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Tre anni dalla morte di Umberto Eco. Rileggiamo un suo famoso saggio

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a cura della redazione, su suggerimento di Rosanna Conte

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Ogni anno perdiamo maestri fondamentali, insostituibili, che ci hanno insegnato un modo di leggere il mondo; non perdiamo l’occasione di ricordare la loro eredità.
Abbiamo rievocato qualche giorno fa la figura di Predrag Matvejevic
(leggi qui e qui)Lo facciamo ancora per Umberto Eco (1932 – 19 febbr. 2016).
La nostra ammirazione va alla preveggenza che hanno avuto nell’identificare dei fenomeni “sul nascere” e alla estrema attualità della loro lezione, tuttora valida a distanza di decenni. Per lo “storico” testo sotto-riportato è facile vedere “in nuce” fenomeni – e in trasparenza “personaggi” – tuttora presenti nella nostra società.

Ci manca molto la voce di veri “maestri” in questo mondo sottosopra.

Fenomenologia di Mike Bongiorno è un celebre saggio scritto da Umberto Eco nel 1961 e pubblicato all’interno dell’opera Diario minimo. È considerato, tra le altre cose, anche uno dei primi esempi di critica televisiva. Analizzando dal punto di vista semiotico le ragioni del successo del presentatore televisivo italoamericano Mike Bongiorno – già celeberrimo all’epoca della stesura del saggio – viene articolata una disamina degli effetti sociologici prodotti dalla televisione nell’Italia del boom economico, anticipando di molti decenni un gran numero di considerazioni tuttora estremamente attuali circa l’appiattimento mentale prodotto nella massa dei telespettatori da un certo tipo di sottocultura televisiva attuale, di cui la fenomenologia all’epoca tracciata costituiva il presupposto.
In virtù del suo indiscutibile valore semiologico, della notevolissima proprietà lessicale cui l’autore fa ricorso, e del piglio brillante della sintassi e delle argomentazioni impiegate – spesso ricercanti un voluto effetto umoristico – il saggio è negli anni assurto a vera e propria istituzione intellettual-popolare, divenendo un caso letterario ed entrando nell’immaginario collettivo a titolo di vero e proprio stereotipo linguistico (da Wikipedia)

Mike Bongiorno a Lascia o Raddoppia (1955 – ’59); altra sua trasmissione degli esordi, Campanile sera (dal 1960 al ’62, con Enzo Tortora); poi Rischiatutto dal 1970 al ’74.

Mike Bongiorno (1924 – 2009) dedicò un intero capitolo della sua autobiografia, La versione di Mike, al commento di molti passi della Fenomenologia che lo riguardava.
Ammise di aver pianto dopo averla letta, in quanto sarebbe potuta essere nociva per la sua carriera, ma soprattutto perché quel giudizio critico di Eco non teneva conto che la sua evoluzione culturale era stata ostacolata dal padre che non gli aveva permesso di iscriversi alla facoltà di legge della Princeton University, dove suo padre stesso, avvocato, aveva conseguito la laurea. Di questo egli aveva molto sofferto e solo nel 2007 aveva coronato il suo sogno con il conseguimento della laurea honoris causa in televisione, cinema e produzione multimediale.


La presentatrice televisiva Sabina Ciuffini, valletta di Bongiorno nel quiz Rischiatutto, ricorda che durante le prove Bongiorno portava molto spesso con sé una copia del saggio, obbligandola a leggerlo e ammonendola sul fatto che era quello il segreto del loro successo.

Fenomenologia di Mike Bongiorno

di Umberto Eco

L’uomo circuìto dai mass media è in fondo, fra tutti i suoi simili, il più rispettato: non gli si chiede mai di diventare che ciò che egli è già. In altre parole gli vengono provocati desideri studiati sulla falsariga delle sue tendenze. Tuttavia, poiché uno dei compensi narcotici a cui ha diritto è l’evasione nel sogno, gli vengono presentati di solito degli ideali tra lui e i quali si possa stabilire una tensione. Per togliergli ogni responsabilità si provvede però a far sì che questi ideali siano di fatto irraggiungibili, in modo che la tensione si risolva in una proiezione e non in una serie di operazioni effettive volte a modificare lo stato delle cose.
Insomma, gli si chiede di diventare un uomo con il frigorifero e un televisore da 21 pollici, e cioè gli si chiede di rimanere com’è aggiungendo agli oggetti che possiede un frigorifero e un televisore; in compenso gli si propone come ideale Kirk Douglas o Superman.
L’ideale del consumatore di mass media è un superuomo che egli non pretenderà mai di diventare, ma che si diletta a impersonare fantasticamente, come si indossa per alcuni minuti davanti a uno specchio un abito altrui, senza neppur pensare di possederlo un giorno.
La situazione nuova in cui si pone al riguardo la Tv è questa: la Tv non offre, come ideale in cui immedesimarsi, il superman ma l’everyman. La Tv presenta come ideale l’uomo assolutamente medio. (…)

