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Il mondo di Fra’ Diavolo (5). Guerra e pace

di Pasquale Scarpati

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I mutamenti imposti
Caduta Gaeta, l’insorgenza crebbe e di pari passo anche la violenza degli occupanti.
“L’uguaglianza e la libertà sono le basi della nuova Repubblica” – annunciava il nuovo governo. Ma poiché alcuni sono più uguali degli altri, venne altresì disposto: “Gli uomini generosi che avranno preceduto i loro concittadini nella carriera gloriosa della Libertà, saranno i primi ad essere chiamati a sostenere i diritti del popolo ed a servire la patria nella rappresentazione e ne’ tribunali, negl’impieghi civili e militari; dovendo la Repubblica essere riconoscente verso i Repubblicani”.


L’instaurazione del nuovo regime avrebbe dovuto, pertanto, coincidere con l’avvento di una nuova era, caratterizzata dal superamento delle secolari tradizioni del Regno, perché per essere buon patriota […]” bisogna essere nemico irreconciliabile del passato”. Pertanto tutto venne cambiato o distrutto: dal nome dei mesi e dei giorni agli emblemi regi e/o ai simboli feudali. Si procedette, tra le tante cose, anche ad una svalutazione del linguaggio religioso tradizionale con parole e locuzioni dal significato negativo come ad esempio: il termine “superstizione”…denota ogni culto religioso ed antonomasticamente la Religione Cattolica Romana”, mentre la parola “religione” indicava “espressamente in lingua democratica: l’Ateismo”.
– Che idee… ’i mmerda! Che gghiè ’sta cazz’ ’i “repubblica”? ’Sti fetient’ se stann’a piglia’ tuttecose’. Chi se ne fotte d’a libbertà; cca amma magna’. He vist’ mo’chi c’è venut’a cummanna’? – Questo diceva la gente comune che oramai aveva paura persino dell’ombra soia stessa.

Gli occupanti, infatti, non fecero nulla per attirarsi le simpatie. Nelle province fecero stragi di monaci, abusarono di donne e di religiose, incendiarono chiese, fecero scempio delle spoglie dei santi e organizzarono mascherate con gli arredi sacri. Poi ancora, tramite il commissario Guillaume Charles Faypoult chiesero un contributo di appena… quindici milioni di franchi -…semp’ a caccia ’i sord’ – Per questo imposero un prestito forzoso agli abitanti di Napoli e dei casali circostanti. Come al solito si fecero consegnare preziose opere d’arte cosicché: “se nei giorni dello scompiglio i Lazzaroni avevano rubato secondo il loro talento, nei giorni dell’ordine i francesi rubarono secondo la legge”. Ciò provocò l’insorgenza della Massa.

L’orrore della guerra: ovvero la pace
A questo punto il mio interlocutore scosse la testa, la chinò ed il suo viso si fece scuro, anzi scurissimo. Un velo di tristezza lo avvolse.
La ruvidezza della sua mano agguantò la mia e disse:
– Scusa, ma te lo devo dire. È pura utopia pensare ad una guerra combattuta in “punta di fioretto”, con le regole della cavalleria. In essa, purtroppo, ci sono sempre stati e sempre ci saranno, distruzione, dolore, lacrime, sangue, eccidi di gente inerme e di civili, stupri, ecatombe di uomini ed animali. Ogni cosa viene stravolta. Ma questo, purtroppo, ognuno pensa che possa succedere agli altri, mai a se stesso o ai suoi cari.”
– Guagliò! Pe’ chest’ site “fantastici!”.
– In che senso? Forse vuole dire “avete troppa fantasia?!” – mi chiesi.
La guerra è onnivora: un orso feroce che si erge, azzanna e stritola tutto. È pia illusione una guerra “chirurgica” (o cerusica), che colpisca soltanto luoghi ed uomini “sensibili”.
– Si tu cade e te fracass’ i dnuòcchie, o si te fa mal ’nu dent’ oppure sient’ ’na lanzata dint’a capa, tu sient’ sì dulor’ ma pienze che cu’ ’na medecina o cocch’ata cosa iss’ adda passa’…
Ma tu penz’a chill’ che vènene trapassat’a ’na baionett’, o ’na coscia le vènene sfrantummat’a ’nu colp’i cannon,e o ’na pallottola piccirella le buca ’a spalla o ’u pulmone… comm’ s’hanna senti’? ’Nu dulore immenso e iss’ sape pure ch’hadda muri’ e nun ce sta nient’a fa’..! Chest’è ’a ’uerra!
Ate ca’ muore chianu-chiane e doce-doce chiud’all’uocchie!
…Chesta è ’a ’uerra e cheste succede a chi more accise! Ce tenessem’a penza’ chiù spisse!

Tacque e sospirò. Approfittando della sua “pausa” non potetti fare a meno di intervenire:
– Se ne accorsero bene quelli che baldanzosamente, cantando felici, partirono per il fronte all’inizio del primo conflitto mondiale: ai canti seguirono i… pianti nella cruda trincea. La polvere, il fango, la pioggia greve, la neve, il gelo ed il caldo facevano loro compagnia insieme agli scarafaggi ed ai topi. I primi servivano anche per trastullo, i secondi si arrostivano come cibo. Gli umani bisogni naufragavano nella melma che a sua volta era formata dagli umani bisogni. Qualcuno, più intelligentemente, usava l’urina per… raffreddare la mitragliatrice. E che dire di quelli che, durante il secondo conflitto mondiale, marciarono con gli scarpini (bada: non con gli scarponi) o con le pezze ai piedi nelle sconfinate e gelide steppe della Russia, nutrendosi di sangue rappreso di animali morti. Immagini orride della guerra che si combatte sotto qualsiasi bandiera. Perché non esiste una guerra dolce, felice, suadente, direi soft: l’ogiva non lo prevede perché già puzza quando parte dalla bocca del cannone; alza polvere e fa schizzare sangue dove colpisce.

