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’A varca d’a storia

di Pasquale Scarpati
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Lettera affettuosa di Pasquale per Ponza e poi anche a Luisa e a Sandro

Innanzitutto vi ringrazio per i commenti [leggi qui l’articolo di Pasquale sul Museo diffuso [2] e i commenti di Sandro e Luisa]. Sono sempre ben accetti perché, a mio avviso, stimolano il dibattito e potrebbero far accendere “altre lampadine”.

Gli uomini che valorizzano il patrimonio storico, artistico, naturale sia esso considerevole che esiguo non solo tutelano, preservano l’ambiente e la loro storia, ma rendono “operativa” la memoria la quale, altrimenti, rimarrebbe qualcosa di astratto, di nostalgico senza nessuna corrispondenza reale. Pertanto tutto e tutti ne traggono vantaggio e, perché no, anche profitto.

Non ho letto nulla sui “musei diffusi” ma nel mio girovagare li ho notati ed apprezzati.
Ho notato cioè il modo come alcuni paesi e contrade, pur possedendo, a mio avviso, poche risorse sia dal punto di vista paesaggistico – naturalistico sia dal punto di vista dei reperti storici non solo non li sottacciono ma ne sanno dare opportuno risalto. La mia mente non poteva non correre all’Isola, che è, invece, un piccolo crogiolo.

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Già altre volte ho espresso il mio pensiero in merito alla valorizzazione e alla tutela dei beni ambientali e storici, attraverso vari scritti (Fantasticherie. Maior e minor (1) [4], (2) [5]; La bella donna, (1) [6], (2) [7]… ecc.). Il concetto è: una donna che si ritiene non molto attraente ( il paese che possiede esigue risorse) si trucca e si rifà per apparire bella ( ed è giusto che sia così); una donna bella (il paese che ha molte risorse) non ha bisogno di niente o quasi.
Senonché anche per una bella donna gli anni passano e se non si cura diviene decrepita; a maggior ragione se la si afferra, la si agguanta, la si tira di qua e di là perché ognuno vuole possederla. È violentata e della violenza rimangono i segni nel corpo e nell’anima. La sua bellezza, pertanto, destinata a sparire naturalmente a causa degli anni, scompare ancor più rapidamente per le violenze subìte. Non è possibile, infatti, pensare che duri in eterno.
È pur vero che nulla dura in eterno, però, come noi stessi tendiamo a proteggerci, per quanto è possibile, dai malanni che deformano il corpo e la mente, così il Bene, soprattutto perché è di tutti, va salvaguardato affinché duri più a lungo possibile per le future generazioni.
Valorizzare, quindi, vuol dire da una parte proteggere, dall’altra farne partecipi tutti in modo appropriato.

La seconda considerazione. È vero che io nell’Isola non ci vado spesso. Ma, quando vado, e purtroppo per me, soltanto per un lasso di tempo molto breve, preferisco i periodi quando non c’è calca: per osservare meglio e per tendere l’orecchio al fruscio del vento… Inoltre, poiché mi “piace vagar coi miei pensieri” (Leopardi), noto che soltanto l’Isola, in quel periodo, me li può far scoprire e me li offre sul piatto del Pagliaro o dal panorama che si gode dalla Calacaparra e anche nel silenzio della Piazza. Oppure ritorno perché questa nave viene tirata, volentieri, da una di quelle cime che ancora si tendono e si avvinghiano alle sue bitte.

So anche che, come ho già scritto, l’Isola è come un… bimbo fasciato: nelle fasce che si usavano una volta per i neonati. Qualcuno dice che, come lo era per noi, queste “fasciature” servono per proteggere se stessi e gli altri. Ciò non toglie, però, che si può sempre e comunque prima pensare e poi attuare qualcosa; non trincerandosi dietro il “non si può fare” come se fosse un termine assoluto. Se così fosse nulla andrebbe mai fatto; neppure, aggiungo sottovoce, nel… “proprio orticello!”! Non sta a me valutare il come, il quanto ed anche il quando, né posso approfondire e scendere nei dettagli sia perché non conosco a fondo come stanno le cose sia perché penso ci siano persone più capaci di me e più addentro alla materia. Soprattutto i giovani (l’Isola forse ne è priva? Non credo, e qualcuno lo vedo!). Essi possono avere idee innovative, partendo dalla memoria dei luoghi. Percepiscono, poi, che a loro non resta molto tempo.
Quando scrivo: “peccato però…” voglio dire per prima cosa del disastro che si è consumato e continua a perpetrarsi (a quanto pare) e poi, mentre noi abbiamo potuto fruire di tutte le sue bellezze, essi, purtroppo, non le potranno più conoscere se non attraverso la memoria e le tradizioni, sempreché restino. Anzi, poverini, devono porre molta attenzione e camminare o con i “piedi di piombo”; rinserrati da leggi, leggine, divieti e balzelli vari. Insomma abbiamo lasciato loro una… bella eredità e responsabilità! E ciò, purtroppo, non riguarda soltanto l’Isola.

