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Epicrisi 236. Della luna e dintorni

di Enzo Di Fazio

 

Mentre mi appresto a scrivere questa epicrisi è già notte fonda. Mi avvolge l’afa tipica di questa estate che ci sta regalando tanto bel tempo ma, ahimè, anche tante zanzare. Ne ho appena fatta fuori una con uno strano aggeggio, una specie di racchetta da tennis comprata dai cinesi.
Non c’è un alito di vento e la luna, ormai alta a quest’ora, è opaca, sbiadita come se fosse avvolta da un velo. Sembra invecchiata e chissà se non lo sia davvero… stanca di assistere alle malefatte di questa terra.

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Guardandola, al di là dello stimolo della bella canzone di Edoardo Bennato [2]proposta da Luisa, non posso fare a meno di andare alla notte di 50 anni fa, quando l’uomo vi sbarcò per la prima volta.
Ricordo perfettamente dov’ero quel 20 luglio 1969. Era una domenica. Mi trovavo a Milano, arrivato lì appena 33 giorni prima, il 17 giugno, ad iniziare un nuovo percorso della mia vita, quello dell’impegno legato al mondo del lavoro retribuito.
In una città che mi mostrava una realtà capovolta rispetto a quella in cui avevo vissuto fino ad allora, faticai non poco a trovare una sistemazione ove alloggiare. Ero spaesato e annunci del tipo “fittasi solo a giovani settentrionali” mi spinsero a farmi bastare, intanto, una stanza buia di periferia di un appartamento occupato da un’anziana signora calabrese, vedova di un operaio della Montedison e con un figlio disabile a carico.
Vi rimasi per fortuna solo tre mesi.
Strane abitudini in quella casa. La vecchietta non mi diede la chiave per accedervi e dovevo rincasare entro le 22 altrimenti rischiavo di rimanere fuori. C’era un televisore nell’ampia sala da pranzo, di quelli enormi con schermo in bianco e nero e parte del frontale occupato dalla griglia dell’altoparlante e dalle manopole per farlo funzionare.
Quella sera mi consentirono di assistere solo ad una parte dell’allunaggio dell’Apollo 11 caratterizzato dagli scambi di battute tra Tito Stagno negli studi Rai e Ruggero Orlando in quelli di Houston nel Texas.
Alle 22 e trenta, come d’abitudine, andavano a letto e lo fecero anche quella sera invitando pure me a fare altrettanto.
Il resto di quello straordinario evento l’ho sognato/immaginato guardando il cielo della mia stanza e l’ho perfezionato leggendo i giornali il mattino successivo.

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Cinquant’anni sono trascorsi e la storia ne ha aggiunto di pagine a quelle ereditate.
Un po’ come fa il nostro sito.

La settimana appena trascorsa è ricca di contributi, di spunti di riflessione, di annunci di eventi quasi come si fosse voluto prendere sul serio la spinta venuta dalla celebrazione dei 10000 articoli pubblicati per  dare il via al percorso per il raggiungimento di un nuovo traguardo.
Non so se riuscirò a menzionarli tutti, a parlarne, come d’abitudine cerco di fare, secondo una trama o un presuntuoso filo logico.
Ci provo.

Parto da una ricorrenza e dalla scomparsa recente di due uomini di cultura. La ricorrenza è il ventennale della morte di Beniamino Verde [4], indimenticabile sindaco di Ventotene, figura politica  d’altri tempi da emulare per l’amore mostrato verso la propria isola e la correttezza con cui l’ha governata. Nella circostanza morì anche il vicesindaco Nino Montano.

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Dei due uomini di cultura scomparsi uno è Andrea Camilleri la cui figura è stata ricordata sul sito. Ne hanno parlato in maniera commossa e partecipata Sandro [6]e Rita [7]. L’altro è Luciano De Crescenzo scomparso il 18 luglio (leggi qui [8]).

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Ho avuto la fortuna di conoscere entrambi attraverso le partecipazioni a “Libri sulla cresta dell’onda”, la rassegna letteraria dei Fratelli lli Campino, librai di Formia, giunta quest’anno alla XXVI edizione.
Di entrambi ho letto molto perché provo un gran piacere nel nutrirmi delle loro storie e sono affascinato dallo stile della loro scrittura.
A mio avviso Camilleri e De Crescenzo hanno in comune la capacità di raccontare il bello e il brutto della vita con ironia.
De Crescenzo ha saputo raccontare il mondo di Napoli e le sue debolezze con l’umorismo raffinato di cui era maestro e utilizzando spesso lo strumento fotografico.

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Camilleri ha contribuito a dare valore al dialetto ergendolo a lingua degli affetti.
Quando venne a Formia (l’incontro si tenne sul sagrato, affollatissimo, della chiesa di San Francesco a Gaeta) ci raccontò questo episodio legato ai rapporti con la madre:

A casa si parlava un misto di dialetto e di italiano. Un giorno analizzai una frase che mia madre aveva detto quando avevo diciassette anni “Figliu mè, vidi ca si tu nun torni presto la sera e io nun sento la porta ca si chiui, nun arrinescio a pigliari sonno.  Restu viglianti cu l’occhi aperti. E se questa storia dura ancora io ti taglio i viveri e voglio vedere cosa fai fuori fino alle due di notte!”
Porca miseria, dissi, la prima parte di sto discorso è la mozione degli affetti, la seconda parte interviene il notaio, la giustizia, il commissario di pubblica sicurezza.

