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Il viaggio poetico di Franco, un omaggio alla ponzesità e al dialetto

di Enzo Di Fazio

 

Tanta gente e tanta partecipazione ieri sera al viaggio poetico proposto da Franco De Luca.
C’erano non solo gli amici ponzesi che conoscono Franco, la sua poesia e la sua capacità di coinvolgere e trascinare nei  ricordi dell’isola di un tempo e tra la gente che l’ha vissuta.
C’erano anche tanti ospiti, amanti della poesia dialettale o semplicemente curiosi, verso i quali Franco ha avuto l’attenzione di spiegare il significato e il senso di alcune parole, come maccatùro, scazzellùso, patemiénte, petecùne, scacatiànno, ecc, non di uso abituale e che forse rischiano di scomparire ed essere dimenticate perché appartenenti ad abitudini, stili di vita, ambienti che ormai non esistono più.
E tutto questo nonostante in piazza Pisacane si stessero girando alcune riprese del film di Paolo Genovese.

La serata è stata un omaggio alla ponzesità e al nostro dialetto, elementi identitari e patrimonio culturale della nostra isola, che fanno dell’isolano un essere dalle tante contraddizioni combattuto tra il restare ed il partire, ma legato visceralmente alla sua terra al punto che vi ritorna sempre.
E Franco l’ha fatto nel suo modo naturale di porgersi con passaggi e canzoni impreziosite dall’accompagnamento musicale del maestro Giuseppe De Santis, amico di una vita, innamorato e frequentatore di Ponza.

Ci ha condotto così ai tempi della malinconia delle partenze quando ieveme a piglià ‘u vapore ‘i notte
O ai tempi di quando ‘a curteglia era teatro di vita familiare cu ‘na mamma ca tenenne ‘nsino ‘a figlia piegava ‘u maccaturo e ne faceva ‘nu surecillo c’u musso, ‘i recchie e ‘a cudella.


Tanto mare, tanta natura, tanti colori nei suoi versi con la risacca che va e vene, sbatte i scoglie, sciacqua e ‘nse frena, c’u viento che fa fruscio pe’ tutte i pertose e ‘u mare s’accresce e nun cerca repose.

E poi la vita della strada, dei vicoli come Aret’u curreduro dove entrano in scena la comicità, la malizia, lo sparlare quotidiano e il pettegolezzo umano e dove appaiono nomi e soprannomi, come Maurino, Rosa ‘i Santella, Bunaria e Maria Stella o Mangiapatane, Uocchiestuorte e Purpettone, che risuonando nella mente ci hanno portato indietro nel tempo.

Insomma un omaggio alla ponzesità ma anche ad un’isola dirompente nella sua natura unica ma allo steso tempo fragile che solo l’amore disinteressato di chi la vive può preservare.
Ci riusciremo?
Forse si, se ci liberiamo, come ci ha invitato  a fare a chiusura della serata Franco, coinvolgendo il pubblico, con “Libera nos” dai fetiente, dai putiente, dagl’ignurante, da chille ca chiagneno ‘u muorto e fotteno ‘u vivo, da chille ca traseno ‘i luongo e se metteno ‘i chiatte, ecc. ecc. ma non da lui (come ha aggiunto simpaticamente) che nun è overe ca ce ammoscia pe’ ore con le sue storie, perché con i suoi versi può solo deliziarci.

 

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