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8 gennaio 1810: cosa accadde a Ponza? (4)

proposto da Francesco De Luca

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Per la puntata precedente (3), leggi qui

Per tutto il periodo che i Francesi, padroni a Napoli (dove s’era insediato come re Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone), lasciarono ai Borboni il dominio delle isole, qui si visse miseramente. Non solo l’occorrente per vivere, quasi tutto, doveva venire dalla Sicilia (finanche l’acqua), in più il clima di insicurezza e di paura che si era instaurato nel paese era insostenibile.

Joseph-Bonaparte. Di François Gerard (1808)

Quando fu chiaro che da Ponza non potesse partire nessun progetto di riconquista del regno da parte dei Borboni, e che le fortificazioni approntate non avrebbero retto all’attacco nemico, il Canosa, depresso, lasciò l’isola.

Il paese era devastato. 200 ponzesi, su una popolazione che non raggiungeva il migliaio, si imbarcarono per recarsi in Sicilia. Intere famiglie, compromesse con i torbidi affari che il Canosa aveva imbastito durante i tre anni di spadroneggiamento, la lasciarono!

A proposito, una delle famiglie che partì fu la mia, e insieme quella dei Verneau. Avevano subito un nuovo lutto nel 1808. Fu trovato ucciso il fratello di Luigi, Giuseppe, nel podere di famiglia a Chiaia di Luna. Del colpevole non si seppe nulla ma è facile immaginare che nel clima esasperato di sospetto un omicidio con quel nome era stato dettato dalla vendetta. Anche perché Giuseppe, all’epoca dei fatti del 1799 fu arrestato e poi giudicato non colpevole di tradimento. Ad ogni buon fine, probabilmente su consiglio di Carlo e di Silverio, oggi ufficiali borbonici, la famiglia raggiunse il Re in Sicilia.

Con la partenza del Canosa la vita isolana si alleggerì del peso di una tirannìa ma non riacquistò la serenità. La gente si sparpagliava per la campagna alla ricerca di verdure commestibili, di tuberi, di qualcosa da poter bollire in pentola. Nelle calette, fra gli scogli, nei giorni di bonaccia, si andava a prendere patelle, sconcigli, rufoli, granchietti. Tutto per lenire i morsi della fame.
La disperazione avvolgeva l’isola di Ponza. Anche sui moli dove poco tempo prima risolute personalità come il Gambardella, come Salvatore Mazzella, s’erano vantate di gettare lo scompiglio nell’ordito del re francese con le loro azioni corsare, anche lì si attendeva dalla sorte un segnale di rincuoro.
Veruccio ’u matto andava ripetendo nella sua delirante cantilena un pensiero condiviso da tutti:
Stamme sule e muorte ’i famma
Chi vene vene, basta ca magnammo.

Finché oggi, 8 gennaio 1810, si è visto entrare nel porto un cutter. Con una delegazione di ponzesi siamo andati a bordo. Abbiamo fatto la conoscenza dell’ufficiale Tommaso Montaruli, sottointendente del distretto di Gaeta, al servizio di sua Maestà Gioacchino Napoleone Murat.

Gioacchino Murat a Napoli. Di François Gérard. 1812

Con un anno di ritardo dal suo insediamento nel regno di Napoli (1808) al posto di Giuseppe Bonaparte, il Murat, ormai sicuro di non rischiare nulla (ma nemmeno di guadagnare nulla, dico io), inviava suoi emissari a rendersi conto della situazione delle isole ponziane, per poi organizzarne il governo.

***

Oggi 23 marzo 1810 ho ricevuto dal comandante Montaruli una gradita lettera. In essa mi chiede di assumere l’incarico di “Giudice” delle isole. Per rendermi edotto delle ragioni per le quali ha indicato al Ministro degli Interni il mio nome e per illustrarmi come tale autorità dovrà operare nell’attuale situazione in cui versano le isole, per una rinnovata riorganizzazione statale sotto la sovranità del Murat, mi invia copia della relazione da lui redatta nell’assumere il possesso delle isole.

 

[8 gennaio 1810: cosa accadde a Ponza? (4) – Continua]

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