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Torresi alla conquista del Mediterraneo (prima parte)

segnalato da Biagio Vitiello

 .

Dei due ceppi della colonizzazione di Ponza in epoca borbonica, abbastanza conosciamo dell’immigrazione ischitana (1734; soprattutto da Campagnano d’Ischia) verso la zona di Ponza Porto; poco o niente della successiva immigrazione (circa 40 anni dopo) da Torre del Greco verso l’altra estremità dell’isola (Le Forna).
Abbastanza chiare sono, nella ricostruzione storica, le diverse competenze di questi due gruppi della coloni: “gente di terra” gli ischitani che si resero protagonisti dell’immane lavoro di terrazzamento che rese coltivabile un’isola accidentata e scoscesa; “gente di mare” i torresi, che continuarono le loro tradizioni marinaresche e si fecero onore…
Aggiungiamo ora un ulteriore tassello alle nostre conoscenze pubblicando, per così dire, l’antefatto per la parte torrese
Già qualche tempo fa, dal giornale on line di Torre del Greco: La tòfa abbiamo ripreso interessanti notizie (leggi qui e qui)
Pubblichiamo in tre parti un interessante articolo – in file .pdf – inviatoci da Biagio, scritto da Giuseppe Di Donna -, ripreso da numeri successivi del giornale “La Tofa”,
Cominciamo con l’articolo da “La tòfa n° 280 del 16 sett. 2018.
La Redazione

Torresi alla conquista del Mediterraneo (prima parte)
di Giuseppe Di Donna

L’egemonia dei torresi nel Mediterraneo Occidentale e Meridionale ebbe inizio nel secolo XVI. La spinta ulteriore verso questi mari fu data dalle continue eruzioni sei-settecentesche che invogliarono i torresi a ricercare le loro ricchezze non su una terra infida ma verso le acque, seppur tempestose, praticando la pesca del corallo e dei pesci, quest’ultima praticata soprattutto quando la prima non era possibile in certi mesi (da novembre a marzo).
Scrive il reverendo Di Donna che l’industria del pesce dovette essere superiore a quella del corallo, sebbene quest’ultima già ad inizio ‘700 era ritenuta secolare, e i marinai torresi la praticavano quando era permesso cioè tra ottobre e maggio.
Nel 1727 Torre era la cittadina costiera che presentava nel Regno di Napoli più uomini di mare rispetto a tutte gli altri paesi costieri del distretto di Salerno e Napoli, superiore pure ai Gaetani. Percentuali così alte di marinai, ma comunque inferiori ai nostri, si registravano solo a Trani e Molfetta (chiamati genericamente baresi) che praticavano però solo la pesca del pesce. I pescatori siciliani invece svolgevano una pesca giornaliera a poca distanza dalla costa.
Lo scrittore francese Pezant e alcune enciclopedie straniere del ‘700-‘800 ricordavano Torre come località per la pesca del corallo e del pesce (mitili, tonni, sardine) oltre ai vini e ai frutti deliziosi.
Nel 1736 la pesca dei pesci era così intensa che partirono alla volta dei mari calabresi alzando le vele come uno sciame circa 3.000 torresi, quindi praticamente quasi tutti gli uomini giovani della Torre.
La pesca del corallo si incrementò e assorbì quella del pesce, scrive ancora il Di Donna, per risollevare i torresi dalla miseria in cui erano caduti durante le eruzioni del ‘700. E ogni anno 300 feluche con equipaggio minimo di 7 uomini veleggiavano lungo il Mediterraneo Occidentale dalle coste della Sardegna a quelle più infide del Nord Africa. Galita, Biserta, Tabarca erano i loro luoghi di pesca del celenterato. Nell’isolotto di Galita addirittura i nostri pescatori allestirono un piccolo ospedale con medico e una cappellina curata da un prete torrese che officiava la messa per i marinai. Non mancava il commercio lecito, e a volte illecito, di mercanzie (mante, berretti frigi, vini. ortaggi e frutta) come attestano documenti del ‘500. A ciò si aggiungeva un indotto costituito da produzione di gallette, nasse. reti, barche di vario tipo. Si calcola che circa 8.000 persone fossero coinvolte nei vari settori della produzione corallina e del pescato.
I pescatori si accingevano a lasciar la patria sfidando pericoli di ogni specie e molti con un costoso contributo di sangue morirono per le furie del mare (gli ex voto dei superstiti ne sono una testimonianza), per la pirateria, per gli affondamenti delle imbarcazioni durante le due guerre. Le spoglie mortali a volte trovate lungo le spiagge venivano seppellite per religiosa pietà in cimiteri stranieri.
Non di rado, le vedove si risposavano seguendo l’antica tradizione del “levirato”. riunendosi in matrimonio con un parente stretto ancora celibe del marinaio defunto. Si aggiungevano le difficoltà della pesca nei vari mari italiani dovute al fatto che l’Italia allora era divisa in vari stati che imponevano le loro norme e i loro diritti.

