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Pescare per buttare i pesci a mare: una bestemmia

di Sandro Vitiello

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Ogni notte nei mari intorno a Ponza e in quelli di tutta Italia muoiono centinaia di quintali di tonni.
Non uno di questi arriva a terra.

Leggi comunitarie e disposizioni italiane impediscono a quanti catturano accidentalmente i tonni di poterne fare commercio.
Non si possono vendere, non si possono portare a casa per uso personale.

Si deve tagliare il filo dell’amo che ha catturato il pesce -sulla murata – e lasciarlo scivolare in mare.
Eventuali controlli, ormai molto serrati, porterebbero alla denuncia alla quale seguirebbe un’ammenda molto pesante. E’ il solito pasticcio delle leggi e dei regolamenti che non prevedono la casualità in questo mestiere.

Dopo la rottamazione delle spadare – le reti per la pesca del pesce spada – chi vuole fare pesca di superficie in mare aperto adesso usa i palamiti. L’obiettivo è pescare pesci spada.

Ma agli ami di questi attrezzi da pesca non abboccano solo i pesci spada.
Capita di trovare altre specie marine che hanno la bocca sufficientemente grande per attaccarsi ad un amo comunque grosso.
I tonni ce la fanno.
I tonni rimangono attaccati alle coffe a pesci spada.
I tonni non hanno capito che loro sono un problema e non più una risorsa.
Loro, per i pescatori, sono una mazzata in testa.

Ormai la pesca a Ponza è ridiventata un mestiere povero e per mettere insieme pane e companatico si fanno salti mortali. I costi per tenere in armamento le barche non sono piccoli; questa  pesca va fatta con gli ami ed a questi va messa un’esca, da pagare.
Insomma si combatte una guerra dura.
Quando poi vedi arrivare dal mare del pesce prezioso che potrebbe sistemare i conti di una barca e delle famiglie che ci stanno dietro e devi ributtarlo in acqua, ti sale una rabbia indescrivibile.

Fino a qualche anno fa c’erano le stesse leggi ma i controlli non erano così forti.
In tanti, a casa, mettevano via il tonno sott’olio che serviva per l’alimentazione familiare.
Qualche barattolo veniva pure venduto ad amici e conoscenti.

Adesso le barche devono comunicare l’arrivo in porto alla guardia costiera per permettere eventuali controlli prima di scaricare il pescato. Prima di entrare in porto bisogna scrivere su un apposito registro quanto si è pescato.
Insomma come dice qualcuno “se trasporti droga rischi di meno”.

Cambiano i governi e le parole si sprecano in quantità.
La colpa è sempre di quelli di prima ma noi ci metteremo mano.
Una litania che si ripete costantemente.
Il dato di fatto è che le quote tonno per il nostro paese vengono distribuite quasi esclusivamente alle società che si occupano specificatamente di questa pesca. Per gli altri, come i pescatori della nostra isola, rimangono le briciole.
Se queste modeste quantità venissero portate a terra, bisognerebbe aprire una procedura che scoraggia anche i più volenterosi.

Di fatto i tonni muoiono e i pescatori non ne traggono vantaggio.
Anzi, al danno la beffa.
Nelle notti appena passate c’è stata una presenza notevole di questi pesci nel mare di Ponza. Migliaia di ami e chilometri di coffe sono andati perduti.
Quando il tonno rimane attaccato all’amo, per reazione punta il muso verso le profondità del mare.
Non si ferma fin quando l’amo non si spezza dal filo o, più realisticamente. quando il pesce va a schiattare, per effetto della pressione del mare profondo. Insieme a lui scendono verso gli abissi del nostro mare gli attrezzi da pesca.

Nei giorni scorsi è successo questo; molto di più che altre volte.
E insieme ai pesci che vanno a morire, sul fondo del mare se ne vanno anche le speranze di tanta nostra gente.

