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Scritti politici (2). Sul caso Regeni

a cura della Redazione

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Pubblichiamo due scritti comparsi su La Repubblica dei giorni scorsi, relativi alla allo striscione “Verità per Giulio Regeni” fatto rimuovere a Trieste, dalla sede della Regione Friuli-Venezia Giulia, dal governatore leghista Fedriga. 

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Lettera al governatore Fedriga. Ricordi, Giulio era italiano
di Luca Bottura

Gentile dottor Fedriga, le invio queste poche righe per alcune pacate riflessioni sull’evento cartellonistico che l’ha recentemente vista protagonista.

Nei giorni scorsi è stato infatti rimosso dalla sede della Regione da Lei amministrata, il Friuli-Venezia Giulia, lo striscione che richiedeva verità per Giulio Regeni, il giovane ricercatore assassinato nel 2016 in Egitto, sulla morte del quale ancora il nostro Paese, nei governi che si sono succeduti, non è riuscito a ottenere la benché minima informazione vagamente plausibile.
Dapprima Lei ha inteso opporre alle (naturali) proteste che ne sono seguite una motivazione di carattere sportivo.
Ossia, ha detto, lo striscione era stato asportato per permettere di addobbare la sede della sua Regione con le insegne del campionato europeo Under 21 di calcio, dal quale peraltro siamo stati praticamente eliminati subito dopo la sua mossa portafortuna.

Quando Le è stato fatto notare quanto puerile fosse la giustificazione adottata, e sia la Fifa sia l’Uefa si sono dette estranee a ogni tentativo di stabilire l’arredo dei suoi infissi, ha avocato a sé la decisione spiegando che lo striscione non sarebbe mai più tornato.

Ma questo lo sa. Quello che non sa, e spero di non rovinarle la sorpresa, è che Giulio Regeni non era solo un giovane ricercatore. Era italiano. E il plateale menefreghismo per la violenza che un suo e mio concittadino ha subìto in terra straniera collide sia con gli slogan («Prima gli italiani»), sia con la prassi della sua parte politica, oserei dire culturale, per la quale chiunque porti in tasca il nostro passaporto, foss’anche qualcuno che lavora in scenari di guerra da privato cittadino, va difeso, sostenuto, commemorato come si deve. Non so se prima di essere torturato a morte il nostro connazionale abbia potuto pronunciare frasi di sicuro impatto come, cito un caso di scuola, «vi faccio vedere come muore un italiano». Né sono certo che Regeni afferisse alla parte politica per la quale, sempre meno speranzoso, simpatizzo. Questo non è importante. Lei invece sì, crede di saperlo. E lo ha iscritto, da italiano di serie B, al club delle «vispe Terese», come i vostri giornali chiamavano le due Simone. Del «pirlacchione», come il povero Enzo Baldoni fu apostrofato da un cronista che immagino apprezzi, subito prima di essere sgozzato. O come Silvia Romano, prigioniera in Kenya per delitto di umanità. O come padre Paolo Dall’Oglio, rapito in Siria. Un religioso. Sa, di quella religione della quale il suo principale bacia periodicamente i simboli. O come padre Pier Luigi Maccalli, missionario sparito in Niger. Tutta gente che metteva in pratica uno slogan così potente e autoassolutorio che a un certo punto è stato fatto proprio anche da una parte della sinistra: aiutiamoli a casa loro. Se lei fosse un buonista come me, come noi, avrebbe tutto il diritto di fottersene di questi tizi.

Regeni in primis. In fondo non sono che persone perbene la cui vita dimostra a voi cattivisti come si possa essere solidali, tolleranti, e prendersi il rischio di farlo a costo di essere insultati e derisi. Invece, purtroppo per Lei, sono italiani.

Dunque, la loro vita – o la loro morte – ha il pregio, tra i tanti, di smascherare quanto sia peloso il presunto buonsenso che avete violentato pur di ottenere voti. Peggiorando il Paese.

