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Fari e fantasmi nel Mediterraneo senza tempo (2). Nota aggiuntiva

di Tano Pirrone

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Il faro di cui abbiamo parlato nella prima parte del documento è certamente il più famoso dell’antichità (una delle sette meraviglie del mondo, quanto meno quello allora conosciuto), ma non certo il primo. Fin dalla più remota antichità, infatti, si accesero fuochi sulle vette dei monti e sulle punte degli scogli, per servire di segnale o di guida ai naviganti.

I Fenici furono i primi a sostituire, alle alture naturali, costruzioni dapprima semplicissime in legno e poi in muratura, e le sparsero in abbondanza lungo le coste del mare Mediterraneo, sia per segnare punti pericolosi, sia per indicare l’entrata dei porti e punti di rifugio.
Ai Fenici si deve la costruzione del primo faro menzionato dagli storici: quello di Lechete sul promontorio Sigeo nella Troade [1] nel 650 a. C. Col progresso delle tecniche costruttive i fari assunsero grande importanza e diventarono opere d’arte e monumenti ragguardevoli.

Ricostruzione ideale del Faro, dell’Isola di Pharos e della città di Alessandria

Il più grande faro dell’antichità, come abbiamo visto (leggi qui), una delle sette meraviglie del mondo [2], fu costruito sotto Tolomeo II Filadelfo [3] negli anni del suo regno (285-247 a.C.). Ne fu autore Sostrato di Cnido [4].
L’edificio era un’immensa costruzione contenente un numero grandissimo di locali e di scale fatte in modo che potessero salirvi i cammelli, pazienti bestie da soma utilizzate per il trasporto della legna resinosa e degli oli minerali necessari per la combustione. Era tutto in pietre bianche squadrate a spigolo vivo, a vari piani che andavano man mano restringendosi, Era composto di tre corpi: il primo, un quadrato di 30 metri per lato, alto 70 metri, culminava in un’ampia terrazza, sulla quale poggiava il secondo corpo, una torre ottagonale di 34 metri; su di questa insisteva il terzo corpo, una lanterna rotonda coperta da un tetto conico, nel quale si trovava l’impianto di illuminazione. Sopra il tetto si ergeva una statua colossale del dio del mare, Poseidone col tridente, arma possente con la quale scuoteva il mare e la terra provocando terremoti [5].

Non sono ingegnere né architetto, non so navigare e detesto le crociere; non ho passioni sfrenate per i fari, anche se sono stati l’argomento più frequentato nei miei articoli generosamente pubblicati su Ponzaracconta; escludo, salvo prova contraria, che possa rappresentare un simbolo fallico e denunciare omosessualità latente (amo le donne e amo l’amore di donna). Allora come mai questa perseveranza, questa frequentazione assidua?
Ricondurrei il tutto all’idea fondante che ho del Mediterraneo come lago interno di un enorme territorio abitato da popolazioni simili o nel tempo fortemente integrate; una memoria tramandata inconsciamente, attraverso le generazioni, dai tempi mitici della colonizzazione greco calcidese verso le italiche sponde pressoché inabitate.

I fari sono i riferimenti visibili dei confini del lago, certezze per i traffici continui che per millenni hanno solcato le acque spesso turbate dal tridente di Poseidone/Nettuno, che a seconda dei malumori divini che lo rapivano, prepotente e imprevedibile come ogni buon dio che si rispetti, ficcava a forza nelle terre lambite dal MareMadre, sconvolgendole con terremoti e maremoti, così, tanto per ricordare che Lui era lui e gli altri, gli altri, non contavano proprio un c…!

I Fenici lambivano le coste e giungevano ovunque portando l’Oriente sempre più vicino. I Greci facevano la spola da sponda a sponda con un’intensità mai vista e una sorta di coazione a colonizzare. E Romani e Saraceni e repubbliche marinare. Solca e porta merci, spezie, schiavi; solca e porta guerre e devastazioni, solca e porta profughi, povere anime perse, spesso in mare o forse ancor peggio clandestini in terre lontane e straniere, ancorché agognate.