***

Appendice del 10 luglio (allegato al commento di Biagio Vitiello – Cfr):

Decreto ministeriale. Campagna di pesca del tonno rosso. Anno 2019
(leggere in particolare, a fine pag. 1 e inizio pag. 2, quel che segue a Visto…)

3 commenti per Pescare per buttare i pesci a mare: una bestemmia

  • isidorofeola

    L’articolo di Sandro risulta talmente pieno di “pathos” da suscitare un’intensa emozione ed una totale partecipazione di solidarietà verso i nostri pescatori.
    E, purtroppo, tutto vero: le leggi non prevedono la cosiddetta cattura occasionale e, di conseguenza, un tonno tirato a murata con la coffa (SEMPRE MORTO!!!) non può essere portato a terra ma va obbligatoriamente ributtato in acqua. A nulla vale ricordare che poco al di fuori delle acque territoriali circolano delle grosse navi officina, soprattutto nipponiche, che catturano e trasformano tonnellate di tonno in barba a qualsiasi regolamento e legge sia italiana che comunitaria.
    E, come già detto da Sandro, al danno si aggiunge la beffa, anche perché, dal mio osservatorio, vedo in costante aumento il numero di isolani addetti alla pesca che manifestano disturbi di comportamento, del ritmo sonno\veglia fino a quadri di vera e propria depressione reattiva in quanto non si intravede, per ora, la luce in fondo al tunnel.
    Chissà se provando a dare la colpa di tale stato di cose ai migranti ed ai clandestini qualcuno si sveglia nei palazzi del governo e decida di portare in Europa le istanze dei pescatori italiani.
    E… se possono pescare i giapponesi facciamo in modo che possano pescare pure… i COREANI…

  • Adriano Madonna

    Sono d’accordo con Sandro Vitello ed esagero addirittura dicendo che “il tonno non è un pesce, è un problema!”. Prendere un tonno e portarlo a terra significa mettersi in un mare di guai ed essere trattato quasi come un assassino o uno stupratore. Se c’è una serie di norme per tutelare il tonno, è pur vero che queste norme sono state fatte, a mio modesto avviso, a ….. di cane. Innanzitutto, c’è tonno e tonno. Per togliersi la curiosità, andate a curiosare nell’elenco di specie della famiglia degli sgombridi e verificate quanti sono i tonni: una marea e tutti diversi, tutte specie diverse. Fra tutte, c’è il tonno rosso (Thunnus thynnus), il più pregiato e il più costoso, decisamente la specie che dovrebbe essere tutelata, ma spesso si fa di tutta l’erba un fascio e allora basta che si tratti di tonni, la normativa è uguale per tutti. E il discorso continua con i tonni pescati per sbaglio e che si lasciano filare a fondo a marcire sul fango. Non si possono portare a terra perché se ne farebbe commercio. E allora che si fa? Si buttano. Ma perché non darli alla mensa dei poveri? Alla Caritas? Pensate quanto arricchirebbe la tavola di poveri, digiuni disgraziati un solo grosso tonno. Ma no, meglio lasciarlo marcire in fondo al mare, tanto il nostro Paese è un Paese ricco, soldi e cibo tutti ne hanno d’avanzo, anche i senzatetto che vagano per le città in cerca di un boccone da mettere sotto i denti. Ma che dobbiamo farci con questi tonni?

  • Biagio Vitiello

    Caro Isidoro,
    assolutamente non per polemizzare con le tue posizioni, ma per fornire elementi ulteriori e più precisi, allego copia del decreto Ministeriale che recepisce una direttiva della Comunità Europea riguardante il divieto della pesca al tonno (allegato in file .pdf alla fine dell’articolo di base, a cura della redazione)

    Se siamo d’accordo a definire pessimo e impreciso l’impianto della legge e nefaste le sue conseguenze su un settore molto in crisi, è su questi temi che i paesi mediterranei – Spagna, Italia e Grecia, in prima linea – dovrebbero contrastare l’arroganza (e l’incompetenza) degli euro-burocrati

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