potesse alleviare, con il passare degli anni, l’eterna fatica.

Allorché si aveva un po’ di tempo a disposizione una donna passava il suo tempo a sferruzzare o a arrepezza’ i calzini o i pantaloni o qualsiasi altro indumento dal momento che non si doveva e non si poteva buttare niente fino a che quella stoffa, tagliata in varie forme, non diveniva qualche “ pezza” che si adoperava per varie mansioni ed anche nel cesso per pulirsi. Quando era divenuta così trasparente e sottile da non poter essere utilizzata in nessun altro modo si metteva nei campi come spaventapasseri in modo che fosse dissolta dalle intemperie oppure avvolgeva il grosso tappo di sughero che chiudeva le grosse damigiane dove era riposto il vino in modo da creare uno spessore maggiore per non far entrare l’aria, nemica del prezioso liquido.

Agli uomini una barba incolta serviva, molte volte, per coprire le brutture del vaiolo.

Nei folti ed incolti capelli saltellavano “strani animali” che le nonne, ancora negli anni ’50, uccidevano sulla testa dei nipoti con le unghie e/o con la “pettinessa di osso” a denti molto stretti. Non c’era quasi nulla di ciò che solitamente usiamo oggi.

[Andare e tornare (1) – Continua]

 

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