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Debito pubblico sì, debito pubblico no. Parliamone (1)

di Enzo Di Fazio

 

Avevo pensato di scrivere un commento all’articolo di Vincenzo sul debito pubblico, ma i tanti punti toccati mi hanno indotto a dire qualcosa in più.  Ne è uscito quasi un trattato. Lo propongo in due puntate sperando di incontrare l’interesse dei  lettori e di non annoiarli.

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Il debito pubblico, di per sé, non un’anomalia. Lo diventa quando è esagerato come nel caso dell’Italia.
Ce l’hanno tutti gli stati. Per capirne la funzione facciamo l’esempio di una famiglia che vuole comprare casa e non ha tutto il danaro per farlo. Si rivolge quindi ad una banca per ottenere un prestito, sotto forma di mutuo, per la parte che le manca impegnandosi a restituirlo nel tempo pagando degli interessi.
La banca ovviamente chiede delle garanzie per il finanziamento verificando la situazione economico-patrimoniale della famiglia per evitare di concedere danaro a fondo perduto senza ottenerne la restituzione.

Dall’esempio si può desumere che in un prestito entrano in gioco diverse cose:
la finalità del prestito, il merito creditizio della famiglia, la restituzione in un determinato arco temporale, il tasso d’interesse, il finanziatore.
Particolare importanza assumono il tasso d’interesse, il finanziatore e il merito creditizio: il primo perché non è mai lo stesso dipendendo da tante variabili (momento economico, condizioni di mercato, politiche monetarie, politiche sociali); il secondo perché deve essere riconosciuto istituzionalmente e deve poter operare liberamente in un mercato di domanda ed offerta; il terzo perché se il debitore non dimostra di essere capace di restituire il prestito che chiede e non si guadagna la fiducia del creditore rischia il rifiuto della richiesta o di averlo solo a condizioni di tasso più elevato (in economia si chiama premio al rischio) o ancora, se l’ha ricevuto, di imbattersi nella pretesa di restituzione forzosa prima della scadenza (i cosiddetti procedimenti esecutivi).

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Bene, se trasferiamo queste considerazioni al debito pubblico di uno Stato forse riusciamo a capire perché nasce, perché cresce, perché può aumentare per effetto degli interessi, perché lo Stato in quanto debitore deve mostrarsi affidabile per ottenere credito presso i suoi finanziatori (che sono le banche, gli enti, i risparmiatori e anche gli speculatori).
Lo Stato si indebita essenzialmente per pagare le pensioni, gli stipendi pubblici, per finanziare le infrastrutture, per costruire ospedali, strade, per fronteggiare le conseguenze delle calamità naturali, ecc. Dovrebbe essere sempre virtuoso come una famiglia modello ma spesso, come tante famiglie, spende oltre le proprie possibilità o fa spese sbagliate (quanti soldi pubblici sono finiti in ospedali costruiti, forniti anche di macchinari, e mai utilizzati, in strade iniziate e mai finite, in aziende finanziate senza una programmazione economica e poi fallite)
Tutto ciò rappresenta la spesa pubblica e per finanziarla lo Stato ha tre strade:

– la tassazione
– l’indebitamento
– la creazione di nuova moneta (strada difficilmente percorribile – come vedremo in seguito – per gli squilibri che può creare nel lungo termine)

Non possiamo parlare di debito pubblico se non lo leghiamo ad un altro elemento caratterizzante di ogni Stato, e cioè il Prodotto interno lordo (PIL) che è il valore aggregato di tutti i beni e i servizi finali prodotti in un anno sul territorio dl un paese.
Perché? Perché se un paese cresce in termini di produzione ed occupazione significa che quel paese diventa più ricco e quindi aumentano anche le entrate fiscali.
Ciò sta a significare che l’aumento del debito pubblico non è un problema se ad esso si accompagna un adeguato aumento del PIL.

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Non a caso per giudicare lo stato di salute di un paese si va sempre a vedere il rapporto Debito/Pil e, come tutti sanno, tale rapporto per il nostro paese non è per niente confortante essendo il nostro debito pari al 134% del PIL (in Europa peggio di noi c’è solo la Grecia)
E’ abbastanza facile intuire che un debito per essere sostenibile, il relativo tasso medio d’interesse che si paga deve essere inferiore, o quanto meno uguale, al tasso di crescita del PIL
Detto in altri termini, se uno Stato si finanzia ad un tasso dell’1,50% per stare tranquillo dovrebbe avere una crescita del PIL minima dell’1,50%
Se applichiamo questa regola all’Italia ci accorgiamo subito dell’anomalia della nostra situazione visto che, oggi, a fronte di un tasso medio dei BTP decennali dell’ 1,94% abbiamo una crescita tendenziale del PIL dell’0,1-0,2%.
E questa è una situazione che dura da oltre vent’anni attraversando periodi, come quelli degli anni 2008-2009 e 2011-2013, in cui l’Italia, entrata in recessione (quindi variazioni negative del PIL), ha visto crescere il proprio debito soprattutto per effetto dell’aumento dei tassi d’interessi (il fantomatico spread che, arrivato nel 2011 a 574 punti. non ci faceva dormire – oggi è pari a 144)

