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I bambini e le favole (2). Pinocchio per Cesare Zavattini

[1]proposto da Patrizia Montani

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Presentazione di Cesare Zavattini (*) a Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi (Universale Einaudi 52; Giulio Einaudi editore, Torino marzo 1961)

Lessi, e non solo lessi, Pinocchio all’età di nove anni nella meravigliosa Bergamo, divisa in città alta e città bassa. Dalle sue mura nei giorni limpidi, si vedeva la sagoma del Duomo di Milano, lontano 50 chilometri e in inverno, dalla città bassa quando era scoperta di nubi, spuntava la statua d’oro di Sant’Alessandro. Vicino alla mia casa c’era una montagnola su cui circa mezzo secolo prima gli austriaci avevano impiccato parecchia gente e la strada per andare a scuola era fiancheggiata dal lungo carcere di san Francesco con le finestre chiuse al mondo, il cui ricordo è forse quello che mi tiene ancora lontano dal delitto.
Quando correvo in Colle Aperto tutta la Lombardia echeggiava del mio galoppo e dopo, a casa, mi schiumavano come un puledro.

La Silvia – era la mia seconda madre – mi leggeva La cavallina storna, che portava colui che non ritorna (il frangean di biada con rumor di croste mi muove ancora i denti verso le torte di frumento) e i lamenti di Glauco: cuore di madre è d’ogni Dio più forte.
Questo mi faceva piangere un po’ troppo: rannicchiato sotto le coltri al pensiero della mia casa lontana odorosa di caprifoglio mi divertivo a piangere. E finalmente un giorno la mia Silvia davanti ai bambini del giardino d’infanzia dove era maestra giardiniera (si chiamavano così) rappresentò Le avventure di Pinocchio in una baracca larga due metri; così lo vidi, lo toccai, era uguale a quello famoso del libro illustrato da Attilio, Attilio Mussino, ma di cartone movibile con vestito verde e dei fiori sulle falde del giubbetto.

Quante prove prima avevo veduto tra nastri colorati, carte veline e di crespo, blu, gialle, fuochi di bengala.
Quello spettacolo è ancora davanti ai miei occhi. Per anni e anni ho sempre creduto di aver conosciuto personalmente, io solo, il famoso burattino.
Fu a quel contatto che sentii il fruscio delle vesti della fata azzurra e il senso dell’olio rancido dell’omino dei ciuchi; il rumore dei marosi che rendono fioca la voce di Pinocchio quando invoca il padre sperduto nel mare: il cic ciac dei suoi piedi nella bocca della balena; avrei trattenuto il fiato per non respirare quel puzzo di merluzzo, là dentro senza quel puzzo si sarebbe potuto campare per sempre, dimentichi dei genitori medesimi, solo che si fosse trovato un focherello per friggere il pesce e un po’ di pemmican avanzo di qualche naufragio; la paura cristiana davanti ai neri mantelli del lupo e della volpe che oscuravano lunghe frasi; la mortificata ricerca degli zecchini nel campo dei miracoli come nei sogni che disfano le monete in creta e il suono esatto dell’oro, il suono vero e unico, il sapore delle pagine, carta spessa, lattea, mangiabile con le parole che si scioglievano in bocca, e durante la lettura la secrezione fluviale delle mie ghiandole e il mio crescere da ogni parte sotto una aurora di raggi tangibili al pari dei raggi degli ostensori; e la sicurezza bagnata di rugiada che si sarebbe tornati nei momenti di crisi in ogni sillaba del racconto a viverci da luogo natale, e il piacere del peccato. Pecca fortiter.

Tutto questo dovevo a un uomo descrivibile: Carlo Lorenzini, dettosi Collodi dal paese della madre amatissima, un paese con un grande inventato giardino pieno di giuochi d’acqua e un fiumicello lucido.
Camminava un pochino impettito, aveva la pancetta, era piuttosto largo, e si era lasciato crescere la barba per assomigliare a Mazzini. Infatti era un gran mazziniano, con tutte le altre virtù possibili in quel tempo e abbastanza buon senso da non disprezzare un impiego prefettizio. Amava la musica e suonava il piano, preferiva i vestiti di fondo avana, gli piaceva molto cucinare, era un giornalista stimato e ameno (ma davvero non come Rigutini, quello del vocabolario che si era meritata allora la fama di uomo arguto, a causa dell’epigramma che volò per l’Italia: Fior di trifoglio, da San Firenze s’è sentito un raglio, era un sospiro del ministro Broglio).
La madre fu sarta, secondo alcuni biografi, secondo altri maestra, il padre concordemente cuoco, il fratello ricco e commendatore.
Collodi morì scapolo a sessantaquattro anni, un pomeriggio, quando meno se lo aspettava.

Aveva cominciato a scrivere per ragazzi con la traduzione delle favole di Perrault, poi seguitò con Giannettino, tuttavia si sarebbe potuto chiamare tranquillamente e solamente un modesto moralista toscano se verso i sessant’anni non gli fosse venuto fuori Pinocchio.
Questo capolavoro, in cui etica e poesia si danno la mano secondo la più alta tradizione italiana, fu cominciato a pubblicare a puntate sul Giornale per i Bambini senza solenni speranze da parte dell’autore: – Se me lo stampate pagatemelo bene perché io sia invogliato a continuare.
E un giorno Collodi si stancò e interruppe l’invio delle cartelle per riprenderlo solo qualche mese dopo, non tanto per le preghiere di Ferdinando Martini o di Guido Biagi, quanto per urgenza di denaro: aveva perduto al gioco cinquecento lire.

Il successo fu immediato e decretato dai ragazzi, invece molti adulti avevano decretato che sarebbe stato accolto male, e che era poco educativo: non era difficile sbagliare di fronte a una così gran novità quando Pietro Thouar faceva testo. Del resto oggi, come sarebbe recensito se uscisse oggi?
Anche sotto questo riguardo la rilettura di Pinocchio si presenta molto invogliante. Ma bisognerebbe avere abbastanza modestia, abbastanza coraggio per non presumersi di diritto contemporanei di tutti i capolavori passati e riconosciuti.

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(*) Cesare Zavattini (1902-1989), scrittore, poeta, pittore, fumettista, saggista, fu molto impegnato nel cinema, avendo scritto oltre 60 sceneggiature. Degno di nota il suo sodalizio con Vittorio De Sica
“Za” fu particolarmente attento ai bambini; tra le sue opere, I bambini ci guardano (1943), Bellissima, Amore in città, L’oro di Napoli, Sciuscià (1946), Ladri di biciclette (1948), Prima comunione, Zorro della metropoli (fumetto).

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Al tempo di queste locandine il nome dello sceneggiatore non si reputava così importante da figurare

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