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p-02 foto-13 k2-20 97 Una delle volti delle camere delle grotte di Pilato Il re delle triglie: Apogon imberbis

Torresi alla conquista del Mediterraneo (terza parte)

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segnalato da Biagio Vitiello

 .

Per la prima parte, con l’introduzione, leggi qui
Per le seconda parte, leggi qui

Torresi alla conquista del Mediterraneo (terza parte)
di Giuseppe Di Donna

Ma le vele delle barche torresi erano dirette anche verso ovest: la Sardegna e la Corsica. Ad esempio la pesca del pesce azzurro fu introdotta ad Alghero dai fratelli torresi Ghio nel 1811. Poi fecero seguito i procidani e altri che seguivano i corallari di Torre che aprivano la rotta.
L’ impulso dato alla pesca in Sardegna ripopolò certe zone costiere dell’isola (la Sardegna pur circondata dalle acque è poco marittima) da parte dei pescatori campani e liguri. Ciò fu evidenzia-to prima dal glottologo Max Wagner e poi dallo studioso Alberto Mori nel 1950. Egli notò che i cognomi della Sardegna costiera erano tipicamente campani e liguri e che i tre-quarti del totale dei pescatori era di origine continentale per lo più campani (tra i quali primeggiavano torresi e ponzesi) e liguri; la stessa tipologia delle imbarcazioni sarde rimandava ad elementi etnici nostrani (i gozzi).
Pescatori campani e torresi furono quelli indigeni della Maddalena, Bosa, Stintino, Olbia (a Carloforte invece liguri). Ad Alghero, porto ospitale per le coralline torresi, si trovano cognomi di origine torrese: Palomba, Ciaravolo, Maresca, Di Rosa, Accardo.
I nostri furono richiamati da quelle splendide acque che ben conoscevano prima con la pesca del corallo (Asinara, Carloforte, Bosa), poi dalla pesca del pesce (specie il tonno e pesce azzurro) assieme ai ponzesi i quali cercavano invece le aragoste e l’erba corallina (sul sito, leggi qui – NdR) che pare fosse un vermifugo intestinale.

Diversi si stabilirono in Sardegna e Corsica poiché temevano angherie e limitazioni di movimento da parte del governo borbonico e lì si muovevano con maggiore libertà; altri sposandosi a donne franco-algerine optavano per la cittadinanza francese non sopportando il regime.
Alghero affonda le sue radici nella Catalogna. Gli abitanti di quelle zone furono di cultura e lingua catalana ma poi si aggiunsero liguri e campani con moltissimi pescatori di Torre che infusero la loro cultura. Essi ebbero infatti il permesso rilasciato da un’ordinanza della corona aragonese di riparare ad Alghero, costituendo la nascita di uno storico nucleo demografico ed economico che vedeva i sardi algheresi agricoltori e i torresi pescatori. Non a caso alla radice della nobiltà algherese contribuì la famiglia torrese De Candia (cognome di origine greco —pugliese presente a Torre dal ’500) che si stabili nella cittadina sarda nella seconda metà del secolo XVIII per la pesca del corallo. Nel 1779, Serafino Stefano De Candia per aver elargito meriti alla corona aragonese, ottenne il cavaleriato e la nobiltà. Egli controllava la flottiglia corallina operante sulle coste algheresi.
Un altro insigne torrese De Candia, fu monaco domenicano ed archivista del Santo Officio; come scrive Balzano fu “uomo cospicuo in dottrina”. Fra i torresi impiantati ad Alghero si ricorda Pasquale Palese che vi arrivò nel 1830 per la pesca del corallo e fu uno dei più apprezzati maestri d’ascia della Sardegna. Egli iniziò presto le costruzioni dei primi gozzi a vela latina su modello di quello nostrano modificati ed adattati successivamente alle esigenze isolane. La famiglia poi si trasferì a Porto Torres costruendo cantieri navali.
I maestri d’ascia torresi gareggiavano con quelli liguri e questi per la maestria dei nostri, furono costretti a trasferirsi in altre parti dell’isola. Ad Alghero si respirava aria di Torre.
Nella cittadina catalana, sul promontorio di Capo Caccia, in una grotta naturale a livello del mare vi era un mosaico raffigurante la Vergine che i corallini torresi nei primi anni del ’900 posero su di una parete della cavità. Fu chiamata la Nostra Senora del Frantuni o Madonna del Granc. Il giorno di S. Michele si teneva una processione ora dimenticata dall’incuria degli uomini. I torresi nel loro girovagare nei mari erano soliti collocare per ringraziamento di un mancato naufragio in un anfratto naturale un’icona della Madonna come quella più nota di Pizzo Calabro (’a Maddoneja).
L’influsso della cultura campana su quella catalana-algherese si manifestò anche con l’arrivo nella città sarda della melodia napoletana che, importata dai pescatori di corallo (ceins), veniva ripetuta nel porto con assiduità e nostalgia. Pertanto la canzone algherese è un misto di musicalità catalana-torrese ed è stata composta sulla falsariga del canto napoletano.
Anche con Olbia, Torre ebbe rapporti commerciali. I nostri importavano lì corde e pali per i vivai di mitili mentre a La Maddalena pescatori napoletani, torresi e liguri edificarono un piccolo nucleo abitativo. Le acque del mediterraneo occidentale furono anche solcate da ship (battelli) torresi che ben conoscevano quei mari, non sempre dediti a commerci leciti. Molti disertori liguri nella meta del ’700 presero la via del regno di Napoli o dei presidi della Toscana per entrare nei ranghi del regio esercito. Queste fughe erano favorite dai padroni torresi di bastimenti.

