- Ponza Racconta - http://www.ponzaracconta.it -

La lingua batte…

di Francesco De Luca
[1]

.

Ponza questo inverno ha visto ancor più assottigliarsi il numero dei residenti. Lo spopolamento fa implodere le relazioni sociali. E quando esse divengono tanto risicate scatta nei soggetti un meccanismo di difesa per cui, invece di fondarsi sulla comunanza, sulla compaesanità, le relazioni interpersonali si chiudono dietro barriere divisorie. Cosicché nello scambio verbale si palesa subito l’appartenenza politica. O meglio, prende forma la distinzione se si è pro o contro l’attuale amministrazione.

Voglio un po’ soffermarmi su questo fenomeno. Che, in verità, trova lontani precedenti. Ricordo che durante il periodo Sandolo (1952 – 1975), specie negli ultimi anni ’70, c’era quasi il timore di palesare la propria opposizione. Per paura di rappresaglie. In quegli anni insegnavo a Le Forna e mi appariva evidente, nei colloqui con i genitori degli alunni, specie le madri, la reticenza a manifestare il loro pensiero. Che, per forza di cose era contrario all’amministrazione Sandolo giacché il clima verso cui tendeva l’Italia era di massima propensione verso la libertà di pensiero, e anche a Ponza l’incipiente turismo premeva a che certe richieste provenienti dai pescatori e dai primi operatori turistici trovassero nelle scelte amministrative echi consenzienti. Cosa che Sandolo, per eccessivo dirigismo, impediva.

La faziosità comparve allora, ed ha attecchito nei Ponzesi, se ancora oggi si palesa, e contrasta con quella che dovrebbe accompagnare ogni relazione paesana ovvero la comunanza.

Non penso che sia difficile capire che ciascuno può pensarla politicamente come vuole, e ciascuno ha ben scelto, allorquando deposita la sua scheda elettorale nell’urna. Perché ciascuno agisce in conseguenza dei suoi intendimenti
Ed è in questa diversità la matrice della salubrità del sistema democratico. Ognuno esprime il suo parere nel rispetto degli altri.
Ma ancor più, in una piccola comunità come la nostra vale, oltre la distinzione di cui ho detto, anche la convinzione che si è operato per il bene della comunità.

Se, poi, il proprio personale parere risulta minoritario al confronto con i pareri degli altri, si è tutelati dai rancori e dagli screzi, per il fatto che il potere è in mano a chi ha a cuore il bene collettivo. E dunque nessuna divisione politica può frangere la comune appartenenza isolana.

Toppa perciò chi, stuzzica amichevolmente con frasi come: “Pure stavota avimmo sbagliato. N’ata vota… avimmo sbagliato”.

Nessuno sbaglia nel dare il suo voto. Si sono elaborate certe scelte e se ne è prescelta una. Se non è risultata vincente quella votata occorre essere convinti che la parte vincente opererà nell’interesse comune.
Questo è il ragionamento corretto. Cosa può inficiarne la validità? Beh… se si sceglie una parte perché si pensa di ottenere privilegi, allora il ragionamento corretto cade.

Se la scelta politica sottintende un vantaggio personale allora si sfalda tutto quanto sin qui detto. Allora si capisce perché ci si scontri, e ci si distingua, e ci si accapigli. Perché? Perché il quel caso non si opera per il bene comune.
Chi parteggia per il proprio tornaconto non realizzerà nessun bene comune. Al massimo porterà acqua al suo mulino ma… e qui vorrei dare ancor più peso alle parole, in un microcosmo socio-politico-economico come è quello di Ponza, il benessere di uno (o di pochi) sarà sempre dimezzato. La nostra realtà beneficerà del benessere se questo è generalizzato, partecipato. Non occorre la laurea in economia per capire che in una società chiusa il liberalismo non può attecchire. O c’è libertà di profitto per tutti o per nessuno.
La stessa ecologia insegna che in una nicchia ristretta i rapporti sono così interdipendenti che il mutamento abnorme di un solo fattore determina il deterioramento della nicchia stessa.

Ne abbiamo testimonianza nello spopolamento che si patisce a Ponza. Esso è accentuato anche dal fattore benessere economico. Lasciato senza guida sta operando l’estinzione della comunità isolana.

Un’altra condizione annulla il ragionamento corretto presentato sopra. Ed è quella vendicativa.
Ovvero, la parte che vince si accanisce contro chi ha palesemente scelto la parte opposta. Immagazzinare rancori e discordie, e attendere di sfogarsi allorché si diventa gestori dell’amministrazione, è la condizione peggiore per una piccola comunità. L’odio ma anche l’avversione personale sono stati, e sono tuttora, cause che frenano il benessere. Quello personale e quello collettivo. Quello economico e quello politico.

Non è una comunità idilliaca quella che sto tratteggiando ma una che sia consapevole delle dinamiche sociali che deve affrontare.

[2]