Lo stesso l’ho ritrovato poi nel libro “La lingua batte dove il dente duole”, scritto assieme a Tullio De Mauro, che abbiamo pure segnalato sul sito (leggi qui [12]).

A pensarci bene e a ripercorrere il nostro passato di adolescenti ritroviamo spesso, soprattutto nelle raccomandazioni delle nostre madri, questa mistura. Il cuore parla in dialetto, ma se c’è bisogno di far percepire il rigore e il rispetto interviene l’italiano puro.

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A questo punto mi viene spontaneo associare la napoletanità di De Crescenzo e la lezione di Camilleri sul dialetto alla cultura della nostra isola; il che rafforza anche l’idea che ci siamo fatta, che persone come Camilleri e De Crescenzo ci appartengono e contribuiscono con il loro sapere e con quello che hanno seminato a comprendere meglio le nostre origini e a difenderle come ricchezza antropologica da salvaguardare.

Ben vengano, quindi, le poesie di Franco De Luca come I sti tiempe [14] dove gli usi e i costumi si manifestano attraverso i modi di dire e le credenze popolari; o quelle di Paolo Mennuni, come in Ce sta Napule ’n cucina, [15]che  è una ricchezza di sonorità e di sapori che danno allegria e ricordano tanto, per certi versi, il mondo sommerso d’u Guarracino, la famosa tarantella di autore ignoto del ’700.

[16]

Può allora avere senso – dico a me stesso ma lo suggerisco anche agli altri – inserire lo studio del dialetto nelle materie di insegnamento, elevare a ricerca le domande sul nostro passato che non hanno ancora trovato risposte, supportare i progetti che si interessano dello studio e del recupero, seppure nei limiti pervenuti a noi, delle opere lasciate dal passaggio sull’isola degli Etruschi, dei Greci e dei Romani.
In questa direzione vanno  gli impegni di ASSO [17] e del Centro Studi [18], assistiti – ce lo auguriamo – dalla Sovrintendenza, al di là dei malintesi, degli attriti e delle inefficienze che tutti i progetti nuovi possono manifestare. Senza disperdere ciò che di buono è stato fatto e creando le opportune sinergie tra tutte le figure che hanno dimostrano e dimostrano di volere il bene di Ponza.

[19]

E gli amministratori? Gli amministratori devono porre in essere la politica del fare che passa attraverso la capacità di sapere ascoltare e quella di saper fornire le risposte attese quando le richieste sono giuste e fondate.
Non sono percorsi facili se non si approfondiscono i problemi vestendosi di umiltà.

Quella che manca spesso nei comportamenti quotidiani e che non sempre si ha quando entriamo nel difficile mondo dell’educazione dei bambini che poi saranno gli adulti del domani chiamati a fare scelte e a prendere decisioni.
Patrizia Montani [20], “pediatra da poco in pensione, nonché madre e nonna felice” come la definisce Sandro, sa illuminarci con i suoi articoli su questi temi dalla cui analisi possono nascere tanti spunti di riflessione che, alla fine, possono solo renderci migliori.

[21]

E spunti ne vengono anche dalla lettura degli scritti di Antonio Pennacchi sul nuovo analfabetismo [22], di Stefano Testa sul Gattopardo, la Sicilia e l’Italia di Ieri e di Oggi [23] e di Gianni Sarro sul Risorgimento al cinema [24], utili a farci capire come alcune deviazioni della società di oggi  hanno origine nei tanti errori fatti nel passato.

[25]

Ci può servire questa analisi? Certamente sì, se abbiamo la consapevolezza d’aver sbagliato e ci impegniamo a comportarci meglio e ad  approfondire le nostre conoscenze. Conoscere serve ad evitare di commettere errori nuovi o ripetere quelli del passato.

Agli inizi dell’epicrisi dicevo che la settimana si è evidenziata anche per l’annuncio di una serie di eventi.
Alcuni di carattere storico come il 76° anniversario, il 24 luglio prossimo, dell’affondamento del Santa Lucia [26];

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altri di carattere religioso come la venerazione delle reliquie di San Giovanni Paolo II [28]esposte nella nostra chiesa della SS. Trinità; altri ancora legati all’estate come La sagra del pescespada [29], del prossimo 27 luglio, l’inaugurazione del parco acquatico a Le Forna [29] e Lo stracquo di Circe, [30] iniziativa che, nell’ambito del programma della Città della Cultura del Lazio 2019 presenta il lavoro e le opere di Publia Cruciani.

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Insomma ce n’è per tutti i gusti.
Io mi accontento della luna… Perciò vado a riguardarla e a ripassarmi la storia di quello che accadde cinquant’anni fa… nella consapevolezza che quell’allunaggio si compirà.