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Epicrisi 225. Bombe, bombe carta e puzzette

di Enzo Di Giovanni

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Non so se Ponza sonnecchia, manco da un po’ di tempo e non ho percezione diretta del tempo che si dilata con l’allungarsi delle giornate, tra la pigrizia primaverile e l’alacrità con cui ci si prepara alla stagione estiva.

Non ho difficoltà però ad immaginare. Conosco maggio, il suo profumo, le sue atmosfere.
Una cosa che manca nei periodi in cui, per gioco o per forza, capita di essere lontani dall’isola è il senso del tempo e delle stagioni che si susseguono. Forse sarà un mio limite, ma fuori dai nostri confini, che sia Formia, Roma o Berlino, non colgo il senso del tempo che scorre. O sarà un limite di noi isolani?
Ricordo, tanti anni fa, quando studiavo a Gaeta, che non è certo una grigia fredda metropoli, e mia nonna veniva a stare con noi per periodi che non erano mai troppo lunghi: “Ma che ci faccio qua? Vedo solo cielo e palazzi, palazzi e cielo!”.
Preferisco pensarla così: perché si appartiene al luogo in cui si è nati o che si è scelti, ed il resto è tutto un altrove…

A Formia, che non è un’isola, evidentemente lo sanno, ed allora si “inventano” un evento, ogni tanto, per segnare il passaggio delle varie epoche:

“Per strada tante facce
non hanno un bel colore,
qui chi non terrorizza
si ammala di terrore,
c’è chi aspetta la pioggia
per non piangere da solo,
io son d’un altro avviso,
son bombarolo.”  (da: ‘Il Bombarolo’ di Fabrizio De André)

Ricordo quella del 2005, che però fu fatta brillare in loco. Questa bomba evidentemente è di ben altra potenza, se è stata programmata l’evacuazione di quasi tutto il centro storico, ed il successivo trasporto della bomba stessa in una cava di Priverno.

A Ponza invece bombe questa settimana non ce ne sono state, neanche in senso metaforico. Nessuna polemica geo-politica, nessun mugugno degno di nota traspare su Ponzaracconta, e ci piace così, una volta tanto.
Abbiamo presentato due opere letterarie, che saranno i miei prossimi acquisti:
Tore ‘e Crescienzo. Non sono riuscito purtroppo a partecipare alle presentazioni della fatica di Franco Schiano, a Formia come a Latina, ma sono felice che abbiano suscitato interesse e partecipazione.

Ne L’amurusanza di Tea Ranno invece intriga l’accostamento tra meridionalità, gastronomia e la forza delle donne del sud. Se poi nella recensione riportata dal Corriere della Sera ci mettiamo anche il richiamo di autori come Marquez ed Amado, direi che l’interesse è d’obbligo.

Per chi vuole cimentarsi da subito nella lettura, abbiamo dato spazio alle Puisìe di Paolo Mennuni: godibili, sarcastiche al punto giusto, vere (leggi qui e qui).

E’ anche tempo di ricordi:
di Sergio Leone, scomparso trent’anni fa, capace come pochissimi di incidere nel costume attraverso un pugno… di opere cinematografiche talmente potenti da riuscire ad essere di alto spessore artistico e contemporaneamente nazional-popolari, termine che di solito indica un prodotto di scarso livello, ma ovviamente non in questo caso (leggi qui e qui).

E di ricordo in ricordo, si va ai vent’anni della scomparsa di Beniamino Verde.
Figura atipica, che a Ponza abbiamo conosciuto solo di riflesso, come di riflesso ci appaiono spesso le storie di Ventotene: specchio parallelo, gemella della nostra stessa insularità, microcosmi simili che però solo raramente si incontrano.
Ho conosciuto di persona Beniamino Verde in un lontano incontro: quando, poco più che ventenne, mi trovai a Ventotene a conversare con lui e Gin Racheli, scrittrice appassionata di isole minori, a proposito di sostenibilità, rispetto ambientale e valorizzazione delle nostre isole ponendo l’uomo al centro.
Argomenti tutt’altro che risolti, anzi ancora, spesso drammaticamente, nel cuore dell’agenda politica-sociale di questi anni.
Perché atipico, Beniamino Verde?
Perché l’impressione che ne ebbi allora, e che mi conforta trasparire anche dal bel ricordo di Tonino Impagliazzo, è quella di un uomo innamorato, in senso pieno e responsabile, del proprio mondo. Capace di trasformare tale sentimento in consenso elettorale, impresa più unica che rara.

Riuscirà Ponza ad avere uomini (o donne) di questa visione, con queste capacità? Spero proprio di sì: i tempi sono maturi, modo sardonico per dire che stiamo andando oltre il tempo massimo, prima che sia troppo tardi.

Che stiamo andando fuori tempo massimo lo ricorda il nostro Sandro Vitello a proposito degli insetti, e di un ecosistema che stiamo distruggendo in nome della nostra idiozia: mi viene in mente al riguardo un titolo vergognoso di Libero a proposito di Greta Thunberg e delle battaglie dei giovani per la salvaguardia del pianeta: “Vieni avanti Gretina, la rompipalle va dal Papa”.

