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“La macchina del vento”, romanzo di Wu Ming 1 ambientato a Ventotene

di Rosanna Conte

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La macchina del vento, l’eolìfono, si usa in teatro per generare i rumori propri del vento necessari alla rappresentazione e, in questo romanzo, Ventotene è l’eolìfono per eccellenza dove Eolo soffia in aiuto dei confinati.

Wu Ming 1 ha scelto il titolo “La macchina del vento” per il romanzo che aveva in testa da quattordici anni.

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Per sgombrare il campo da equivoci diciamo subito che Wu Ming 1, non è un autore cinese, ma italiano. Si tratta di Alessandro Bui, questo è il suo vero nome, che nel 1999 ha fondato con altri quattro colleghi un collettivo per produrre romanzi a più mani, scegliendo di non apparire mai né in televisione né video né in foto con questa chiara motivazione: La foto testimonia la mia assenza, è un vessillo di distanza e solitudine. La foto mi blocca, congela la mia vita in un istante, nega il mio trasformarmi in qualcos’altro, il mio divenire. Divento un ‘personaggio’, un tappabuchi per impaginazioni frettolose, uno strumento che amplifica la banalità.
Niente di più lontano dalla corsa all’apparire di oggi, tanto più che Wu Ming significa “Senza nome”
Ma veniamo al  romanzo di cui Alessandro Bui è, però, autore solista.

Ambientato a Ventotene negli ultimi anni del confino politico, dal 1939 al 1943, fa incontrare personalità reali – come  Pertini, Traquandi, Spinelli, Ravera, Maovaz, Terracini, Colorni insomma tutti quelli che conosciamo e che erano passati prima per Ponza -,  personaggi inventati, ma verosimili, e divinità del mondo classico, in un contesto storicamente determinato e circostanziato, dove non manca nemmeno l’affondamento del “Santa Lucia”. La storia ruota intorno alle coscienze dei confinati che aspettano l’arrivo del loro tempo, quello che consentirà di rimettersi in movimento e di affondare il fascismo.

La metafora che il tempo a Ventotene sia sfalsato in rapporto a quello universale si concretizza nell’orologio della piazza sempre rotto e rimanda all’attesa dei confinati i quali, proprio perché posti al di fuori dello scorrere del tempo universale, possono vedere oltre. Dice Ravaioli, il confinato – Hermes: Qui a Ventotene vediamo il futuro, mentre nel resto d’Italia non ne hanno la minima idea! E allora chi sono gli isolati? Chi sono i veri prigionieri del loro tempo?

La macchina del tempo, che Giacomo Pontecorboli non avrà la possibilità di ricostruire al confino, avrebbe potuto liberare i confinati dalle costrizioni in cui vivevano, ma non avrebbe permesso di interferire con gli eventi: discutendone, si rendono conto che la macchina del tempo siamo noi, con le nostre decisioni nei momenti in cui arriva il Kairos, cioè il tempo opportuno per agire e questo accade sempre in un tempo presente.

E’ un romanzo che offre molti spunti di riflessione  attraverso dialoghi semplici fra uomini che soffrono, ma non cedono, trasportandoci anche sulle ali della mitologia greca dove gli dei si assumono il compito di sostenere, in momenti così tragici, quegli antifascisti, unici difensori della civiltà classica contro la barbarie delle camicie nere e del nazismo che ne minacciano l’estinzione. E non escono dal loro campo, nel senso che se i popoli nordici o gli ebrei sono in difficoltà spetta a Odino o a Jahvè intervenire: ogni pantheon cura i propri interessi per non scomparire
Insomma ci sono risvolti anche divertenti.

Il libro è stato presentato a Latina il 19 maggio da Anthony Santilli, del Centro di ricerca e documentazione sul confino politico e la detenzione Isole di Ventotene e Santo Stefano, ed è già passato per Roma, Verona, Bologna, Reggio Emilia, Napoli.

A Ventotene sarà presentato all’interno del Festival “Gita al Faro” tra il 19 e il 21 giugno.