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paolo-02 s-02 34 7 Camera principale delle grotte di Pilato La spugna nocciolina: Chondrilla nucula

8 gennaio 1810: cosa accadde a Ponza? (2)

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proposto da Francesco De Luca

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per la puntata precedente (la prima), leggi qui

Mio padre non riuscì mai a capire appieno quella scelta ideologica. Fare corpo coi traditori, loro che dovevano tutelare gli interessi di casa reale! Forse avevano sperato: Francesco di essere reintegrato nella sua funzione di comandante militare, dopo che era stato sostituito in tale incarico da don Benedetto Rizzani, e lui aveva accettato la carica di aiutante maggiore, in pratica vicecomandante; Luigi invece, di ricoprire funzioni di più alto prestigio. Non a caso se la intendeva con quel tale ingegnere Carpi Francesco. Troppo progressista per non essere immischiato in faccende da giacobino, ripeteva mio padre. Aveva il compito di dirigere le opere pubbliche, il Carpi, non di badare ai bisogni della povera gente. Come avvenne, per esempio, per il commerciante Andrea Farese da lui denunciato perché un suo carro di farina, non bene governato, investì e uccise un ragazzo.

Ebbene, Carpi e Luigi Verneau erano inseparabili. Per mio padre non fu difficile concludere che covassero da tempo il tradimento. C’è da dire, ancora, che per mio padre ragioni ideali a base di comportamenti non avevano peso. In casa si è sempre soppesato tutto sulla bilancia del profitto. Papà, e già prima suo padre, erano riscossori del Re. Ogni barca che gettava l’ancora in porto doveva una somma all’erario; ogni pescatore che riempiva le nasse di aragoste doveva un tributo. Su un piatto della bilancia c’era sempre il rispetto, la deferenza, l’obbligo verso il Re, nell’altro, poteva starci ogni altra cosa.

Cosicché quando a giugno il giudice De Curtis, forte delle armi inglesi, rioccupa per il Borbone l’isola di Ponza, dopo la caduta della Repubblica Partenopea, e imprigiona Francesco e Luigi Verneau, mio padre ritornò a confidare nella giustizia degli uomini.
Non così mia madre. Anzi, dal giorno della cattura dei due, accompagnati in quella triste sorte da Giuseppe, secondogenito dei Verneau, mia madre frequentò apertamente la signora Elisabetta. La sua casa andava in rovina. Madre di 10 figli, aveva seguito a Ponza il marito, tenente, a capo di un manipolo di soldati nel 1759 e qui con il crescere della colonia e con l’ingrandirsi della guarnigione militare aveva visto aumentare l’autorità del marito e prosperare la sua famiglia.

Ma con il dissennato gesto dei suoi cari di aderire alla Repubblica, tutta l’onorabilità e il potere conquistati erano stati gettati alle ortiche. Soltanto la figlia Maria Grazia, sposata a don Gaetano Torcia, le era rimasta accanto. Insieme a mia madre. Fu lei a   soccorrerla il 6 luglio (del 1799) quando, nel vedere il drappello che portava al cimitero il corpo di Luigi, voleva gettarsi dal balcone.

I Verneau, dopo che don Francesco aveva lasciato al Rizzani il comando della piazza militare, avevano dovuto lasciare l’alloggio ufficiale, sito proprio di fronte all’entrata della Torre, ed avevano trovato casa in quel palazzo un po’ più in basso, al piano rialzato.
La strada è quella che porta al cimitero e non v’era modo di passare inosservati.

Ponza, piazza d’armi; attuale piazza Carlo Pisacane

Luigi fu impiccato di buon mattino. Avvolto in un sacco marrone le guardie lo pigliano e lo portano a seppellire. Nel salire la stradina s’avvedono che il corpo si muove. Si fermano, si interrogano, chiedono aiuto. Una ritorna giù nel Foro borbonico per chiamare il capo, e le altre proseguono. Presto atterriscono per le contrazioni provenienti dal corpo. Il gruppetto si riferma. Poggia a terra il fagotto e questo si dimena.
Intanto dal Foro è sopravvenuto il capo – guardia con altre persone. Dentro il sacco si   agita un corpo che doveva essere esanime. Si decide di chiamare il prete, don Antonio Pata, forse lui sa trovare il modo di dare pace eterna a quell’uomo.

Ma ormai il trambusto aveva dato il segnale che lo spettacolo dell’impiccagione, veduto poco fa, non era ancora finito. Lo spettacolo! Questo vuole la gente! Fu allora che uscì sul balcone donna Elisabetta. Anch’ella vede gli strepiti di quel sacco rigonfio. C’è la figlia accanto, coi fratelli, c’è mia madre. Nessuno si interroga su cosa accada vicino a quel pugno di uomini indaffarati. Qualche voce dice: “Ma è ancora vivo!”.
Chi è vivo? – domanda donna Elisabetta – Chi c’ è… chi c’è dentro quel sacco… chi c’è?
– Vieni dentro, non c’ è niente da vedere!” – interviene mia madre.
A questo punto le guardie sono in grande confusione. Troppa gente intorno fa   domande. Qualcuno invoca i Santi, mentre il sacco scalcia, strattona.
– Vieni dentro… – supplica mia madre a donna Elisabetta che piange e si protende oltre i ferri della balconata, disperata.
Il drappello, a passi frettolosi e concitati, si dirige verso la cappella del Cimitero. Don Antonino, si vede anche lui dirigersi lì, come pure Tore Bisia, che quel giorno fa il boia.

Sul pavimento della chiesetta il sacco viene aperto e si constata che Luigi Verneau si dimena ancora nei rantoli dell’agonia. La corda del cappio non gli ha tolto la vita perché non ha avuto il tempo di interrompere il respiro. Troppa è stata la fretta di consumare quell’omicidio sulla pubblica piazza. Forse anche l’imperizia dei carnefici ha influito, e il fatto insolito di uccidere un compaesano, uomo di rispetto e degno.
Fatto sta che Tore Bisia, dopo che il prete formula a quel corpo nello spazio dell’agonia l’estrema unzione una seconda volta, è indotto a usare la scure per decapitarlo.

Note e immagini a cura della Redazione

Targa dedicata a Luigi Verneau, a Ponza, sotto gli archi del Municipio

Ferraiuolo, Schiano, Lamonica: giovani di Ponza negli anni ’70 del Circolo Luigi Verneau

Il generale Bonaparte durante la prima campagna d’Italia [ritratto da Edouard Detaille (1848-1912)]

Sul sito questo periodo storico è stato già trattato da Sandro Romano, nel dicembre 2013:
L’esperimento di Ponza e Ventotene nella riforma socio-amministrativa dei Borbone (3)

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[8 gennaio 1810: cosa accadde a Ponza? (2) – Continua]

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