Il caso più vistoso di riduzione del superman all’everyman lo abbiamo in Italia nella figura di Mike Bongiorno e nella storia della sua fortuna. Idolatrato da milioni di persone, quest’uomo deve il suo successo al fatto che in ogni atto e in ogni parola del personaggio cui dà vita davanti alle telecamere traspare una mediocrità assoluta unita (questa è l’unica virtù che egli possiede in grado eccedente) ad un fascino immediato e spontaneo spiegabile col fatto che in lui non si avverte nessuna costruzione o finzione scenica: sembra quasi che egli si venda per quello che è e che quello che è sia tale da non porre in stato di inferiorità nessuno spettatore, neppure il più sprovveduto. Lo spettatore vede glorificato e insignito ufficialmente di autorità nazionale il ritratto dei propri limiti.
Per capire questo straordinario potere di Mike Bongiorno occorrerà procedere a una analisi dei suoi comportamenti, ad una vera e propria «Fenomenologia di Mike Bongiorno», dove, si intende, con questo nome è indicato non l’uomo, ma il personaggio. Mike Bongiorno non è particolarmente bello, atletico, coraggioso, intelligente. Rappresenta, biologicamente parlando, un grado modesto di adattamento all’ambiente. (…)

Mike Bongiorno non si vergogna di essere ignorante e non prova il bisogno di istruirsi. Entra a contatto con le più vertiginose zone dello scibile e ne esce vergine e intatto, confortando le altrui naturali tendenze all’apatia e alla pigrizia mentale. Pone gran cura nel non impressionare lo spettatore, non solo mostrandosi all’oscuro dei fatti, ma altresì decisamente intenzionato a non apprendere nulla.

In compenso Mike Bongiorno dimostra sincera e primitiva ammirazione per colui che sa. Di costui pone tuttavia in luce le qualità di applicazione manuale, la memoria, la metodologia ovvia ed elementare: si diventa colti leggendo molti libri e ritenendo quello che dicono. Non lo sfiora minimamente il sospetto di una funzione critica e creativa della cultura. Di essa ha un criterio meramente quantitativo. In tal senso (occorrendo, per essere colto, aver letto per molti anni molti libri) è naturale che l’uomo non predestinato rinunci a ogni tentativo. (…)

L’ammirazione per la cultura tuttavia sopraggiunge quando, in base alla cultura, si viene a guadagnar denaro. Allora si scopre che la cultura serve a qualcosa. L’uomo mediocre rifiuta di imparare ma si propone di far studiare il figlio. Mike Bongiorno ha una nozione piccolo borghese del denaro e del suo valore («Pensi, ha guadagnato già centomila lire: è una bella sommetta!»). Mike Bongiorno anticipa quindi, sul concorrente, le impietose riflessioni che lo spettatore sarà portato a fare: «Chissà come sarà contento di tutti quei soldi, lei che è sempre vissuto con uno stipendio modesto! Ha mai avuto tanti soldi così tra le mani?». (…)

Mike Bongiorno accetta tutti i miti della società in cui vive: alla signora Balbiano d’Aramengo bacia la mano e dice che lo fa perché si tratta di una contessa (sic). Oltre ai miti accetta della società le convenzioni. È paterno e condiscendente con gli umili, deferente con le persone socialmente qualificate. (…)

Mike Bongiorno parla un basic italian. Il suo discorso realizza il massimo di semplicità. Abolisce i congiuntivi, le proposizioni subordinate, riesce quasi a rendere invisibile la dimensione sintassi. Evita i pronomi, ripetendo sempre per esteso il soggetto, impiega un numero stragrande di punti fermi. Non si avventura mai in incisi o parentesi, non usa espressioni ellittiche, non allude, utilizza solo metafore ormai assorbite dal lessico comune. (…)

Non è necessario fare alcuno sforzo per capirlo. Qualsiasi spettatore avverte che, all’occasione, egli potrebbe essere più facondo di lui. Non accetta l’idea che a una domanda possa esserci più di una risposta. Guarda con sospetto alle varianti. Nabucco e Nabuccodonosor non sono la stessa cosa; egli reagisce di fronte ai dati come un cervello elettronico, perché è fermamente convinto che A è uguale ad A e che tertium non datur. (…)

