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Gli anni che ricordiamo: la levatrice

di Franco Zecca
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Sandro propone a me e ad Annamaria una lettura su usanze e professioni di luoghi lontani da Ponza – in questo caso la Sicilia sud-occidentale (il paese è Castelvetrano) – chiedendoci quanto in comune ci fosse tra quelle usanze e le nostre (lo scritto è allegato a fondo pagina).
Rispondiamo che la corrispondenza è totale: avvenivano le stesse cose nell’ambito della gestazione, poi della nascita e dell’aiuto nel post-parto.
A tale proposito posso ricordare che dietro alla casa dove sono nato – sullo scoglio di Frisio, l’attuale villa Cristina -, c’era la cosiddetta “mammana” Lucia  (non ne ricordo il cognome) soprannominata confidenzialmente “cummarona”.
Era un donnone, quasi un’interpretazione felliniana di donna, matronale e autoritaria e che aveva un marito piccolo ma capace a far tutto, falegname, fabbro, idraulico, elettricista, ma soprattutto curava un orto posto di fronte casa sua che confinava con il terrazzo di casa Zecca e c’era una grotta – ‘a ‘rotta era allora soprattutto il ricovero per le bestie – che io da bambino visitavo spesso perché c’erano galline, conigli, e perfino un maiale, a cui mia madre dava gli avanzi di cucina e veniva contraccambiata con uova fresche da bere ancora calde.
C’erano ottimi rapporti di vicinato e, quando aiutò mia madre a sgravare, ’a cummarona rassicurò mio padre (comprensibilmente in ansia per la nascita del primogenito), con queste parole: – È ’nu bell’ masculill’ e tene ’nu bell’ pasticciòtt’.

L’altra ostetrica di Ponza, a quei tempi cioè Giovanna Parisi (’a Riccètt’), l’ho conosciuto solo più tardi, da giovane, quando ho iniziato a lavorare a Ponza all’Ufficio del Registro. Di lei Anna mi dice che aveva fatto degli studi per l’apprendimento della materia (mentre l’altra era una ‘praticona’, autididatta).
’A Riccètt’ aveva casa e studio a Sant’Antonio, ma io la vedevo spesso fuori al bar “Miramare” di suo fratello Veruccio ’u chiattone. Aveva anche un appoggio alle Forna per la sua attività. A volte quando c’era l’urgenza, raggiungeva la partoriente a cavalcioni di un ciuccio – un asinello- che le procurava il mal di mare; era comunque benvoluta, brava e spesso faceva il suo lavoro gratuitamente. In età divenne anche sorda e parlava raramente.

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Ed ecco qui di seguito la memoria con le usanze siciliane.
Quando negli anni passati l’ostetrica era la “levatrice”

di Vito Marino

La professione di levatrice è considerata una delle più antiche al mondo. Nei suoi scritti Platone, parlando di Socrate, fa spesso riferimento alla madre levatrice. Era chiamata in questo modo, perché era in grado di «levare» il neonato dal corpo della donna incinta.
Nel lontano passato e fino agli anni ’50 circa, il parto avveniva regolarmente in casa con l’aiuto di altre donne sposate già madri, come l’immancabile “cummaredda”, la madre della partoriente, la vicina di casa e la levatrice. Tutte donne, perché il parto era ritenuto “cosa di donne”.

Allora tutti i mestieri si imparavano osservando chi già esercitava un mestiere; nel caso della levatrice generalmente il mestiere veniva tramandato da madre in figlia. Ma il suo compito non si fermava qui, essa dava anche indicazioni alle madri sul riposo e sul mangiare.

Allora si consigliava alla puerpera di mangiare per tre giorni dopo l’evento solo brodo di pollo, per evitare le febbri molto frequenti dopo il parto e per avere latte buono. Inoltre, esse sostenevano moralmente le donne durante la gravidanza. E’ noto, infatti, che in quello stato le donne diventano fragili creature, che devono essere coccolate, seguite e assecondate, nelle loro richieste anche strane, attraverso un ambiente intimo domestico, raccolto, sacro.