Non vi frega niente degli italiani, vi interessa solo dei «vostri». Non volete aiutare nessuno a casa propria: non volete aiutare nessuno, e basta. Il sovranismo è la scusa dietro cui occultate, sempre meno, in fondo non serve più, la vostra intolleranza politica, “razziale”, verso chi, in genere, sia impossibilitato a difendersi.

[Da la Repubblica di sabato 22 giugno 2019]

COMMENTI
Le lettere di Corrado Augias

La morte di Regeni e il coraggio della verità

Gentile dottor Augias, sono un vecchio medico che durante la sua carriera ha avuto grandi responsabilità nel prendere decisioni difficili. La “quaestio” è il caso Regeni. Un viso da ragazzo aperto, sereno, cresciuto in una famiglia in cui ha imparato rispetto per il prossimo e lealtà. Sappiamo tutti come sono andate le cose, ma è possibile attendersi ammissioni da una dittatura feroce? Quali risultati sperare anche se venissero indicati, non certo i mandanti intoccabili, ma i sadici torturatori? Non è sfiducia, ma conoscenza delle cose umane. Cinico e destrorso, il gesto del presidente del Friuli-Venezia Giulia, anche nelle sue intenzioni populiste, non va del tutto deprecato. È indispensabile mantenere il ricordo e far sapere ai giovani quanto è successo, ma per Regeni non ci sarà mai giustizia, perché il mondo che l’ha inghiottito quella giustizia non la conosce.
Gianfranco Ferro – ferdoc@alice.it

La risposta di Augias

Dissento totalmente dalle conclusioni del dottor Ferro anche se riconosco la buona fede nel sostenere il suo punto di vista che è in pratica un invito alla rassegnazione. Qui però è il punto: non possiamo rassegnarci anche se sappiamo tutti come verosimilmente sono andate le cose e che, con ogni probabilità, una verità ufficiale sarà molto difficile ottenerla. Ho avuto occasione di parlare tempo fa sia con alcuni procuratori della Repubblica sia con due corrispondenti italiani al Cairo. Le responsabilità del rapimento e della morte di Giulio Regeni risalgono chiaramente ai capi dei servizi segreti egiziani e da qui arrivano a lambire i vertici del governo.

Dare piena luce a questa catena di responsabilità vorrebbe dire aprire una crisi di regime. In una situazione del genere i tentativi di arrivare alla verità, giudiziari o diplomatici che siano, hanno pochissime probabilità di riuscita come dimostrano gli umilianti depistaggi e le lacunose informazioni patite dai nostri inquirenti e diplomatici. Per non parlare delle minacce agli stessi avvocati della famiglia. Anche il comportamento della tutor universitaria di Giulio in Inghilterra è stato deplorevole. In un primo momento quando gli ha assegnato un compito rischiosissimo in un territorio infido con biasimevole leggerezza. Dopo la tragedia quando ha rifiutato ogni forma di reale collaborazione. A tutto questo s’è aggiunta la miserevole iniziativa del governatore Fedriga di rimuovere lo striscione dal palazzo della Regione.
Offende il gesto, offende forse ancora di più l’ipocrisia delle parole: «Ho fatto una scelta chiara – ha detto – quella di non portare nella mischia politica il dramma e la morte di un ragazzo. A questo punto togliamo lo striscione così la polemica si presenta questa volta e mai più, e la finiamo di utilizzare un ragazzo politicamente». Frasi dissennate, nessuno ha mai usato la morte di Giulio Regeni con un significato politico.
È un ragazzo italiano, figlio della regione Friuli-Venezia Giulia, per il quale l’Italia, senza distinzioni, ha il dovere di continuare a chiedere verità anche se sappiamo che molto difficilmente si riuscirà ad averla. Si parlava giorni fa in questa rubrica dell’inadeguatezza, della povertà mentale di molti politici; eccone un caso lampante.

[Da La Repubblica di domenica 23 giugno 2019]