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Sulle origini del falò del Venerdì Santo

di Alessandro Romano  

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Ogni anno ammiriamo soddisfatti il falò di Venerdì Santo, il grande “fucarazzo” che accompagna la processione di Gesù morto. Anticamente se ne facevano addirittura tre: uno sugli scogli di Punta Bianca, quello ancora attuale a Sant’Antonio (che è stato sempre il maggiore) ed un altro sulla spiaggia di Giancos.
Sicuramente una tradizione antica, trapiantata dal continente ai tempi della colonizzazione, che per la sua indubbia spettacolarità suscita puntualmente la curiosità soprattutto tra gli ospiti isolani.
Ma da cosa trae origine?

La Chiesa non dà precise informazioni: “Un’antica tradizione religiosa come tante altre”, spiegava l’anno scorso un sacerdote in una sua omelia.
E la cosa finirebbe da dove è iniziata.
Tuttavia, partendo proprio da questo primo punto e cioè che è una “antica tradizione religiosa” è stato estremamente interessante rilevare la grande diffusione, seppur a macchia di leopardo, che questa pratica ha in tutto il mondo cattolico. Una diffusione che, però, non troviamo nelle aree cristianizzate in tempi a noi più vicini. E questo appare come un primo elemento concreto, tutt’altro che insignificante, che emerge dalla storia.
Infatti, seguendo una ricerca retrospettiva, si arriva abbastanza agevolmente alle origini delle funzioni e delle processioni del Venerdì Santo.
Stiamo nella seconda metà del ’500, quando le grandi manifestazioni religiose avevano il carattere di universalità sacramentale e traevano autorità giuridica nell’obbligo della partecipazione, pena la scomunica e la segnalazione all’autorità ecclesiastica del Sant’Uffizio, il cui compito era di intercettare, processare e punire gli eretici e “tutti i loro aiutatori” che avversavano la religione cattolica.
Trae da ciò il termine “precetto pasquale”: imposizione di una pratica religiosa (la confessione almeno annuale) penalmente rilevante. Infatti, in questo periodo la Chiesa aveva un forte potere politico in tutta l’Europa dove, per essere cittadino a pieno titolo, non era sufficiente avere il battesimo (che segnava l’origine), occorreva necessariamente essere in possesso anche dei requisiti di buon cristiano (che ne marcava la cittadinanza).
Naturalmente, nonostante il soffocante potere politico e religioso imposto dalla Chiesa attraverso la forza pubblica dell’Impero, c’era chi dissentiva anche energicamente, con punte estreme di ribellione dilagante come quella dei “protestanti”. Essi, e non solo loro, contestavano vivacemente la Chiesa cattolica e l’autorità universalmente sacra del papa, alimentando, sia verbalmente che con scritti e libri, una critica a tratti rivoluzionaria.
Questi libri e fogli, spesso manoscritti, venivano periodicamente requisiti dagli agenti del Sant’Uffizio sia per toglierli dalla circolazione e sia per usarli nei processi contro le cosiddette eresie. Al culmine di ogni anno, nel momento del “passaggio” (Pasqua) dalla morte del peccato alla salvezza della resurrezione, tutto questo materiale veniva ammucchiato in una grande pila e distrutto con il fuoco proprio il giorno di Venerdì Santo.

La prima notizia ufficiale del primo “grande falò purificatore” risale al Venerdì Santo del 1554, quando “nel largo che sta dinanzi la parte maggiore dell’arcivescovado di Napoli vennero bruciati migliaia di libri del peccato” [De Frede, Roghi di libri ereticali nell’Italia del Cinquecento].
Dalla storia emergono altri grandi roghi “espiatori e purificatori”, come quello di Venezia, nella Piazza San Marco, dove il falò acceso il venerdì 17 marzo 1559, bruciò circa ventimila libri ereticali, con un fuoco che durò fino al giorno dopo, sabato santo [G. Fragnito, La Bibbia al rogo. La censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura].
Notizie meno evidenti, ma comunque importanti, di altre simili pratiche si intrecciano con varianti spesso fantasiose: croci infuocate imbevute di resine poste sulla sommità di pile di paglia e di libri; falò alimentati con masserizie degli scomunicati recidivi; fuochi accesi in prossimità delle abitazioni degli eretici (protestanti) e via dicendo… dove il fuoco era il principale elemento purificatore e di espiazione.
Da questa pratica via via si degenerò in un’altra che fu quella dei roghi con eretici e streghe, bruciati insieme ai loro libri ed ai loro averi, e non solo il Venerdì Santo.
Ma questa è un’altra storia…

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