La documentazione riferita agli accordi fra ribelli e armatori di Torre, relativa ai traffici, al contrabbando o al trasporto di disertori, è ben attestata. Si fanno i nomi nella metà del ‘700 dei seguenti padroni torresi: Filippo Arcucci, Tommaso Pandolfi, Mario Sorrentino, Antonio Raiola.
Il marchese di Monte Vergine, Governatore di Porto Ercole, fu accusato di esercitare contrabbando di armi e reclute con i ribelli corsi e con la complicità del torrese Arcucci. I corsi in quel periodo manifestavano insofferenza verso i genovesi (non sapendo che sarebbero finiti in mani peggiori). Genova accusava i Borbone e i Sabaudi di fomentare tale ribellione. É documentato: “alcuni bastimenti di Torre del Greco si sono talmente maritati con i corsi sollevati, che uno di essi con equipaggio corso nelle acque della Toscana ha predato un legno napoletano”.
Eppure i rapporti fra il regno borbonico e l’eroe Pasquale Paoli erano più che amichevoli avendo il “babbu della patria” studiato a Napoli presso il Genovesi e numerosi soldati e ufficiali corsi militavano nell’esercito borbonico, tanto da costituire il “Reggimento Corsica”. Malgrado ciò, fu spedita una galeotta che andò ad arrestare i predoni corso-torresi per farli pagare un castigo esemplare. I rapporti fra torresi e corsi erano buoni, infatti le coste corse dai ricchi banchi corallini furono sfruttate fin dai primordi da parte dei pescatori torresi.
Alcuni torresi immigrati nell’isola avevano dei “magazeni” a Bastia e Calvi (famiglia Alvino 1734, mercatanti e armatori di barche coralline) oltre che in Sardegna (Alghero). Da tali magazzini i capitani ritiravano le provviste di bordo necessarie per la pesca depositando il corallo pescato e rilasciando poi gli anticipi ricevuti: lettere di cambio pagabili sulla piazza di Livorno, principale centro di commercio, gestito da ebrei, dove il corallo pescato veniva poi venduto tramite piazzisti locali o napoletani.

Dalla Sardegna e dalla Corsica potevano spingersi fin sulle coste ed isole iberiche per la pesca del corallo, tanto è vero che, nel 1733, pescatori torresi furono sequestrati da soldati francesi ad Agda, in guerra con gli spagnoli.
Le coste spagnole erano già state frequentate nel ’500 per il commercio di mantelli (1580) perciò i nostri le conoscevano bene.
Il monopolio dei torresi nella pesca del corallo dipendeva dalla loro capacità organizzativa ma anche dalla loro abilità e tenacia.
Erano, rispetto a provenzali e catalani, più ardimentosi e rotti alla fatica per la pesca del corallo, alleviata da cantilene e antichi canti, come evidenziato dai filmati dell’Istituto Luce (cfr. nostro articolo a seguire).


La cantante folk siciliana Rosa Balestrieri ha studiato e rivisitato alcuni canti siculo-partenopei nati ai tempi di Sciacca, quando miriadi di barche torresi si portarono presso quelle secche. I mesi che precedevano la partenza delle feluche e della pesca erano dedicati alla riparazione delle barche e alle forniture.
Bruno, direttore generale della marina mercantile ad inizio ’900, descrive minuziosamente gli uomini di mare torresi in un libello di inizio ’900: “gente ardita rotta alla fatica, pronte all’ira, uomini abbronzati dal sole che nei lineamenti ricordano gli arabi di carattere e di tipo profondamente diversi dagli abitanti della greca Napoli e dagli oschi delle grasse terre della Campania”.
Il porto di Torre nei tempi andati sembrava un formicaio: “non c’è posto della Baia di Napoli che presenti una scena pulsante di vita come a Torre”, riporta una rivista commerciale in lingua inglese del 1847.

