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La storia raccontata dai film (8). Il Neorealismo, Rossellini e ‘Roma città aperta’

di Gianni Sarro

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Continua, con una speranza di refrigerio, la serie di Gianni Sarro sui “basilari” del cinema italiano.
La Redazione

Neorealismo è sinonimo di Rossellini e De Sica, di Roma città aperta e Ladri di biciclette, di Zavattini e De Sanctis, del primo Visconti.
Neorealismo è soprattutto sinonimo di modernità, di rinnovamento, di rivoluzione del racconto cinematografico.
Il Neorealismo mostra storie che vedono al loro centro personaggi e situazioni, che prima erano ai margini dell’immaginario.

Un nuovo orizzonte del visibile irrompe nel cinema italiano e lo cambia per sempre, vedere un film non è più un atto di pura evasione. Non può esserlo dopo il cataclisma epocale della seconda guerra mondiale che impone una rimodulazione della narrazione cinematografica.
Gli autori abbandonano l’idea di realizzare film che scorrano placidi sullo schermo, strutturati come rappresentazione di un mondo perfetto: quel mondo non esiste più, è stato spazzato via.
Le principali città europee, da Berlino a Londra, da Parigi a Roma, per non parlare di Varsavia e Leningrado, sono un cumulo di macerie, oppure sono state mute testimoni di efferati stermini ed eccidi che hanno lasciato attoniti i sopravvissuti. Per avere un’idea precisa della desolazione lasciata dalla guerra basta guardare pochi fotogrammi di Germania anno zero (1948), guarda caso un film neorealista, terzo capitolo della trilogia della guerra antifascista, firmata da Rossellini (*).


Poche righe sopra ragionavamo di nuovo orizzonte del visibile. Un esempio chiaro lo troviamo in Roma città aperta.
Siamo negli ultimi mesi dell’occupazione nazista, i più duri sia per la repressione, sia per la mancanza dei generi di prima necessità, sia per i bombardamenti che si succedono (alla fine saranno 51 dal settembre del 1943 al maggio del 1944). Rossellini ambienta in una Roma resa fredda e grigia (merito anche del direttore della fotografia Ubaldo Arata) le vicende di Don Pietro (Aldo Fabrizi) e Pina (Anna Magnani) gente del popolo e non eroi.


Nella narrazione della Roma rosselliniana sono posti in primo piano i quartieri popolari della Capitale, in particolare il Prenestino, all’epoca di nuova costruzione. Scene simbolo di questo nuovo immaginario popolare è, oltre alla scena più famosa, quella dove i nazisti uccidono Pina, girata a via Montecuccoli, la passeggiata di Pina e Don Pietro alla circonvallazione Casilina e gli scorci di Roma bombardata offerti dalla macchina da presa. A contrasto della scelta di mostrare i quartieri più popolari è l’assenza dei monumenti. A parte piazza di Spagna, inquadrata all’inizio, quando la macchina da presa segue il plotone di soldati tedeschi che marciano, si vede due volte San Pietro, non a caso all’inizio e alla fine, simbolo della Chiesa (quella di Don Pietro, più che del Vaticano) come garante di una speranza di sopravvivenza.

Significativamente neorealista, nel senso della creazione di una nuova estetica cinematografica, di un nuovo immaginario per lo spettatore è la scelta di Rossellini sugli spazi dove collocare i personaggi. I ‘buoni’ sono rappresentati nei luoghi reali della città, spesso all’aperto, mentre nessun cattivo respira all’aria aperta. Ariosi, soleggiati, quelli di Don Pietro, di Pina e della gente comune. Chiusi, entropici, cupi quelli dove stanno i nazisti. Danno una sensazione di chiusura all’esterno, non a caso la gente comune vi entra (condotta con la forza) solo quando è prigioniera. Come l’ufficio di Bergmann (personaggio che evoca Kappler) illuminato in modo molto simbolica (un abat-jour) che emette una luce fioca. Il corridoio degli uffici è uno spazio opprimente, come le stanze intercomunicanti che mettono in contatto l’ufficio asettico di Bergmann con la stanza delle torture.


Le locandine dei film, in particolare quelli del dopoguerra, erano veri capolavori di costruzione di un senso, fortemente connotate e livello simbolico. In entrambe le locandine di Roma Città aperta c’è la silhouette incombente e malefica del soldato tedesco, ma questa qui sopra (con Fabrizi che sostiene il corpo inerte di Anna Magnani) è più disperata e senza speranza della precedente

Infine un gioco. Domanda: cosa sono diventati i ragazzini come Marcello di Roma città aperta? Il cinema degli anni ’50 e ’60 quando rappresenta quei bambini ormai adulti non lascia molte speranze. Pensiamo al piccolo Marcello. Forse è crescendo è diventato il Marcello della Dolce vita? Certo quest’ultimo viene dalla provincia, tuttavia Fellini (sceneggiatore di entrambi i film, ricordiamocelo) ci ha abituato a confondere le acque, a sminuire il racconto, a contaminare le storie tra di loro. E allora? Una risposta certa non esiste. Il Neorealismo è il cinema della modernità. È il cinema che pone domande allo spettatore. Senza fornire risposte.

(*) Gli altri due sono Roma città aperta (1945) e Paisà (1946)


Paisà. Seconda pellicola della trilogia della guerra antifascista, è considerata una delle vette del cinema neorealista italiano; girata con attori prevalentemente non professionisti, rievoca l’avanzata delle truppe alleate dalla Sicilia al Nord Italia; è costituita di 6 episodi: Sicilia, Napoli, Roma, Firenze, Appennino Emiliano, Porto Tolle (da Wikipedia).
Sotto, l’episodio di Napoli, con il bambino e il soldato americano 

 

 

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