- Ponza Racconta - http://www.ponzaracconta.it -

Debito pubblico sì, debito pubblico no. Parliamone (2)

di Enzo Di Fazio

[1]

.

   per la prima parte (leggi qui [2])

Il debito pubblico e le fascinose ipotesi di abbassarlo o addirittura azzerarlo sono argomenti di sicura presa ma il più delle volte le argomentazioni, al di là delle idee che le stimolano, sono lacunose soprattutto perché non valutano approfonditamente le conseguenze.
Al di là delle responsabilità politiche, internazionali, pubbliche o private che possono esserci dietro la creazione di questo debito, c’è di fatto che il debito esiste e non possiamo ignorarlo.
Prima di affrontare l’argomento è il caso di conoscere chi detiene il nostro debito, in altri termini se vogliamo rinegoziarlo è importante sapere con chi dobbiamo farlo.
Il debito pubblico italiano è di 2.462,00 miliardi pari al 134,8 % del PIL
(cliccando sul link http://www.brunoleoni.it/il-debito-pubblico-sul-tuo-sito [3]  troviamo un contatore che ci fornisce, ahimè!,  il dato in tempo reale)

[4]


Tale debito è detenuto da istituzioni, banche (tra cui la Banca Centrale Europea), fondi, assicurazioni e privati secondo le seguenti percentuali:
30% Investitori stranieri (BCE, banche, società di gestione di risparmio, assicurazioni)
27% banche italiane
19% Fondi e Assicurazioni italiane
16% Banca d’Italia
6% Investitori privati italiani

Ritengo sia impensabile poter ridurre unilateralmente anche di una piccola parte questi debiti o decidere di non rimborsarli o non rinnovarli alla scadenza alle condizioni di mercato. Lo stato italiano perderebbe di credibilità e tutti i possessori correrebbero a disfarsene anche al prezzo di subire grosse perdite in conto capitale.

Certo avendo l’autorità che gli deriva dall’essere uno Stato può decidere, come hanno fatto alcuni paesi sudamericani, di non rimborsare, di allungare la scadenza, di ridurre gli interessi o non pagarli per niente, ma con inevitabili conseguenze sul piano economico e sociale.
Si potrebbe, però, ridurne una parte chiedendone alla BCE la cancellazione (vi ricordate la proposta, poi eliminata, contenuta nella prima stesura del contratto giallo-verde di cancellare 250 miliardi di debito?)
Una siffatta modalità significherebbe in un certo senso dichiarare fallimentare lo stato e, anche se così non fosse, ve l’immaginate la reazione degli altri Stati, soprattutto  quelli virtuosi che hanno i conti in ordine?
Senza dimenticare che ai finanziatori di quei 250 miliardi i soldi bisogna pur restituirli e, perciò, contabilizzarli a debito della collettività. Quindi anche questa strada è impraticabile.
Un’altra proposta che circola è quella di monetizzare parte di tale debito o quello nuovo, stampando moneta. Una nuova moneta a corso forzoso con circolazione solo in Italia e con nuova denominazione.

[5]

Tale moneta potrebbe rimborsare i titoli detenuti dagli italiani ammesso che questi siano disposti ad accettarlo. Ad emetterla dovrebbe essere la Banca d’Italia ma per farlo ci sono di mezzo i trattati europei che non lo consentono
Un’ipotesi del genere è chiaro che mette in conto la possibilità del ritorno alla lira e l’uscita dall’euro con tutte le conseguenze che ne derivano.

[6]

Senza contare l’aspetto economico e di turbativa che provoca la creazione di ingenti quantità di moneta nel medio e lungo termine.
Sotto l’aspetto economico nel momento in cui tale moneta rimborsa un credito prima rappresentato da BOT, BTP, CTZ o da CCT c’è da chiedersi cosa ne farà il legittimo possessore.
Per darle un valore deve avere la possibilità di spenderla o di scambiarla; la nuova moneta dovrà, quindi avere un suo potere di acquisto.
Se, invece, non ha facile circolazione può diventare oggetto di contrattazioni speculative a danno dei più bisognosi
L’altro aspetto da considerare è che la creazione di ingenti quantità di moneta, se non viene destinata al risparmio, provoca nel medio lungo-termine  un aumento generalizzato dei  prezzi (per effetto dell’aumento della domanda di beni) e una conseguente relativa perdita di valore.
In definitiva si ha una diminuzione del potere di acquisto delle famiglie e a risentirne saranno ovviamente quelle più povere.