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C’è chi dice che questo spread è manovrato dall’alta finanza e dagli speculatori senza sapere che uno dei motivi che lo fa aumentare è perché chi ci presta i soldi per finanziare il nostro debito vuole un premio a rischio (vedi sopra) e pretende un più elevato tasso d’interesse. (Più avanti vedremo come è distribuito il nostro debito)
Sa di trovarsi di fronte un debitore che, a fronte di debiti che crescono continuamente, non dimostra di avere maggiori entrate per sostenerli, né la capacità di creare condizioni per stimolarle.
E’ vero, questo debito pubblico è una gabbia. Non ci consente di fare investimenti e, spesso, per procurarsi le entrate necessarie per pagare i debiti in scadenza e gli interessi che maturano continuamente, lo Stato è costretto a introdurre nuove tasse o a tagliare spese che, a volte, si traducono in perdita di servizi per i meno abbienti.
Ci sono colpevoli per questa crescita abnorme del nostro debito pubblico? Certamente si.
Sicuramente gli amministratori dell’ultimo ventennio di questo paese che non sono mai stati capaci di porre in essere quelle riforme strutturali che ci imponeva non solo l’Europa ma anche il cambiamento dei tempi. Mi riferisco allo snellimento della pubblica amministrazione, alla semplificazione burocratica, all’eliminazione di leggi inutili, all’approvazione di leggi incisive per contrastare corruzione ed evasione (non dimentichiamo mai al riguardo i tristi primati italiani), all’approvazione di leggi per un fisco più equo ed una giustizia più veloce e rispondente alle esigenze dei cittadini.

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Ma, nel corso degli anni, ci sono stati anche fattori esterni come la crisi petrolifera del 1973 (qualcuno si ricorderà ancora lo spegnimento delle luci pubbliche e delle insegne dei negozi ad una certa ora), la conseguente inflazione galoppante che vola dal 5,2% del 1972 al 19% del 1974 fino a toccare qualche anno dopo il record del 21,7% e l’inevitabile debolezza della lira sottoposta continuamente a pressioni di svalutazione. Furono quelli anche gli anni in cui una generosa politica di welfare e una contemporanea stagnazione delle entrate danno vita ad un mix fatale provocando un aumento continuo della spesa pubblica che ci porta a chiudere dal 1973 in poi bilanci in pesante deficit.
La lira è nello SME (il sistema monetario europeo nato nel 1979 per fronteggiare l’inflazione e  assicurare la stabilità dei cambi delle monete che vi fanno parte) e sotto continuo attacco speculativo.
In questo contesto matura, nel 1981, il divorzio tra il Tesoro e la Banca d’Italia che, alla stregua delle altre banche centrali, si libera dall’obbligo di acquistare i titoli di stato invenduti (ed è questo il momento in cui il mercato è chiamato a sottoscrivere il debito pubblico)
La decisione di Via Nazionale, avversata dalla maggior parte dei partiti politici dell’epoca, consente alla lira di restare all’interno dello SME.

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Negli anni successivi le cose non migliorano. Dal 1983 al 1990 il debito esplode, passando nel rapporto con il PIL dal 60% del 1980 al 100% del 1990 a causa di interventi di spesa pubblica in assenza di programmazione e in presenza di interessi costantemente esosi che quasi mai scendono sotto il 5%. Un dato significativo quello del 1994 quando la spesa per interessi sul debito pubblico è pari al 12% del PIL.
Nel 1994, anno in cui ci fu una svalutazione brusca della lira del 7%, determinata anche da pressioni speculative, il debito pubblico raggiunge il 124% del PIL e da allora, dopo quasi un quarto di secolo, quel debito non si è più contratto.
Il debito pubblico, da quando è nato, è sempre salito?
Ovviamente no. Dopo i picchi della crisi di fine Ottocento e quelli dei due conflitti mondiali ci sono stati anche gli anni virtuosi in cui è sceso, quelli della ricostruzione e quelli del boom economico degli anni ’60.

 

Debito pubblico si, debito pubblico no (1) – continua