Decisamente sì..! sono tempi difficili!
Ed in tempi difficili ci si rincuora con piccole cose, che poi piccole non sono, come il rinnovo e l’arricchimento della propria storia.
In questi giorni a Ponza è presente una piccola delegazione di fedeli di Chiesanuova, a Bologna, di cui abbiamo parlato già su Ponza Racconta. Fedeli che condividono con i ponzesi la fede in S. Silverio. Realtà differenti per collocazione geografica, culturale, storica. Siamo curiosi di sentire da parte di chi ha curato questo gemellaggio spontaneo, la cronaca dell’incontro, e quali emozioni possa aver suscitato. Mi riferisco in particolare agli amici Silverio Lamonica e Silverio Guarino, da cui aspettiamo un resoconto dettagliato.

E sempre a proposito di storia, quella dei Torresi non solo è interessante perché rappresenta una parte importante della marineria italiana, ma anche e soprattutto perché è una storia che ci riguarda molto da vicino, come ponzesi.
Nei due begli articoli pubblicati finora (saranno tre in tutto) sono narrate cose che conoscevamo già, altre meno, ma soprattutto viste da una angolazione non ponzese, dal momento che l’autore, Giuseppe Di Donna, e la rivista che lo ha pubblicato, La Tòfa, sono appunto di Torre del Greco (leggi qui e qui).
Non possiamo non notare con piacere che la presenza torrese nella Ponza di fine Settecento sia stata non solo caratterizzante per lo sviluppo della nostra comunità, ma anche capace di rigenerarsi al punto di creare una sua personalità specifica riconosciuta, non solo attraverso la creazione di una flotta di pesca ponzese apprezzata in tutto il Mediterraneo; ma anche, come ad esempio riportato nell’articolo, attraverso la creazione di un piatto originale come “il pesce all’acqua pazza”.
Eppure – ed è una lacuna storica di cui siamo consapevoli -, troppo poco è stato fatto finora per “ricucire” storicamente lo strappo della colonia torrese in terra ponzese.
Più che per Ischia, l’altra patria di provenienza.

E’ una sfida stimolante, che mi auguro saremo in grado di raccogliere: il Centro Studi delle Isole Ponziane lo sta facendo a proposito del porto borbonico e della vita dei primi coloni. Sarebbe interessante arricchire le nostre conoscenze, cogliere ad esempio il momento in cui la colonia torrese, che pure mantenne per un certo periodo un rapporto stretto, di tipo commerciale e culturale, con la terra madre, si smarca completamente dando vita ad una totale autonomia, diventando “ponzese” a tutti gli effetti.
Ed al contempo, cogliere ed evidenziare cosa sia rimasto come anello di congiunzione, utilizzando magari due elementi tipici della cultura popolare, quali il dialetto e la cucina, come propone il pezzo sul cazzo anniàto.
Animo, ponzaraccontini di terra e di mare, isolani o migranti: materiali e spunti non mancano!

Non siamo riusciti a conquistare la Bandiera Blu. Lo si immaginava; qualcuno – che neanche lui ci era riuscito -, l’aveva detto, pur utilizzando il solito linguaggio polemico.
Personalmente credo che sia stato un bene provarci: sappiamo di non essere in linea con i parametri necessari per un percorso virtuoso, ma sappiamo anche che dobbiamo misurarci con noi stessi, e con la nostra capacità di migliorarci.

Io per il momento mi misuro col tempo. Sta terminando la giornata, i negozi stanno chiudendo. Formia è stranita dal fatto che domani (oggi per chi legge) non sarà come oggi (ieri): lo avverti dalla folla che velocemente si appresta a prendere la macchina, dagli ultimi acquisti, dalle saracinesche che si abbassano, e dalla rassegnata consapevolezza acuita dai cartelli che ad ogni ingresso avvisano che domani nessuno dovrà esserci.

“Nel cielo suona una tromba
O forse invece è solo una bomba
O forse è solo un temporale
Che mi sorprende per le scale
Ma cosa dico non ci sento
Ora sta cambiando il vento.” (Da: ‘La Bomba’, de ‘I Nomadi’)

Domani non si sentirà l’odore del pane fresco e non parteciperemo al rito laico del cornetto mattutino.

…Ma “Bomba o non bomba”  …Buona domenica!

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4 commenti per Epicrisi 225. Bombe, bombe carta e puzzette

  • Biagio Vitiello

    Buongiorno, leggo con po’ di disappunto l’articolo di Enzo Di Giovanni.
    Non ha fatto menzione del fatto che a Ponza molti insetti e da tanti anni sono scomparsi (come da mio Commento all’articolo di Vitiello); forse a causa dei pesticidi che si usano?
    Inoltre se si sanno tante cose su Torre del Greco perché non sono state divulgate dal Centro Studi e Documentazione?