[7]

Fatte queste considerazioni va da sé che non sono facilmente percorribili le strade che vorrebbero ridurre o, addirittura, azzerare il debito pubblico senza pensare di affrontare la complessità della cosa in maniera ponderata.
Va anche detto che detenere oggi titoli di debito pubblico come forma di investimento è  un cattivo affare visto che ci sono titoli a tassi negativi e titoli che a 10 anni, come i bund tedeschi, pagano appena lo 0,50%  di interessi.
Cito un dato che può aiutare a riflettere: i titoli governativi con rendimenti negativi in Europa rappresentano il 62% del totale di quelli in circolazione.
Quindi non possono essere definiti investimenti speculativi.
Chi li compra e li detiene sono essenzialmente le banche, i fondi pensione, le assicurazioni che hanno l’obbligo di avere nel proprio portafoglio una parte di titoli governativi perché si presume che siano sempre rimborsabili.

[8]

Dopo tutto quanto scritto certamente non dico che bisogna rassegnarsi al peso di questo enorme macigno che effettivamente, data l’entità, rappresenta un grosso ostacolo al varo di efficaci politiche economiche di sviluppo.
La sua lievitazione, come ho illustrato nella prima parte, è dipesa anche da tanti errori politici e soprattutto dalla mancata attuazione di riforme che avrebbero dovuto da tempo modernizzare il paese e renderlo attraente per gli investimenti produttivi.

[9]

Sui conti degli italiani è ferma una ricchezza liquida di oltre 1.700 miliardi. Non è nemmeno utilizzata per operazioni d’investimento; è ferma lì perché la gente ha paura di intraprendere qualsiasi tipo di attività. E a stimolarli non servono nemmeno i bassi tassi debitori. Eppure di sfide da affrontare per investire e creare occupazione ve ne sono, a partire da quella del cambiamento climatico,  percepito secondo un sondaggio come la più grande minaccia dei nostri tempi.
Oggi si può e si deve partire da qui. Dagli incentivi a certi settori e dalle riforme che questo paese non è mai riuscito a fare, a cominciare da quella fiscale per combattere l’enorme evasione, pari all’11,5% del PIL (oltre 190,0  miliardi nel 2016, praticamente più di 6 finanziarie!).

[10]

Solo se aumentano gli investimenti aumenta il prodotto interno lordo, condizione essenziale per sostenere il peso del nostro debito. Senza contare che già il recupero di una parte dell’evaso potrebbe aiutarci ad aggiustare i conti pubblici.
C’è un’altra strada, che non piace, da valutare: quella di una patrimoniale.
C’è l’abitudine in questo paese di considerare lo Stato come un ente astratto e un nemico da combattere, dimenticando che lo Stato siamo noi.
Lo Stato è fatto di cittadini virtuosi e di cittadini cui manca il senso di appartenenza e vivono alle spalle degli altri. Purtroppo. Dico purtroppo perché penso che se fossimo tutti onesti, o ci sforzassimo di essere tali, non ci troveremmo in queste condizioni.
Lo Stato ha un debito di oltre 2.400 miliardi, ma i suoi cittadini hanno una ricchezza nota, anche se non equamente distribuita, di circa 10.000,00 miliardi (5.246 quella immobiliare e 4.374 quella del risparmio).
Se lo Stato siamo noi non è disdicevole pensare che forse un contributo per abbattere il debito pubblico lo possiamo dare tutti, secondo le proprie possibilità come, d’altronde, ci suggerisce anche la Costituzione.

[11]
Concludo nel dire che, comunque, qualsiasi tipo di intervento non può prescindere dalla considerazione del contesto europeo e dalle regole che ci sono e che andrebbero ridiscusse in quanto non aiutano gli stati membri a colmare i gap che esistono tra quelli maggiormente indebitati e quelli meno. Mi riferisco in particolare all’utilizzo dei surplus commerciali, all’esigenza di un’armonizzazione fiscale, alle politiche di austerità.

 

[Debito pubblico si, debito pubblico no (2). Fine]