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Una burrasca di mare a Ventotene

di Tonino Impagliazzo

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Era il pomeriggio del 3 novembre dell’anno 1966.
Con il calar del sole cominciarono ad apparire nel cielo sopra l’isola grossi nuvoloni che si muovevano minacciosi da ponente verso levante ritmando, con il passare delle ore, un’andatura sempre più veloce. Con l’imbrunire l’aria cominciò a farsi cupa e tutto lasciò presagire l’arrivo di una forte tempesta che avrebbe investito l’isola.

Il giorno dopo, di buon mattino intorno alle 6,00, mi recai sul piazzale della Chiesa ad osservare il mare. Vidi che iniziava ad ingrossarsi mentre il vento andava imprimendo impeto e forza alle onde. Un’ora dopo si mostrarono in tutta la loro evidenza i segnali della tempesta: gli ululati del vento e la violenza del mare gonfio e incattivito s’impossessarono dell’isola.

Ero lì, sulle “Rampe della Marina” del Porto Romano, di fronte a questo scenario insolito ad osservare la sterminata distesa di mare spumeggiante che, con onde enormi, si infrangeva, alzando colonne d’acqua di oltre un metro e mezzo, contro le dighe costruite a protezione del porto romano e di quello nuovo.
Un mare di scirocco che avanzava imperterrito crescendo sempre più di intensità e potenza, al punto da non essere paragonabile a qualsiasi altro che la mente dei vecchi marinai e la nostra potessero ricordare.

Con il passar dei minuti vedevo le onde crescere in altezza e incresparsi sempre più, mentre il vento ne aumentava l’impatto contro le dighe di entrambi i porti.
L’acqua del mare scivolava all’interno del Porto Romano come un fiume in piena aumentandone il livello fino all’altezza della banchina.
La cosa stava provocando danni ai gozzi dei pescatori e a quelli destinati al servizio merci e passeggeri che lì erano a riposo o ormeggiati. Ciò spinse i proprietari dei battelli ed i loro marinai ad adoperarsi per mettere al sicuro i piccoli gozzi sistemandoli più a ridosso e rinforzandone le cime.

Il bastimento “San Vincenzo”, che era all’interno del Porto Romano, aveva già rotto più volte gli ormeggi durante la notte, anche se rimpiazzati con cavi di acciaio e funi di grosso calibro forniti dalla draga della ditta Cidonio ormeggiata in una zona più protetta dello stesso porto.
Ma il mezzo non sembrava essere ancora al sicuro. Esauriti i cavi e le funi, i proprietari fecero scendere l’equipaggio e decisero di utilizzare dei lunghi pali di castagno (circa venti) per tenerlo lontano  dalla banchina verso cui la risacca del mare e il vento lo spingevano.

Alle 7,45 un mare senza pari, per violenza e intensità, iniziò a farsi strada tra i grossi blocchi di cemento della diga foranea del Porto Nuovo, spostandoli un po’ a destra ed un po’ a sinistra per farli scivolare giù subito dopo. Alcuni blocchi di cemento della parete del porto, lunga circa venti metri e alta 3 e mezzo, furono prima rimossi dalla violenza del mare e, poi, trascinati all’interno del battuto di cemento della banchina.

Uno scenario senza uguali, un disastro enorme che provocava pianto e dolore.
Fu in quel momento che la popolazione dell’isola, unita e risoluta, pensò di compiere un gesto eclatante…
I commercianti, gli artigiani e gli agricoltori dell’isola, insomma tutti coloro che avevano saputo del disastro della zona del porto e delle campagne straziate dai danni alle colture e dei ripari abbattuti, avvertirono la necessità di chiedere un intervento divino.
Ritennero, così, di entrare in chiesa, prendere la statua di Santa Candida e portarla sul piazzale antistante e più precisamente nella zona che dà sul Porto Romano e l’isola di Santo Stefano. Subito dopo iniziarono a benedire con la statua della Santa Patrona, prima il Porto Romano, poi i pescatori ed, infine, i contadini.
Fu in quel momento che la devozione popolare indusse ad alzare i toni e le persone presenti cominciarono ad urlare “Santa Candida facci la grazia, allontana la tempesta e salvaci dal disastro“. E lo fecero tutti piangendo e invocando a gran voce il nome della Santa.
Dopo breve tempo e –  è il caso di dirlo – per miracolo, il vento diminuì di intensità e velocità, una leggera pioggerellina iniziò a cadere mentre il mare cominciò a rallentare la propria forza, e con il passare dei minuti, cambiò anche la direzione: non più da scirocco ma da mezzogiorno.
L’effige lignea di Santa Candida fu riportata all’interno della chiesa ove rimase esposta alla devozione dei fedeli fino a tarda sera. Il suono delle campane annunciò alla popolazione che la tempesta stava passando.

Non posso dimenticare le urla di Marianna Curcio, detta Mariannin’, Silvia Rivieccio ‘a Punzese, Concetta Gargiulo ‘a tabaccara e, non secondarie, le invocazioni a voce elevata, intrise di dolore stridente, di Teresa Matrone ‘a panettiera, Candida ‘i Maddalena, Candida ‘i Ninetta, Raffaele di zicocchio. Come mi ritornano vivi alla mente i richiami e le grida dei fratelli Beniamino, Arturo, Ilario e Vincenzo Santomauro, di Antonio Pepe Musulline, Ugo Alleati, detto Ugariello, Geremia, Aniello ‘u Russo, e tante, tante altre persone indimenticabili nel ricordo di quella circostanza.

Nel rivivere quei momenti e nel prefigurare quello scenario, mi ritornano le emozioni e la commozione, perché il ricordo di quelle suppliche e di quelle persone assieme alla forza dirompente e imprevedibile della natura non può essere archiviato con semplicità né rimosso dalla mente.

Ancora oggi i terribili momenti di quel lontano 3 novembre sono vivi e indelebili in tutta la popolazione. Non solo  per l’eccezionalità della tempesta ma anche per essere quel giorno associato alla ricorrenza dei defunti.

***

Il luogo della burrasca raccontata da Tonino in quattro cartoline d’epoca inviateci gentilmente dallo stesso.

Il porticciolo romano di Ventotene negli anni ’60 (cartolina d’epoca)

Il porto di Ventotene negli anni ’60 (cartolina d’epoca)

Immagine del portico romano

Vista del porto Romano (cartolina timbrata 12-12-1934)

1 commento per Una burrasca di mare a Ventotene

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