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Certi amori non finiscono mai

segnalato dalla Redazione

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Certi amori non finiscono mai
di Chiara Gamberale

Paki si è innamorato di Elena a Ponza. E lì la ritrova dopo 29 anni.

Paki: è così che mi hanno sempre chiamato. Paki come Pachiderma, Paki perché ho queste spalle qui esagerate, queste braccia, ma soprattutto perché c’ho qualcosa dentro, di esagerato.
Vieni a Ponza, serve un buttafuori per una discoteca: mi dice un amico mio. Era l’estate del 90, l’estate dei Mondiali, io avevo ventidue anni e a ottobre sarei partito per la Scuola Truppe Corazzate di Caserta. Ufficiale gentiluomo: nei miei sogni pachidermici già mi vedevo così. Sono partito per Ponza con l’idea di prendere tutto quello che potevo, buttafuori e buttadentro di natura come sono.
Ma un giorno.
Quel giorno.

Mentre buttavo fuori e buttavo dentro ragazze, albe, corse in moto, cazzate, amici, ragazze: dietro al bancone del Bar Circe, ecco Elena. Aveva gli occhi stanchi, del colore dell’ossidiana di Ponza. Aveva gli occhi dolci. Le ho chiesto un cornetto, mi ha sorriso, era già successo tutto.
Di colpo buttavo fuorie buttavo dentro solo questa cosa più gigantesca di me che capitava, appena lei si allacciava a me.
La distanza non ci faceva paura, quando sono partito per Caserta, facevo il pazzo per poterla vedere.
Passavano i giorni, è passato un anno.

E allora mica lo so perché le ho fatto quella telefonata. Sono stanco, le ho detto. Prendiamoci una pausa. Mica lo so perché le sue lacrime sono rimbalzate su questo cuore mio esagerato.
Passavano i giorni, sono passati ventinove anni.
Ho conosciuto una ragazza, non mi sono chiesto se la amavo, l’ho sposata e basta. E non me lo sono chiesto quando sono nati Grazia e Marco.
Però con lei ho scoperto quest’altra cosa strana che non mi fa buttare fuori e buttare dentro niente, ma mi fa sembrare il mondo meno piccolo, o le mie spalle meno ingombranti, tutto più adatto a tutto, insomma.
Credo sia una specie di pace.
Ho trovato un lavoro che non mi esalta, ma mette al sicuro il futuro dei miei figli.

Finché, a giugno, Grazia mi fa: – Papà, voglio andare a Ponza, dicono che è un’isola bellissima.-
Non mi sono chiesto nemmeno che effetto mi avrebbe fatto tornare.
Ma appena ho spalancato le finestre della casa che abbiamo preso in affitto, nel negozio di fronte l’ho vista. Adesso Elena lavora lì. Ha un figlio, gli occhi sempre stanchi e ancora più dolci.
Non ci siamo detti niente.
Ma una notte ho preso come un pazzo a girare l’isola a piedi, per arrivare all’appuntamento che non ci eravamo dati. Dove però anche lei si è presentata. Al Bar Circe.

Siamo scesi in spiaggia, abbiamo fatto l’amore, poi ci siamo baciati.
Credevo di non riuscirci più, e invece, come se non sapessi fare altro, buttavo dentro e buttavo fuori.

Due giorni dopo sono tornato a casa.
Elena mi ha chiesto l’amicizia su Facebook, ma nessuno dei due si decide a scrivere per primo.

A me pare di parlare con lei quando guido, quando mi ritrovo a sorridere senza motivo, oppure mi verrebbe da urlare, ogni volta che i miei figli e mia moglie si addormentano, e per le stanze sale quello strano silenzio.
Però mica lo capisco se l’amore è questa roba qui.
O è semplicemente il più pachidermico degli equivoci.

[Di Chiara Gamberale, da marieclaire.com del 21 agosto [2]]