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Il mio ricordo di Alda Merini

di Luciana Figini

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Il 1° novembre del 2009 moriva Alda Merini.
Sembra ieri… sono passati dieci anni…

“La vita si muove prodiga verso il meno assetato e il meno affamato, sorda ai lamenti del giusto, del savio, di colui che guarda a questa ingiustificata avarizia.
Però la vita è equanime: ai più dà il pane, ma al figlio diseredato passa di nascosto manciate di veri gioielli.
E sono queste le parole del poeta” 

[Alda Merini – da: “La Pazza della Porta accanto”]

Io ero un uccello
dal bianco ventre gentile,
qualcuno mi ha tagliato la gola
per riderci sopra,
non so.
Io ero un albatro grande
e volteggiavo sui mari.
Qualcuno ha fermato il mio viaggio,
senza nessuna carità di suono.
Ma anche distesa per terra
io canto ora per te
le mie canzoni d’amore.

Ho avuto l’onore e la fortuna di vedere e di ascoltare Alda Merini durante un incontro alla biblioteca di Seregno tanti, tanti anni fa.
Non ricordo esattamente l’anno preciso, so che era appena entrato in vigore il divieto di fumare nei luoghi pubblici, quindi poteva essere il 2004 o giù di lì.
Perché ricordo questo particolare?
Vi racconterò il motivo.

Era una sera freddissima e nebbiosa d’inverno e la cosa che avrei voluto fare di più era rimanere nella mia casetta calda a guardarmi la televisione dal divano, riparata da una bella copertina.
Però ero venuta a sapere il giorno prima da un’amica che Alda Merini avrebbe partecipato ad un incontro alla biblioteca di Seregno.
Alda era un mito per me; ancora oggi la considero una delle più grandi poetesse del novecento e dell’inizio del nuovo millennio.
Quindi la decisione fu immediata: abbandonare il caldo divano, prendere l’auto e dirigermi a Seregno.
All’epoca ero convinta che pochissimi la conoscessero, invece la sala era piena!
Trovai a malapena un posto a sedere.
Ovviamente in ritardo, come si conviene a tutte le persone famose, ecco arrivare la grande Alda con la sua immancabile sigaretta tra le dita.

Qualcuno le fece subito notare che non si poteva fumare in sala e lei, senza scomporsi, rispose che se le vietavano di fumare se ne sarebbe andata seduta stante.
Ovviamente le permisero di fumare e lei rimase.
Fu una serata incredibile, di quelle che non si ripetono più: il racconto della sua vita, l’esperienza del manicomio, l’indigenza, i suoi mille amori, alcuni veri ma la maggior parte platonici… e poi le sue poesie, recitate con trasporto, con amore, da farti venire la pelle d’oca…

Particolarmente impressionate fu il racconto dei vent’anni passati in manicomio; oggi non ci ricordiamo più che una volta bastava essere “diversi”, bastava una crisi post partum o l’essere un po’ border-line per finire in manicomio.
Eppure anche in questo posto tremendo lei era riuscita a continuare a scrivere e a coltivare la speranza.

Ad un certo punto ci fece anche ridere: aveva scritto una poesia dedicata ad un giovane prete e tutti quelli che la conoscevano si erano scandalizzati, pensando che avesse una qualche storia con lui.
Lei invece scriveva di amore e di spiritualità come fossero parte di un’unica forza e non aveva nemmeno lontanamente immaginato che queste sue parole potessero venire travisate.
Del resto, confessò quella sera, quasi tutte le poesie d’amore che aveva scritto erano dedicate ad amori platonici o addirittura a persone che neanche esistevano.

Ho conosciuto in te le meraviglie
meraviglie d’amore sì scoperte
che parevano a me delle conchiglie
ove odoravo il mare e le deserte
spiagge corrive e lì dentro l’amore
mi son persa come alla bufera
sempre tenendo fermo questo cuore
che (ben sapevo) amava una chimera.

Oggi, a dieci anni dalla sua scomparsa, ricordo ancora con molta nostalgia questa sua capacità di mettere a nudo la propria anima e di comunicare le proprie emozioni in modo così naturale, tanto da farle diventare parte della vita altrui.
La città di Milano dedicherà ad Alda Merini un ponte sul Naviglio Grande, vicino alla sua abitazione in Ripa di Porta Ticinese insieme ad un calendario di iniziative molto ricco.

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