Purtroppo, in caso di parto difficile era consuetudine, prima d’iniziare il travaglio chiedere ai parenti intimi se doveva salvare la madre o il nascituro; chi poteva, chiamava il medico generico. Infatti, per le poche conoscenze mediche di allora era frequente la mortalità infantile e materna.
In Sicilia e nell’Italia Meridionale, durante la civiltà contadina, la levatrice o ostetrica, per come viene comunemente chiamata oggi, era chiamata mammana. Il nome deriva da mamma, perché come una seconda mamma dava alla luce una creatura.
Ad essa si rivolgevano anche chi aveva bisogno di abortire.
In quegli anni i benestanti, regolarmente sposati con famiglia, per i loro piaceri extra coniugali tenevano a loro completa disposizione la “fimmina” o “la mantinuta”, per come si diceva allora  oppure si servivano della “criata” (la cameriera).

I figli indesiderati venivano portati di nascosto “a la rota” per l’adozione oppure pensavano bene di fare abortire la donna. In caso di un neonato moribondo, la mammana lo battezzava con tutto il rituale e la gestualità che il sacramento prevede; mentre, per il battesimo regolare era lei a presentarlo in chiesa. Per svolgere questo delicato mestiere questa donna doveva avere molta esperienza, età maggiore di 40 anni, sposata con figli, possibilmente vedova.

Essa interveniva utilizzando rimedi naturali, come l’applicazione di panni caldi, per alleviare il dolore. Quando arrivavano i dolori uterini consigliava di bere la camomilla con delle foglie d’alloro, e inalazioni calde con acqua di malva; ora si usano gli antispastici. Con le sue mani piccole riusciva con manipolazione a posizionare il bambino prima del parto, ungeva con l’olio d’oliva il collo dell’utero e con l’unghia del mignolo, che portava lunga e affilata rompeva la membrana e permetteva al bambino di uscire; fatta preparare l’acqua bollita, la mammana puliva la mamma e il figlio e disinfettava con acqua e acido ossalico sublimato.

Nei primi giorni faceva i bagnetti al piccolo, gli medicava il cordone ombelicale e rifaceva la ’nfasciatura. In proposito mi sembra giusto ricordare che in quegli anni, per la denutrizione, molti bambini crescevano con la colonna vertebrale o le gambe storte.
Per le conoscenze mediche di allora, per evitare queste deformità, appena nati i bambini venivano avvolti con “lu ’nfasciaturi”, una striscia lunga di tela, che impediva al neonato ogni movimento. Per questi compiti svolti fuori dell’ordinario, è normale che la gente le portasse il massimo rispetto, riconoscenza e un certo timore, perché nella fantasia popolare la rendevano un personaggio persino magico, come una sorta di fattucchiera, che allontanava dal neonato il malocchio.

Ho letto che in Sicilia la mammana esortava il nascituro a venir fuori recitando la forma magica: – “Nesci nesci cosa fitènti, /ti lu cumanna Diu ‘nniputenti ./Veni fora e nun tardari, /chi a tò matri ha libirari”. Spesso, per le sue prestazioni non chiedeva nulla in cambio, anche se le famiglie stesse la ripagavano con qualche bene di consumo di propria produzione (vino, olio, formaggi, gallina).

Oggi il sesso del nascituro si può riconoscere con una ecografia sin dai primi mesi di gravidanza; allora i pronostici erano controversi e personalizzati.
Un detto diceva: “panza pizzuta nun porta cappeddu” quando si pronosticava una femminuccia. “Auguri e figghi masculi”, si diceva, perché si desiderava un maschio, cioè due braccia forte che avrebbero aiutato la famiglia nel lavoro.
La femminuccia era considerata una disgrazia, per la dote che si doveva preparare: “la figghia ’n ta la fascia e la doti ‘n ta la cascia” si diceva e un altro proverbio diceva: “Si bona rera vo fari cu figghia fimmina ha cuminciari, ma all’annu nun ci havi arrivari” – se vuoi fare una buona eredità devi incominciare con figlia femmina, ma deve morire prima di un anno (la civiltà maschilista).

Dopo gli anni ’50 la figura della “levatrice – mammana” scomparve lasciando il posto all’ostetrica condotta e al ginecologo, con parto assistito all’ospedale.

[3]Castelvetrano in un’antica stampa

[Da: https://castelvetranonews.it/ [4] di Vito Marino del 10.11.2013]