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Epicrisi 232. Essere ponzesi…

di Enzo Di Giovanni

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Essere ponzesi significa vivere in un mondo a parte. Mi capita spesso di parlarne con amici forestieri, che ogni tanto azzardano analisi sociologiche nell’esercizio, generoso ma inutile, di codificare tutto quello che non comprendono in schemi precostituiti: nell’intento, a volte onesto altre volte meno, di spiegare appunto un mondo, quello isolano, che in fondo non capiscono.
– “Siete provinciali, fuori dal mondo che conta, quello dove si decidono tendenze, sviluppi o crisi economiche, in sostanza il nostro ed il vostro destino” -.
– “Ma anche no: avere un orizzonte senza confini vi apre a visioni che altrove è impossibile tentare” -.
– “Siete incapaci, storicamente – e purtroppo cronicamente – di costruire un modello di sviluppo tale da affrancarvi dalla dominazione culturale ed economica che subite da sempre” -.
– “Ma anche no: in questi pochi km quadrati potete coltivare l’illusione di trasformare il territorio plasmandolo ai vostri desideri ed ai vostri bi-sogni” -.
E’ una comunione impossibile da realizzare.
Perché si è isolani dentro: c’è poco da fare.
Per quanto disuniti si possa essere, noi ponzesi abbiamo inscritto nel DNA un codice antropologico che è solo nostro, e che difficilmente si può spiegare: agli altri, ma soprattutto a noi stessi.
Un esempio?
Il nostro capodanno non è il 1° gennaio: è il 20 giugno.
Che non coincide solo con l’inizio ufficiale dell’estate, ma ci dà il senso che un altro anno è passato. Inesorabile, col suo carico di speranze, di dolori, di aspettative.
L’approssimarsi della ricorrenza di San Silverio è una sbornia di attesa e ricordi, scanditi da un cerimoniale che rassicura, che ci rende tutti partecipi, ognuno a modo suo, per un solo giorno l’anno. Quel giorno in cui dimentichiamo di essere anarchici, soli. In cui capita di rivedersi con le stesse persone da 25 anni, in una sorta di appuntamento tacito; oppure, come mi è successo quest’anno, di rivedere un caro amico dopo più di trent’anni.
E’ una sbornia collettiva, che come tutte le sbornie lascia il giorno dopo vagamente intontiti, in attesa della prossima.
Si può spiegare, una cosa così?
Se si è bravi la si può raccontare, ma nulla più.

Sono molte le cose che non si possono spiegare, a proposito di una piccola isola al centro del Mediterraneo. Come la storia tragicomica di uno che da anni vorrebbe visitare Ponza ma non c’è mai riuscito. E che nell’attesa di riuscirci, ci scrive per non perdere un legame con l’isola che non c’è: per esserci senza esserci.
Oppure, al contrario, esserci senza saperlo, perché Stanotte, amore e Ddio songo una cosa.

E a proposito di esserci, capita pure di farlo, e non è certo la prima volta, amplificandone il senso, sui palinsesti televisivi di Rai 5.
Ma l’esserci si può manifestare anche attraverso il suo opposto.
Come nel caso del Primo San Silverio senza il Welcome’s.
“Ci vediamo al Welcome’s”. A chi di noi non è capitato di dirlo, almeno una volta?
A San Silverio, quell’assenza, quel vuoto, sarà una voragine. Tutto torna, e mi conforta anche la penna di Luisa Guarino.

Perché è in questo giorno, il giorno in cui anche gli spazi, ma soprattutto i ricordi si ravvivano, che la comunità celebra se stessa.

Tra esserci e non esserci, c’è una terza via: quella di ri-conoscere.
Riconoscere i nostri spazi, quelli di tutti. Può sembrare l’ennesimo paradosso, ma a Ponza non conosciamo il nostro patrimonio storico-culturale. Eppure è su questa conoscenza, sulla consapevolezza che gli spazi di tutti vanno salvaguardati, riscoperti e valorizzati che si fondano le speranze di trasformare il territorio in maniera virtuosa. Che poi significa garantirci un futuro: dobbiamo passare da un rapporto con il territorio di tipo privatistico-speculativo ad una visione d’insieme. Molto c’è da fare, ma per fortuna un certo percorso si sta delineando, ed il fatto che i ragazzi dell’Istituto Tecnico abbiano adottato un monumento come la Cisterna della Dragonara, va nella giusta direzione.


Personalmente sono ottimista: ci sono situazioni ancora sotto traccia, ma ci sono e si stanno sviluppando.

Chiaro, ci sono delle resistenze, sarà una dura battaglia. Ma è l’unica che vale la pena di combattere, anche, ma forse dovrei dire soprattutto, da un punto di vista culturale.
Anche passando attraverso un impianto taumaturgico, liberatorio, come propone Libera nos

Chiudiamo questa epicrisi con una immagine-simbolo, che le isole conoscono bene: il faro.


Dall’isola dove nacque una delle sette meraviglie del mondo antico, quel Pharos da cui derivano tutti gli altri.
Persi tra miti omerici ed interessanti reinterpretazioni, rimane la ricerca del porto che accoglie e della bellezza che cattura. Noi abbiamo entrambi, Porto e Bellezza, nel senso più ampio possibile.
Vediamo di non farci fregare, come sempre, da un cavallo di Troia…

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