I morti sciolti in mare nutrono pesci, che sempre meno pescatori pescano. Piccoli battelli affondano e grosse barche. Grandi navi militari mostrano muscoli e coglioni. Il mare nostro è sempre meno lago e sempre più piazza d’armi. Qualcuno li fermi, qualcuno ci fermi.
E cominci a raccontarci del Mediterraneo piazza comune, Foro, Mercato, ci parli dei fari, lampioni extra ordinari per dar luce a un lago troppo scuro perché sia vero. Il Medio Oriente, l’Africa sahariana, l’Europa tutta troveranno equilibrio e modus vivendi se riporteranno al centro – geografico politico antropologico – questo lago in cui acqua, fango e sangue hanno generato liquido seminale da cui sono nate civiltà grandissime, inarrivabili, originali, irripetibili. Non vogliono che si studi più la geografia, ora anche la storia: ma è come se noi non sapessimo nulla del nostro corpo, delle sue funzioni, della sua forza e delle sue debolezze. Non si può sconoscere la propria tana, il luogo in cui siamo stati generati o ospitati, in cui sono nati i nostri padri e i padri dei nostri padri e in cui nasceranno – forse – i figli dei nostri figli e i figli dei figli dei nostri fratelli che vivono attorno a questo mare, che per questo chiamiamo NOSTRO, cioè di tutti.

L’Antitesi è un capitano padano, essenza dell’ignoranza crassa del contadino medioevale, reso bruto e credutosi bruto di diritto. Nulla può, costui, comprendere del fiume inarrestabile di vite, di storie che nel nostro mare sono confluite, o che da esso hanno preso origine e vita. Un capitano padano è solo l’esempio dell’orco cieco tutto stomaco e culo, senza testa e senza anima. Sprezzatelo! Disprezzatelo come lui ci disprezza. Rifuggitelo come lui rifugge noi e combatte la nostra memoria, i nostri interessi, la nostra storia, la nostra millenaria esistenza di donne e uomini mediterranei.


Note

  1. Troade – Regione storica dell’Asia Minore, compresa tra l’Ellesponto e il Golfo di Adramittio, dominata dal Monte Ida, percorsa dai fiumi Scamandro e Simoenta; corrisponde all’estremo angolo nord-occidentale della Turchia asiatica. Dopo l’età preistorica (3°-2° millennio), in cui le vicende della Troade sono note dagli scavi di Troia-Hisarlik, la regione sembra essere stata in potere dei Frigi; a questo periodo risale l’insediamento di colonie greche sulle sue coste.
  2. Sono così chiamati sette dei più cospicui monumenti lasciati dagli antichi, Furono descritti, secondo alcuni da Filone di Bisanzio (verso il 250 a.C.) e secondo altri da Filone di Eraclea (?-322 a.C.). Esse erano: 1° gli Orti pensili; 2° le Piramidi; 3° la Statua di Giove Olimpico; 4°le Mura di Babilonia; 5° Il Colosso di Rodi; 6° il Tempio di Diana ad Efeso; 7° il Mausoleo ossia la tomba di Mausolo eretta da Artemisia.
  3. I Tolomei furono una dinastia di origine macedone, che regnò in Egitto in età Ellenistica (morte di Alessandro Magno, 323 a.C. – morte di Cleopatra VII, 30 a.C.).
  4. Sostrato, figlio di Dexifane, non accettando che il frutto dei suoi sforzi fosse ascritto al munifico committente, Tolomeo II Filadelfo, dopo aver costruito la torre del faro scrisse il suo nome là sulle pietre e, avendolo spalmato con la calce e coperto, graffì al di sopra il nome di colui che allora governava, sapendo, cosa che poi si verificò, che dopo davvero poco tempo le lettere si sarebbero staccate con la calce e sarebbe apparso “Sostrato, (figlio di) Dexifane, Cnidio agli dei salvatori per i naviganti”. La storia ci è stata tramandata da Luciano di Samosata in forma dialogica nel suo pamphlet Come si deve scrivere la storia.
  5. La voce “Faro”, curata dall’ing. Giovanni Bairati nel Dizionario di cognizioni utili (Enciclopedia elementare di Scienze, Lettere ed Arti), Unione Tipografico-Editrice Torinese (UTET), 1926, II volume, pag. 454, dà cifre assai poco credibili: parla di “una piramide colossale misurante in altezza 1000 cubiti pari a 432 metri”.

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