Dalla metà del ‘500 fino alla fine del ‘700 i torresi erano i pochi marinai del Regno di Napoli che coraggiosamente si avventuravano in lunghi viaggi nel mediterraneo. Solo forse molfettani e tranesi furono capaci di tanto. Erano i nomadi del mare. Nella sua evoluzione storica la pesca avvenne inizialmente nei mari territoriali della comarca, poi del regno (mari cilentani e salernitani) per spingersi in quelli extraregnum. Iniziandone così la supremazia marinaresca. I torresi utilizzavano le Menaidi per la pesca delle alici, sciavichelle per la ricerca di palaie e i gozzi per la ricerca di pesce pregiato. I marinai delle feluche obbedivano al suono della tufa che il capitano usava per impartire gli ordini. L’università percepiva un discreto guadagno (jus piscandi) dalla pesca che si praticava nei suoi mari, la sua vendita e la sua salagione e la tassa locale sulle bocche grassolle. Fortunatamente lo jus sul corallo non riuscì ad attecchire, nonostante i tentativi di alcuni tenutari.
Le isole tirreniche (Sardegna e Corsica) già nel secolo decimo quinto erano visitate dai nostri pescatori. Non di rado marinai ischitani, capresi e della costiera amalfitana, specie praianesi, oltre a corsi e gaetani si imbarcavano a servizio degli armatori torresi, quando si scoprivano ricchi banchi coralliferi e la manodopera locale era insufficiente. Venivano assunti con le tecniche del caporalato e alcuni di questi forestieri si ammogliavano con ragazze torresi.

Nel seicento, trovandosi nei mari levantini per la pesca del corallo, molti torresi in diverse rappresaglie furono catturati dai saraceni o dai francesi alleati degli infedeli. La schiavitù è documentata fino al 1780. Il pericolo era alto. Già alla fine del ‘500 la Congrega dei Bianchi provvedeva al riscatto dei catturati e le trattative avvenivano per opera di intermediari ebrei o maltesi. Infatti prima i marinai torresi nel 1615 e poi, sulla falsariga dei nostri, quelli capresi costituirono una congregazione di Carità o Monte della chiesa di S. Maria di Costantinopoli con inclusa la potente corporazione “ceto dei fellucari e pescatori”(1).
È tradizione comune ai due paesi che l’immagine di questa madonna guerriera fosse stata ritrovata nella stiva di una nave pirata assalita e distrutta da un vascello di corallari di Torre del Greco a largo della Sardegna in un’epoca imprecisa collocabile fra il ‘400 ed il ‘500. Essa sarebbe stata venerata dai turchi di Costantinopoli fin dai tempi dell’imperatore Costantino ed era stata elevata dai pescatori torresi a loro protettrice assieme a S. Pietro, S. Andrea, S. Abbondio e S. Timoteo. Per quest’ultimo martire la congregazione del Pio Monte aveva realizzato un ricco reliquario. E inoltre era consuetudine a Torre come a Trapani la devozione religiosa dei marinai per Maria Stella Maris, raffigurata dalla Vergine del Vaglio, che si evidenziava con generosa pietà verso la chiesa a Lei intitolata mediante la donazione di sfarzosi e ricchi gioielli e monili. Infatti parte del manufatto di corallo veniva destinato alla Madonna di Costantinopoli.
Una processione eucaristica nella zona del Vaglio avveniva alla partenza e al ritorno delle coralline, con la benedizione della Madonna guerriera per la quale si pregava, sperando anche in una buona vendita del corallo.
Carlo III di Borbone provvide a contrastare la pirateria assumendo corsari torresi e liparoti (Maldacena, Accardo detto Cardone, Del Dolce, Balzano) che avevano la patente di corsari. Scorrazzavano dalla Toscana, alla Sardegna fino a Malta (Muscetto) e sulle coste del Nord Africa a difesa dei pescatori di corallo. Il servizio mercenario era il loro mestiere. A volte questi avventurieri diventavano pirati in altri periodi dell’anno, assaltando le navi.

La rotta del Mediterraneo occidentale delle feluche coralline che esploravano nuovi territori in cerca del celenterato permetteva, quando non si pescava il corallo. di tracciare una mappa marina delle zone più pescose di pesce per gli stessi torresi pescatori ma pure per altre comunità marinaie come i resinari, puteolani, procidani. Non mancavano intermediari forestieri ben pagati che davano l’informativa di banchi coralliferi.
Gli uomini del mare di diverse nazionalità comunicavano fra loro in lingua franca.

Molti torresi migrarono nel 1707 ad Ischia e alcuni cognomi isolani ne attestano l’origine (Falanga e Mennella), così come nelle riviera laziale (Gaeta e Civitavecchia) dove già risiedevano famiglie nostrane, come ci racconta I. Sorrentino.
Nell’isola verde ai tempi di Ferdinando i torresi presiedevano a due grandi tonnare pescando tonni in quelle acque in quanto è riportato: “sono i più atti”.