Mike Bongiorno è privo di senso dell’umorismo. Ride perché è contento della realtà, non perché sia capace di deformare la realtà. Gli sfugge la natura del paradosso; come gli viene proposto, lo ripete con aria divertita e scuote il capo, sottintendendo che l’interlocutore sia simpaticamente anormale; rifiuta di sospettare che dietro il paradosso si nasconda una verità, comunque non lo considera come veicolo autorizzato di opinione. Evita la polemica, anche su argomenti leciti. Non manca di informarsi sulle stranezze dello scibile (una nuova corrente di pittura, una disciplina astrusa… «Mi dica un po’, si fa tanto parlare oggi di questo futurismo. Ma cos’è di preciso questo futurismo?»). Ricevuta la spiegazione non tenta di approfondire la questione, ma lascia avvertire anzi il suo educato dissenso di benpensante.
Rispetta comunque l’opinione dell’altro, non per proposito ideologico, ma per disinteresse. Di tutte le domande possibili su di un argomento sceglie quella che verrebbe per prima in mente a chiunque e che una metà degli spettatori scarterebbe subito perché troppo banale: «Cosa vuol rappresentare quel quadro?» «Come mai si è scelto un hobby così diverso dal suo lavoro?» «Com’è che viene in mente di occuparsi di filosofia?».

Porta i clichés alle estreme conseguenze. Una ragazza educata dalle suore è virtuosa, una ragazza con le calze colorate e la coda di cavallo è «bruciata». Chiede alla prima se lei, che è una ragazza così per bene desidererebbe diventare come l’altra; fattogli notare che la contrapposizione è offensiva, consola la seconda ragazza mettendo in risalto la sua superiorità fisica e umiliando l’educanda. In questo vertiginoso gioco di gaffes non tenta neppure di usare perifrasi (…).

Per lui, lo si è detto, ogni cosa ha un nome e uno solo, l’artificio retorico è una sofisticazione. In fondo la gaffe nasce sempre da un atto di sincerità non mascherata; quando la sincerità è voluta non si ha gaffe ma sfida e provocazione; la gaffe (in cui Bongiorno eccelle, a detta dei critici e del pubblico) nasce proprio quando si è sinceri per sbaglio e per sconsideratezza. Quanto più è mediocre, l’uomo mediocre è maldestro. Mike Bongiorno lo conforta portando la gaffe a dignità di figura retorica, nell’ambito di una etichetta omologata dall’ente trasmittente e dalla nazione in ascolto.

Mike Bongiorno gioisce sinceramente col vincitore perché onora il successo. Cortesemente disinteressato al perdente, si commuove se questi versa in gravi condizioni e si fa promotore di una gara di beneficenza, finita la quale si manifesta pago e ne convince il pubblico; indi trasvola ad altre cure confortato sull’esistenza del migliore dei mondi possibili. Egli ignora la dimensione tragica della vita.

Mike Bongiorno convince dunque il pubblico, con un esempio vivente e trionfante, del valore della mediocrità. Non provoca complessi di inferiorità pur offrendosi come idolo, e il pubblico lo ripaga, grato, amandolo. Egli rappresenta un ideale che nessuno deve sforzarsi di raggiungere perché chiunque si trova già al suo livello.
Nessuna religione è mai stata così indulgente coi suoi fedeli. In lui si annulla la tensione tra essere e dover essere.
Egli dice ai suoi adoratori: voi siete Dio, restate immoti.


Sintesi del testo tratto Laterza Ariel, Archivio Interattivo per l’educazione letteraria, da Umberto Eco, Diario minimo; 1992/2011 RCS Libri S.p.A. / Bompiani

Qui di seguito, il file .pdf, il saggio completo: Eco. Fenomenologia di Mike Bongiorno. Da Diario minimo

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1 commento per Tre anni dalla morte di Umberto Eco. Rileggiamo un suo famoso saggio

  • Lorenza Del Tosto

    Grazie per questo bel pezzo che mi ha colto proprio a fagiolo, come si dice, nel bel mezzo di considerazioni varie mentre ero intenta per ragioni di lavoro alla lettura (15° tentativo, più o meno!) de Il nome della Rosa (per tradurre gli attori anglofoni della serie TV, Turturro ed Everett).
    Ammetto con il capo cosparso di cenere che possiedo quel libro da tempo immemore e nel riprenderlo in mano ho trovato traccia di tutti i punti in cui a più riprese ho mollato la lettura. Eppure mi ricordo il furore popolare quando è uscito.
    Solo per me è tanto ostico? L’uomo medio davanti alla tv, che pure io non vedo, è invece riuscito a leggerlo?

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