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La Memoria non dura un giorno. L’intervista di Sara (6)

di Dante Taddia
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Il racconto del professore: la rievocazione della “competizione farsa” nel campo di concentramento e il viaggio in treno.
– Il colpo arrivò come da un altro mondo. E i pensieri sparirono d’incanto come passeri da un ramo. Non ci fu altro nella mia testa. Ero di nuovo in pista. Le gambe andavano per conto loro. Ero io a stargli dietro. Ed erano gambe che marciavano ancora molto veloci. Dopo tanto tempo era come se fosse passato solo un attimo. Lo vidi con la coda dell’occhio. Goebert non correva, annaspava. Quello che aveva sempre detto il mio allenatore: “Correre è un’arte e chi non conosce quest’arte annaspa, non corre”. Passai di fronte a Giuditta. Mi guardò implorante e sfiorò Rachele.
Capii, feci finta di inciampare, rallentai. Fu necessaria tutta la mia forza per farmi obbedire dalle gambe. Gambe che avevano conosciuto la vittoria. Gambe professioniste che non ne volevano sapere di rallentare. Gambe figlie del vento e che col vento volevano correre anche se per qualche tempo erano rimaste inattive. O forse proprio per quello si erano finalmente scatenate dopo tanto riposo forzato.

Goebert mi riprese e mi superò. Lo lasciai andare per il gusto di superarlo di nuovo in un attimo. Gli feci tirare fuori la lingua per farmi raggiungere. Stavo per tagliare il traguardo, ancora una volta da vincitore, ancora una volta da campione. Dovevano vederlo tutti che la mia medaglia me l’ero guadagnata per meriti e capacità.
A pochi centimetri dal filo di lana mi bloccai e mi lasciai cadere a terra. Aspettando Goebert. Lo lasciai passare. Solo per quella volta così arrivò primo.
Al grande silenzio di stupore che aveva accompagnato la mia azione seguì un’ovazione forzata dei suoi uomini, studiata nei minimi particolari: gli
hurrah, qualche colpo sparato in aria, battute di mani, saluto nazista. Mi tolsi le scarpette. Rimisi i pantaloni e la giacca. Non ansimavo neppure.
Goebert venne verso di me con la mano tesa, orizzontale e il palmo rivolto in alto, sprezzante. Aveva raggiunto il suo scopo. Il resto non serviva che a confermarlo. Anche io avevo la mano tesa, con le mie scarpette.

– La medaglia, ebreo! So che l’hai con te, anche se non avresti dovuto mai ottenerla. L’hai giocata e l’hai persa sul terreno delle vere Olimpiadi, quelle dei veri uomini. Rendila a chi la merita, anzi a chi l’ha sempre meritata e a cui tu l’hai usurpata. Le scarpette? Tienile. Dove andrai non ti serviranno a molto. La medaglia ho detto. E’ mia ora.
Guardò Giuditta.
Era paonazzo per lo sforzo e le parole uscivano a fatica, strozzate, quasi come un sibilo. Guardai Giuditta. Nella sua piccola mano diafana apparve quasi per incanto quel disco metallico oggetto di tanta cupidigia: – Prendila e portamela, ebreo.

Fulminea lei tolse il nastro che accartocciò nella mano. Me la consegnò. In quel momento capii che tutto era finito. Ero morto dietro a quell’oggetto. Ma non sapevo ancora cosa mi aspettava, e che avrei dovuto ancora morire tante altre volte. Me la strappò quasi di mano e la mostrò trionfante. Se l’appuntò con un nastro rosso e nero e una spilla a svastica sulla maglietta di gara. Era così sicuro del risultato che aveva già tutto in tasca.
– Vattene ebreo. Il Fuhrer dice che devi essere trasferito. E dico bene ‘devi’ non ‘dovete’. Ma io sono buono e particolarmente clemente con i perdenti. Prendi la tua donna e tua figlia e non farti mai più vedere, ebreo. Ci penserà il Fuhrer a cosa fare di te.

Se ne andò lasciandomi imbambolato con la mano destra ancora aperta dove la mia medaglia aveva lasciato quasi una stimmate e il braccio teso, con le scarpette che penzolavano dalla mano sinistra. Rachele mi osservava con la boccuccia aperta. Giuditta mi guardò a lungo per trattenere le lacrime e farmi trattenere le mie.
– “Chiudi la bocca, merluzzo” – dissi a Rachele, e l’abbracciai.

Sara non osava neanche aprire bocca per non sentirsi dire le stesse parole che Isaac aveva già detto a sua figlia, ma soprattutto per non turbare quell’atmosfera di confidenze  così personali che il vecchio professore aveva deciso di concederle. Quanto aveva ascoltato era già molto, più di quanto si aspettasse, e avrebbe potuto scriverne un articolo di grande effetto sui lettori.