Per le numerose eruzioni che afflissero Torre nel pe-riodo dei lumi e l’800, le isole del Golfo e la zona flegrea furono terre d’immigrazione per alcune famiglie torresi. Con l’eruzione del 1773 e poi del 1794 re Ferdinando volle popolare le isole Ponziane (Ponza e Ventotene) con la nostra gente. offrendo loro case gratuite e terreni da coltivare in enfiteusi a Ponza, da Lucia Rosa a Punta Incenso, oltre a sussidi pecuniari. Altri se ne aggiunsero nell’ottocento.
Erano isole già conosciute tanto è vero che nel 1546 a Ponza 500 feluche coralline solcavano quei mari insieme ai pescatori baresi. Nell’isola assolata e ventosa di Ventotene né gli ischitani né i torresi, fatta salva solo per una piccola parte di tenaci corallari, conservarono la loro vocazione marinaresca, per la difficoltà degli approdi. Per cui i novelli ventotenesi divennero quasi tutti contadini, dissodando pezzi di terra e coltivando lenticchie, cicerchie, fichi o cacciando durante il passo le quaglie. Altri purtroppo furono sfruttati dai “coralloti” torresi per la pesca.

Ponza era più ricca di approdi che non l’isola del vento. La località Le Forna fu colonizzata per volere di Ferdinando IV di Borbone dai pescatori torresi che iniziarono la pesca delle aragoste e del corallo le cui acque erano ricche. Agli ischitani provenienti in gran parte dal borgo rurale di Campagnano fu affidata la coltivazione della terra. Fu costruita una strada che collegava il villaggio rurale di Le Forna con il porto. Una volta insediatisi nell’isola ripresero la loro tradizionale attività in quelle acque cioè la pesca del corallo in quanto i torresi erano più idonei alla vita marinaresca.
Questi primi ponzesi di origine torrese non persero contatti con i torresi continentali. I torresi avevano trasmesso alle nuove generazioni di ponzesi nel loro sangue la loro temerarietà; infatti molti abbandonarono la pesca del corallo più faticosa per quella delle aragoste, adattando le loro imbarcazioni nei cantieri torresi al nuovo tipo di pesca.
La chiesa dell’Assunta a Le Forna costruita sopra Cala d’Inferno, quasi a voler dominare le forze demoniache del mare, fu voluta nel 1781 dai corallari e aragostani fornesi, primi discendenti di quei coloni che vi giunsero, forse in ricordo della “nostra Assunta”. Nella chiesa si venera S. Silverio pescatore. Mentre la festa del patrono ponziano nel capoluogo si celebra il 20 di giugno, il S. Silverio fornese avviene nell’ultima domenica di febbraio, in quanto per tradizione i pescatori di Le Forna dovevano salutarlo prima di partire per la lunga e pericolosa campagna di pesca.
Il colore rosso dell’aragosta e del corallo, che domina durante la festa, rimanda ad un chiaro simbolismo cromatico. Le Forna era un angolo di Torre nell’isola. I rapporti di consanguineità fra ponzesi e torresi erano cosi radicati che gli isolani venivano a Torre dai maestri d’ascia e carpentieri ad imparare il mestiere. riconoscendone la supremazia, mentre i ventotenesi venivano a vendere a Torre fichi d’india (leggi qui), lenticchie e cicerchie.

Nel ‘700 dall’isola di Ponza si estraeva caolino e bentonite che venivano lavorati a Torre. Nella orribile e meravigliosa cala dell’Inferno costituita da 350 gradini scavati dai galeotti per raggiungere le dimore della nascente comunità di coloni torresi stabilitasi sulla roccia a forma di cuore per un fenomeno di magmatismo intrusivo. Queste rocce affacciano sulla spiaggia del Core. Alcune di queste dimore erano case-grotta imbiancate a calce, oggi ricercate da vip che frequentano l’isola.
Le tartane d’appoggio alle coralline facevano tappa a Ponza e qui per salutare conoscenti e parenti e per far provviste di acqua e cibo, tra il quale pesce essiccato, specie le musdee; da lì gli armatori torresi avrebbero raggiunto con le loro paranze e feluche la Sardegna, il Golfo di Gaeta e il Tirreno settentrionale.

I “Monti” per i marinai e pescatori nel 1600 non furono diffusi come le confraternite. Cesare Marchetti riporta per le fondazioni queste date: Torre (1615), Procida (1617), Napoli (1639), Capri (1678), Atrani (1685). Avevano Io scopo di dare sollievo agli uomini di mare malati o disabili, doti alle figlie, riscatti per i catturati dai turchi. Davano un quarto della paga ai padroni a cui versavano la quota.

 

[Torresi alla conquista del Mediterraneo (1). – Continua]

In file .pdfTorresi alla conquista del Mediterraneo 1

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