Nel settecento inizia l’odissea verso il mare africano (anche se intraprendenti pescatori di pesce già avevano visitato precedentemente quelle acque) cosi come il mar Jonio (Taranto, Gerace e Roccella). A Marina di Ardore sullo Jonio, si stabili una colonia torrese nel 1725 ed infatti un tempo presso quelle contrade si ascoltavano numerosi termini in vernacolo torrese, come ci racconta P. Balzano. Alcuni si spinsero in quegli anni verso l’Adriatico (Dalmazia o Schiavonea, Romagna e mari Veneti), altri ancora verso l’Egeo, Lampedusa, non solo per la pesca del corallo ma anche per quella faticosissima delle spugne con 54 trabaccoli.
Durante i lunghi tragitti si orientavano con le costellazioni, costituendo delle vere e proprie mappe celesti ma non mancavano bussole, sestanti e parallele. Usavano inoltre per curarsi: china, aceto, spezie, balsami, erbe, rosolio, unguenti ed oppio, a volte più semplicemente saliva ed alghe.
Nel loro viaggiare attraverso i mari, pescatori di altre comunità impararono, intuirono o perfezionarono dai torresi tecniche di pesca. Nel loro peregrinare non mancarono scontri e boicottaggi con altri pescatori, specie i pugliesi che sostenevano di subire l’invasione dei loro territori pescosi e la distruzione delle loro nasse (1899).
Ci furono in qualche occasione diserzioni e ammutinamenti contro i padroni corallini, come quelli avvenuti nel 1900 nelle acque siciliane in seguito all’arrivo di notizie preoccupanti da Torre relative ad un sisma; i torresi volevano abbandonare le imbarcazioni per cui fu inviato l’esercito a sedare gli animi. Forse furono i prodromi della violenta eruzione che sarebbe avvenuta sei anni dopo.
La febbre del corallo costò sacrificio per l’enorme fatica, sangue (si ricordi l’eccidio di Annaba del 1816), disperazione e morte nei mari tempestosi (nel 1869 su trecento feluche solo cento ritornarono per una spaventosa tempesta che colpì il Mediterraneo sud occidentale). Ma il rosso corallo produceva ricchezza e possibilità di vivere dignitosamente.
Si racconta che l’edificio “corallone” a Tropea, un ammasso di case sopraelevate su di una roccia, fosse stato costruito durante la metà del ’700 dai tropeani che avendo pescato un gran ramo di corallo, venduto poi ai mercanti torresi, permise l’edificazione di queste case.
Antonio Genovesi, in Lezioni di Economia, ricordava che gli arditi e franchi marinai torresi permettevano al Regno un fatturato annuo di duecentomila scudi.

Lo spirito imprenditoriale dei torresi ebbe eco presso altri stati italiani. La fama del commercio esercitato dai torresi per la pesca del corallo destò l’interesse del doge Foscarini che volle tentare questo mestiere a Venezia invitando come maestro Francesco Loffredo, esperto armatore torrese, che veleggiava lungo le coste dell’Adriatico dalmata con alcune sue barche.
Il torrese dimorò forse per più anni nella città lagunare, governando otto barche e insegnando ai veneti la lavorazione del corallo.
Così pure il principe di Piombino, G. Battista Ludovisi, qualche secolo prima pensò di ottenere su progetto spagnolo grandi prodotti dalla pesca del corallo nella secca dell’isola di Giglio, con la collaborazione dei pescatori torresi. Fu costruito un villaggio a sue spese a marina di Cecina sperando così di attivare l’industria del corallo in quei luoghi. Ma la sua morte non permise che il proposito fosse portato a termine.
Nel settecento, con il riscatto, i torresi avevano acquisito anche il diritto di utilizzare le copiose acque del Dragone per uso industriale (molini e barche). E da quel momento si ebbe anche un incremento dell’attività terziaria legata al mare con lo sviluppo della cantieristica. Nel 1889 non a caso furono costruiti a Torre importanti brigantini come Minerva e Capraia.

Segantini, intagliatori, carpentieri e maestri d’ascia, acquisirono una tale abilità da essere riconosciuta dappertutto. Ad esempio, a Mola di Bari si trasferirono segantini nostrani ed alcuni pescatori molesi acquistarono motopescherecci torresi. Inoltre, nel quartiere della marina sorsero fabbriche di gallette, di cordami, vele e remi.
Un ruolo importante ebbero le donne che confezionavano le reti nelle strade e negli androni o erano impegnate a lavorare a domicilio il corallo sui caratteristici “bancarielli”. Inoltre, zingari esperti metallurgisti dalla periferia dell’altra Torre venivano qui a lavorare e rifornivano chiodi di diverse misure e foggia alla cantieristica. Nell’800 l’arte del corallo con la presenza di valenti incisori e scultori raggiungeva il massimo splendore.

La “civiltà corallina” iniziata alla fine del ’400, raggiunse l’apogeo fra il ’700 e l’800. E durata per circa cinquecento anni e si può ritenere estinta negli anni ’70 del secolo scorso.

Da: “La tòfa”, n° 282 del 14 ottobre 2018

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Copertina – Nicolas De Corsi (Odessa, Ucraina 1882 – Napoli 1956): Tramonto a Torre del Greco; olio su tavola, cm 36×54
Immagine relativa alla pesca del corallo: La pesca del corallo in una cronaca del 1883 – Da vesuvioweb; Langella, 2011 (viene mostrata la tecnica grazie alla quale si poteva pescare il corallo direttamente sul banco roccioso o negli anfratti. Notare l’ingegnoso sistema – chiamato appunto ‘u ‘ngegno – per recuperare i preziosi rami nei luoghi meno accessibili della scogliera, grazie ad un sistema di bilance e retini.

[Torresi alla conquista del Mediterraneo (3)Fine]

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