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Libera nos

di Francesco De Luca

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In questi tempi di confusione, soprattutto qui a Ponza, fra di noi, ho pensato di dedicarmi alla lettura di un ‘libercolo’, già presentato qui sul sito Ponzaracconta.
E’ un insieme di massime, di detti, rigorosamente in ponzese, il cui autore è Nonno Scartiello (così è scritto): “Questa lettura l’ho eseguita di necessità con zi’ ’Ntunino perché lui lo possiede e lo conserva nella credenza in cucina”.

La lettura apparentemente è d’evasione ma… per chi intende, così non sarà.
Ho avvertito anche io la possibilità che la lettura da banale potesse divenire ‘sapiente’, come tutto ciò che proviene dal popolo, e perciò mi sono valso della collaborazione di zi’ ’Ntunino. Lui è depositario della saggezza dei padri, non solo, ne è anche cultore.

Qui, però, c’è una divergenza fra noi due. Lui è ‘assolutista’: quel libro è una ‘bibbia’. C’è tutta la sapienza, senza alcuna ombra. Per me invece di ombre ce ne sono, e tante. Perché è nella natura stessa della parola la sua fallibilità.

Ma non è il caso di aprire qui questa discussione. Ora si tratta di sondare la sequenza dei motti che porta questo titolo: libera nos.

Sono versi in dialetto, come una litania, che però chiudono l’invocazione in latino: libera nos, ovvero liberaci. Chi deve liberarci? Il Signore, Domeneddio, e infatti l’espressione completa è: libera nos a malo, Domine. Ossia: liberaci dal male o Signore. Quale male? Quello evidenziato in ciascun verso.
I primi tre sono:
da i fetiente – libera nos;
da i putiente – libera nos;
da gl’ignurante – libera nos.

Chi sono i fetiente? Sono quelli che puzzano perché il loro marcio morale è talmente evidente che fuoriesce, e si palesa in ogni loro agire.
E i putiente? Sono quelli che gestiscono il potere sugli altri. Non per merito bensì perché comprano e vendono le volontà degli altri.
Gli ignoranti sono quelli la cui mancanza di cultura si palesa come chiusura mentale, come sudditanza morale. Non hanno opinioni, non elaborano giudizi, seguono la scia del momento. Inaffidabili e ricattabili.
– Tu che ne dici zi’ ’Ntuni’? – domando.
– Dico ca chistu libbro – e indica il libro di Nonno Scartiello – s’ avesse da’ a ogne uaglione, appena trase ind’a scola!
Va bbeh… non esagerare adesso.
– Ah sì… aimmo letto sule i primme tre versi e già abbiamo delineato il percorso di crescita morale che occorre per portarsi lontano dal male. I fetiente non sono quelli che non si lavano bensì quelli che perseguono il male degli altri. Il loro cattivo odore dipende dal fatto che non curano l’aspetto né esteriore né interiore”.

Zi’ ’Ntunino fa osservare come la litania sia frutto di gente comune, che ha tratto sapienza dall’esperienza della vita. Segno che i ‘tipi’ sopra evidenziati erano e sono frammisti alla gente comune, ieri come oggi.

Questa viene definita ‘saggezza popolare’ e serviva per districarsi fra le relazioni coi compaesani. Oggi non viene più praticata. Tutto è demandato alle norme legali. La morale ha un senso per i nostalgici perché i rapporti sociali, oggi, si pensa di regolarli per via legale. Non riconoscendo alcuna autorità morale le relazioni sociali sono imbrigliate nelle norme che, però, non possono racchiuderle tutte, in quanto l’umanità è complicata dalle relazioni sentimentali, da quelle emotive, da quelle percepite e non reali e da quelle reali e non percepite. E allora si semplifica tutto con la corruzione, con la bugia. La morale è avvilita e la corruzione è esaltata.

Zi’ ’Ntunino freme. La litania si snocciola ancora:
…’a chille ca fanno usucapione – libera nos:
…’a chille ch’ ’a sotto addeventa padrone – libera nos;
…’a chille ca se vatteno mpiette – libera nos;
…’a chille senza defiette – libera nos.

E continua ancora, ma noi ci fermiamo qui. Prossimamente sgraneremo altri versetti.

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