Noi, dopo le ristrettezze economiche e le penurie del primo dopoguerra, abbiamo vissuto una stagione di “bengodi”. Con la protesta del ’68 avremmo voluto cambiare il mondo, con il risultato di rendere soltanto tutto più facile o per meglio dire più semplice, in tutti i settori, rispetto agli anni precedenti. Forse noi di quella generazione siamo ancora ancorati a questa idea: avere o per meglio dire arraffare, senza dare nulla o quasi in cambio, perché si ha paura di perdere l’immediato, il presente. Qualcuno dice che ciò fa parte del nostro subconscio, altri dicono della nostra storia, altri dicono che siamo come quelli che mangiano avidamente e rubano nel piatto degli altri perché nell’infanzia è mancato il cibo e si andava “accattando”, altri ancora adducono altre ragioni.
Fatto sta che non è più possibile andare avanti in questo modo: bisogna che il futuro sia progettato: non si può vivere più “alla giornata”. Si dice, infine, che la prudenza e la paura appartengano agli anziani, il coraggio e la spavalderia ai giovani. Né bisogna pensare che la strada sia in discesa, anzi essa si presenta piuttosto ripida e accidentata.

Un’ultima annotazione: quell’ipotetica barca che dovrebbe fare il giro storico dell’Isola (e per storia intendo anche le…. storie abbinate ai luoghi e l’etimo dei nomi), la chiamerei ’a varca’ d’a storia” (historical boat, bateau de l’histoire…) perché abbraccerebbe, nel periplo dell’Isola, tutta la sua storia: naturalistica ed umana; anche le vestigia, umane e naturali. Le quali, pur testimoniando il tempo che passa inesorabile, se opportunamente illustrate da un’ottima guida, riescono di nuovo a vivere. O sono io che ho troppa fantasia!?

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Inoltre a qualcuno, anche e soprattutto “fuori stagione”, potrebbe interessare la storia o le storie del luogo che ammira: incominciando dalla Marenella d’i muort’, che forse molti giovani non conoscono, e dalle grotte di Pilato. Perché la spiaggia di San Silverio o di Lucia Rosa si chiamano così? Perché Cala dell’acqua o Cala d’Inferno e Spaccapurpo e u Cazone muto? Perché il Fortino o Punta Papa? Perché Bagno Vecchio e la grotta del bue marino? (…che animale sarà?).
…Ma perché mi dilungo?

Tutto questo preceduto, come lezione propedeutica, da vecchi filmati di cui il sito ha già parlato a suo tempo. Essi potrebbero essere proiettati nella sala museale. Mi sovvengono: “L’isola del silenzio” e “Nel mare degli antichi” per ciò che riguarda le isole pontine. Sicuramente ne esistono molti altri (leggi e guarda qui: Un’antologia dei film girati a Ponza [9]; La pesca al corallo [10]; Una gita a Ponza, del 1955 [11]).

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Questi potrebbero essere integrati da cartoline del tempo o da libri come quelli del compianto, caro Ernesto e di altri che hanno scritto dell’Isola (eventualmente, se è consentito, farne un compendio). O forse si ha vergogna? O forse è proibito anche avvicinarsi alla costa e soprattutto navigare nei suoi pressi ma lentamente?

Qualcuno però potrebbe dire: Ca’ ’a gente se vo’ sul’ fa ’u bagn’ e vann ’i fretta; tutt’ll’ate ccose nun interèssen’ a nisciùn’!
Così tra divieti imperanti e demoralizzazioni “striscianti”, a volte anche pretestuose, nulla si muove.

Infine, se anche questo è vietato (in tal caso mi chiedo che cosa sia lecito) si potrà, penso, far carezzare con mano la macchia mediterranea, osservare il firmamento o guardare dall’alto il mare che rompe sotto il faraglione della Guardia, o far percepire le sensazioni sulla Punta d’Incenso o sulla Guardia mentre il maestrale impetuoso fischia tra le ginestre ed il mare spumeggia… come quando lo spumante ponzese nel bicchiere – allora i calici chi li aveva? – innalzava la sua spuma: bianca, impalpabile.
’Na bella arrustùt’i pisce (…una grigliata; ma controllata, eh!?) ed un bel brindisi per un felice ritorno nell’Isola.

Penso che questo sia uno dei tanti modi di “raccogliere insieme – e, aggiungo, di far toccare con mano –, la storia e la cultura di Ponza e dei Ponzesi prima che il tempo cancelli le tracce”

Buona permanenza!
Pasquale