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Ursus: due storie parallele

di Letizia Piredda

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Due motivi per proporre sul sito questo racconto di Letizia da un suo recente viaggio a Trieste (da www.odeon.home.blog [1]) Parla di un porto (o di una struttura portuale) e di un film che fu il primo e l’antesignano del genere “peplum” [dal più semplice e classico abito delle donne della Grecia antica (poi fatto proprio dai Romani), consistente in un rettangolo di stoffa di lana variamente drappeggiato sulla persona e fermato con una fibula sopra le spalle], film in costume e ambientazione romana antica, diversi dei quali vennero successivamente girati a Ponza [2] .
S. R.

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Vi ricordate Quo Vadis? (1951, di) nell’adattamento di Hollywood (regista Mervyn LeRoy), con Deborah Kerr e Robert Taylor? Uno dei kolossal del genere Peplum davvero indimenticabile. Nella vicenda spicca un personaggio secondario: è il servo Ursus, un gigante dalla forza prodigiosa, ma dal cuore gentile. il protettore della cristiana Licia, e più di una volta  interviene  in sua difesa. Ma la sequenzaa clou del film è quella dell’arena, dove vengono uccisi i cristiani  colpevoli, secondo Nerone, di aver appiccato il fuoco a Roma. Licia è legata ad un palo di legno al centro dell’arena. Viene fatto entrare nell’anfiteatro un toro selvaggio, e Ursus, l’enorme guardia del corpo di Licia, deve cercare di difenderla dall’animale a mani nude.

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Quando ormai sembra tutto perduto, Ursus, con forza sovrumana  riesce a spezzare il collo del toro, salvando Licia.
Vi chiederete: ma come mai un richiamo a questo film?
E’ da due o tre giorni che sono tornata da Trieste: la mia prima visita a questa città dalle mille sfaccettature, imprendibile, solenne nella sua architettura austro-ungarica e avvolta  in quell’atmosfera mittel-europea che tanto l’ha caratterizzata in tutte le sue manifestazioni sociali, culturali e politiche. Città di confine e, come tale, città contesa; dalle mille storie per lo più sconosciute al turismo ufficiale, ma molto ben raccontate da M. Covacich, nel suo libretto Trieste sottosopra (*).

[5]La folla festante per il ritorno di Trieste all’Italia: parata delle forze armate sulle Rive, 4 novembre 1954

Si gira facilmente a piedi Trieste, soprattutto se si è abituati alle distanze di Roma. Più di una volta nel mio girovagare sono passata nella bellissima piazza dell’Unità d’Italia, dove uno spazio ampio si apre sconfinando sul mare, al punto che non si sa se è il mare a entrare nella Piazza o la Piazza a entrare nel mare. Più di una volta ho scorto con la coda dell’occhio una grande gru sul lato destro, ma il fascino della piazza, la fretta di raggiungere la meta prefissata per quel giorno, il caldo che in certe ore si fa sentire anche lì, non mi hanno dato il tempo di soffermarmici.
Solo quando la mia amica triestina che generosamente mi dava, al cellulare in tempo reale, numerose dritte sulle cose da vedere, sulle gite più belle, nonché sui caffè storici e sui ristoranti più tipici, mi chiese se avevo visto Ursus, qualcosa si è messo in moto nella mia mente e dopo un momento di sconcerto, ho cominciato a collegare quel pezzo di gru, visto sbadatamente oltre piazza dell’Unità con l’incredibile storia, tutta triestina, di Ursus.

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Questa gigantesca gru, Ursus, su pontone galleggiante risponde perfettamente nella sua storia e nelle sue mastodontiche dimensioni all’Ursus di Quo vadis?
Dalla sua costruzione, ancora sotto la dominazione austro-ungarica (1913), fino ai primi anni di attività quando Trieste è diventata italiana (dal 1918 e poi, dopo alterne vicende con la definitiva annessione del 1954), la struttura ha sempre lavorato instancabilmente da un angolo all’altro del golfo di Trieste, rendendosi disponibile, qualunque fosse il compito. Tra le tante imprese eroiche, va menzionata la rimozione pericolosa e sofferta dei relitti di navi sommergibili nell’Adriatico, con il rischio di un’esplosione delle tante mine lasciate dalla Seconda Guerra Mondiale..
La sua silhouette è immediatamente riconoscibile: 70 metri d’altezza, con una superficie di 1100 metri quadrati, una delle tre chiatte con gru d’epoca rimaste intatte non solo in Europa, ma in tutto il mondo.
La sopravvivenza di questo gigante di ferro sembra sia dovuta ad un suo uso estensivo, fino alla metà degli anni Novanta. In contrapposizione alla decadenza del porto nel secondo dopo guerra, l’Ursus grazie alla sua solidità ha continuato a lavorare a sufficienza tanto da garantirsi una buona pensione ed evitare, solo per il vivo interesse dei triestini e delle associazioni cittadine, un’ingrata distruzione.
Due giganti, sì, ma dal cuore generoso: c’è ancora qualche speranza per noi tutti!

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Ursus nel Porto Vecchio di Trieste

(*) – Mauro Covacich Trieste sottosopra. Editore La terza, 2006

 

Appendice del 17 luglio
Quattro foto inviate da Franco Zecca a corredo del suo commento

[8]La statuetta raffigurante Ursus e Ligia, regalo di matrimonio (su tutte le foto, cliccare per ingrandire)

[9]La gru Ursus nella serie tv ‘La porta rossa’

[10]I titoli di testa del filmato, con il porto di Trieste sullo sfondo

[11]Dentro Ursus e dietro Trieste notturna
[12]La gru e gli attori