  • Enzo Di Giovanni

    Caro Biagio, l’epicrisi serve solo ad evidenziare i pezzi scritti durante la settimana trascorsa, non a commentarli criticamente. Chi volesse aggiungere delle note lo farà, come hai fatto giustamente tu nel pezzo di Sandro. Aggiungo che la tesi che tu riporti a proposito della tua esperienza con le api meriterebbe un approfondimento che va al di là delle nostre competenze.
    Per quanto riguarda Torre del Greco, io ho detto esattamente il contrario: che accanto a ciò che sappiamo, che é già stato edito da vari autori, vi sono tante zone oscure che necessitano di essere approfondite, e che l’articolo di Di Donna che tu hai avuto il merito di divulgare potrebbe stimolare tale ricerca. E non solo da parte del Centro Studi, ma ovviamente da chiunque ne abbia interesse.

  • Luisa Guarino

    “Non colgo il senso del tempo che scorre…”. Lontano dall’isola “… il resto è tutto un altrove”: mi ritrovo appieno nelle espressioni e nelle sensazioni di Enzo. Fuori da Ponza, dove peraltro non ho mai vissuto in maniera continuativa, il tempo trascorre ugualmente s’intende: ma sembra non avere ritmi, senso, dimensione autentica. Quando sono sull’isola invece mi accorgo di accogliere ogni sua sfumatura: il soffio del vento, la direzione delle nuvole, i raggi del sole più o meno caldo, il profumo del mare, delle piante e dei fiori, l’accendersi di una stella, il chiarore della luna. Mi accorgo di dipendere totalmente da questi elementi, che scandiscono le giornate, i mesi: il tempo insomma, che pure scorre veloce, anche se sembra infinito. Non credo proprio che si tratti di un “limite” di noi ponzesi. Al contrario lo ritengo un dono, un senso in più, che proprio per questo ci rende diversi, e unici.

  • Dante Taddia

    Vorrei aggiungere alcune parole al commento che ha fatto Luisa Guarino all’epicrisi di domenica 5 maggio, riferendo le parole di Enzo: “Non colgo il senso del tempo che scorre…”. Lontano dall’isola “… il resto è tutto un altrove”.
    Lo faccio non solo perché Luisa è mia moglie da tantissimi anni (che s’identificano poi con la mia presenza di “importato” a Ponza) ma anche per quella comunione di intenti che ci ha unito fin dall’inizio e che continua a mantenersi salda, dato il comune denominatore dell’isola.
    Io che vivo lontano, non quelle poche miglia del braccio di mare che separa Ponza dalla terraferma, ma diverse migliaia di chilometri, sento lo struggere di un tempo che passa-non-passa, così particolare, solo nell’isola.
    Non lo dico certo per piaggeria o per accattivarmi le simpatie di chi, meritatamente nato e vissuto nell’isola con tutti i suoi pro e contro, ha tutto il diritto di sentirne la nostalgia per la lontananza, in ogni momento della giornata.
    Ma tanto è anche per me: nostalgia, lontananza… lo spleen di baudelaireiana memoria. Dice Luisa che quando è sull’isola si accorge di dipendere totalmente dagli elementi che scandiscono le giornate, i mesi e gli anni, quel tempo insomma che “il soffio del vento, la direzione delle nuvole, i raggi del sole più o meno caldo, il profumo del mare, delle piante e dei fiori, l’accendersi di una stella, il chiarore della luna, fa scorrere veloce, anche se sembra infinito”. Il tempoponzese, mi si passi questo neologismo, è un’entità visibile e fruibile solo nell’isola, e permette di centrare a pieno la piccolezza di noi uomini nel contesto dell’immensità delle cose che ci circondano, quali mare e cielo, e di questo ho avuto conferma fin dai primi momenti che ho cominciato a vivere l’isola, da quel giugno 1963: fate un po’ voi i conti. Il tempoponzese lo assapori solo in loco, e solo lì riesci a vederne i limiti e i non-limiti.
    Cerco di spiegarmi meglio. Essendo geologo, io ho una notazione del tempo decisamente diversa dagli altri, perché l’unità di misura cui sono avvezzo travalica il valore comunemente usato; non il giorno quindi, il mese o l’anno, ma il milione, il centinaio di milioni di anni sono il mio metro, per identificare una roccia o un fossile. E questo lo vivo a Ponza, immergendomi nella sua realtà fisica del tempo e del paesaggio naturale, dei quali sento di fare parte. Ogni cosa lì è “contempo” e “senzatempo”, e quindi divento parte di quel meraviglioso ingranaggio che non mi fa più coglierne il limite, che per noi uomini purtroppo esiste, ma solo il non-limite: come se fossi sospeso in una specie di limbo temporale per il quale agli “altri” è dato di subirne lo scorrere, mentre per me si manifesta come un’entità non finita.
    L’isola mi regala questa realtà e, nel suo limite geografico, mi fa vivere però un tempo a misura dilatata, la cui durata è quella del suo permanervi, vivendo appunto senza la comune misura del tempo.
    E di questo “meccanismo” sono affascinato e lusingato di poter fare parte.

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