La guerra e la fame fanno bandire nella maggior parte degli uomini ogni sentimento di dolcezza, ogni altruismo. Si diviene rudi e rozzi: si pensa a soddisfare, soprattutto con la violenza, gli istinti primari. Esplode la violenza come una bomba e non è finzione cinematografica. Ci si pasce di sangue e la morte orrenda dietro l’angolo diviene una normalità. Una persona raccontava di ciò che aveva vissuto, lui personalmente, quando, in tenera età, aveva visto e raccolto i pezzi sparsi del corpo del padre, ridotto a brandelli davanti ai suoi occhi innocenti, da un’ogiva partita dal mare e un’altra mi ha raccontato delle micidiali schegge che viaggiano a elevata velocità e che bucano e tagliano come coltello nel burro; un’altra ancora mi ha raccontato che nella calura estiva, accingendosi a bere ad un ruscello, guardingo per timore di essere rastrellato, non si fece scrupolo di scansare del sangue che scorreva insieme con l’acqua… e quello che vide il fratello, e i cavalli squartati, le viscere sparse. È troppo orrido? Sono eccezioni o questa è la “regola” della guerra?

Quelli che muoiono, distrutti, a brandelli, hanno forse qualche riscontro o guadagno per la loro morte? Forse che nell’aldilà si gioisce o si patisce come sulla terra? Se fosse così gioirebbero i vincitori mentre gli sconfitti sarebbero eternamente tristi e sconsolati. Dopo poco tempo (ammesso che questo sia possibile) gli stessi morti-vincitori vedendo deluse le aspettative per cui hanno combattuto e abbandonato la vita inutilmente, non si dovrebbero arrovellare dalla rabbia? Lo stesso Achille si lamentò, quando incontrò Ulisse nell’oltretomba, di avere scelto di abbandonare la vita in giovane età e di aver, quindi, preferito la morte.

E a quelli che rimangono (figli, parenti, amici), giova qualcosa? O anch’essi, nel dopoguerra, devono raddoppiare gli sforzi per guadagnarsi, ma ancora più duramente, un tozzo di pane avendo perduto tutti i beni oltre alle persone care? L’indigenza, la vita dura per mancanza di mezzi, il sacrificio, la penuria di quasi tutto ciò che noi adesso tranquillamente fruiamo, fa diventare duri ed egoisti..!
– Ricordo bene” – proseguii – come si viveva nel primo dopoguerra, quando ero bambino.
Qualche piccola avvisaglia si ebbe non appena scoppiò la prima guerra del Golfo (1990/1991). Moltissime persone si spaventarono a tal punto da fare incetta di generi alimentari. In molti supermercati infatti, in un batter d’occhi sparirono molti alimenti di prima necessità: zucchero, farina, sale e pasta. In un batter d’occhi scaffali vuoti! Qualcuno come già era avvenuto al tempo di Cernobyl, memore dell’antica usanza di fare il latte con l’acqua calda, fece man bassa di latte condensato in scatola. Ma in caso di guerra l’acqua sarebbe più scorsa abbondante dal rubinetto? E dove conservare il tutto, senza che nessuno venga a rubarlo o a sequestrarlo? Dove reperire ciò che oggi facilmente troviamo come ad esempio i medicinali? Mercato nero. Verrebbero sconvolte tutte le nostre abitudini. Ma per fortuna nostra (mentre per altri fu ben più dura) le cose si svolsero in modo che tutti sappiamo.

Non è meglio quindi la pace? Dicevano i Romani: Si vis pacem, para bellum (se vuoi la pace, prepara la guerra: tieni un esercito ben armato e potente). Purtroppo questo detto è stato ed è, ancora oggi, sempre valido.
Io dico invece: se vuoi la pace, pensa agli orrori della guerra, alle sue conseguenze sulle cose e sugli animi! Considera nei dettagli e nei particolari della sua ferocia!
…Ma tutti, proprio tutti, dovrebbero pensare così, perché basta uno solo che si armi (homo homini lupus, purtroppo) che di conseguenza l’altro si vede costretto ad armarsi ancora di più, in una escalation senza fine.
Insomma si può dire che la guerra si fonda su due colonne massicce, doriche: il denaro ed i morti. Senza il primo non ci può essere guerra, la quale genera i secondi. I secondi a loro volta generano il primo per coloro che riescono a sopravvivere. Queste colonne corrono su tutti i lati del tempio. Ma come il tempo fagocita tutto cominciando dal tetto, così queste restano solitarie. Nude si tendono verso l’alto, circondate soltanto dalle rovine di ciò che esse stesse avrebbero dovuto sorreggere.
Meravigliato di me stesso, per le parole che mi erano uscite dalla bocca e dal cuore, finalmente tacqui.

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Nelle tre ultime immagini (a cura della Redazione): Allegoria della Guerra, nelle rappresentazioni pittoriche (nell’ordine):
– di Giorgio Sciltian (Nascita dell’Occidente; 1950)
– di J. Breughel il Giovane (1640)
– di P. Picasso (Guernica; 1937)

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[Il mondo di Fra’ Diavolo (5) – Continua]

 

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