Isaac la guardò come fosse la prima volta: – Non è ancora tutto e so benissimo che la tua curiosità ti fa bruciare in bocca la domanda  sul dopo. Cosa successe dopo?

– Ordini secchi, spintoni, una delle scarpette di gara cadde, feci per raccoglierla. Mi precedette un quasi ragazzino, in uniforme: “Vorrei tenerla io, campione Isaac Blummenthal”, e maldestramente se la nascose nella giacca troppo grande per lui, come lo era quella guerra in cui era capitato chissà come.
Lo sport, quello vero non ha frontiere. Gliela lasciai – “Tieni anche l’altra”, feci. 

[2]

Ci trovammo con altri disgraziati allineati per entrare in un vagone ferroviario. Grida, pianti, invocazioni. Chi era stato separato cercava di riunirsi, ma inutilmente. Qualche fortunato c’era riuscito. Per gli altri già la prima condanna, la separazione. Fu quel quasi ragazzino che bloccò il gruppo con noi tre: “Questo gruppo entra nel vagone successivo, l’ultimo. Qui è tutto pieno”. Un cenno degli occhi. Entrammo così, tutti e tre in quel vagone. Mi toccò, spingendomi.

Sentii scivolarmi in mano qualcosa. Era un piccolo coltellino e un pezzo di cioccolato già sbocconcellato. Quell’ultima prova di umanità era già lontana, quando il portellone si chiuse, gridando ordini a destra e manca. Forse più per trarsi d’impaccio che per vera convinzione o necessità. Il cigolio sinistro di quel portellone che si chiudeva sui nostri destini lo risento ancora dopo tanti anni. E ogni volta è ancora un sussulto.

***

Rimanemmo aggrappati a noi stessi tanto era pieno quel vagone, non saremmo certo caduti, mai. Lentamente il treno si mosse tra due ali quasi immobili di soldati di guardia.

Gli occhi si abituarono pian piano all’oscurità, e da ombre confuse e indistinte i visi già provati di esseri umani senza più speranza, apparvero piano piano più riconoscibili. Ci guardammo a lungo tutti, reciprocamente. Dovevo essere ridicolo con quella specie di collana. Il nastro della medaglia lo avevo messo al collo allacciandolo. Quasi impercettibilmente e con un gioco di spostamenti successivi per creare un poco di spazio, gli astanti si mossero lentamente ma continuamente. Era stata creata una piccola zona in cui eravamo rimasti isolati noi tre.
Fu un vecchio che disse per primo: “Bravo figliolo, vincerai sempre come oggi, come ieri”. E iniziò a battere le mani ossute e scarne. Seguirono tutti, dapprima lentamente quasi in punta di dita. Fu poi un’ovazione. Il più bel tributo che avessi potuto mai ricevere.
– “Una medaglia l’avevi già guadagnata, l’altra la porti ancora al collo, ed è quella che vale ancora di più” – concluse il vecchio. Poi ognuno, movendosi sempre lentamente come aveva fatto prima, riprese quel piccolo posto che aveva avuto alla partenza e si lasciò portare dai propri pensieri  che sicuramente erano  accomunati nel grande interrogativo.
– Dove stiamo andando? – Rassicurai Giuditta, e con un buffetto sulla guancia anche Rachele. Mi lasciai andare ai miei pensieri cercando di trovare il perché, se mai c’era, di quelle due piccole cose lasciate scivolare in mano da uno sconosciuto, nemico. Era forse il mio modo di vivere  o il lavoro di ricerca a portarmi sempre a chiedere il perché delle cose e la loro spiegazione? O forse c’era veramente altro? Optai per la seconda ipotesi.

[3]

Certo è che se fossimo andati in un luogo ben definito non c’era forse bisogno di due oggetti simbolo di sopravvivenza. Era stato chiarissimo il messaggio. Di sopravvivere si sarebbe parlato e trattato.
Rachele si era addormentata in braccio a Giuditta e la poverina era stremata. Non avrebbe potuto durare a lungo né lei né nessun altro in quelle condizioni. Il freddo si stava facendo attanagliante e mani e piedi sembravano non rispondere più a nessun comando. Occorreva trovare una soluzione finché avevamo ancora un po’ di energia. La fisica non è affatto un’opinione e il moto genera calore. Passai parola e il messaggio fece il giro del vagone in un attimo. Occorreva innanzi tutto cercare di riattivare la circolazione muovendosi e poi cercare di sdraiarsi per riposare.

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[La Memoria non dura un giorno. L’intervista di Sara (6) – Continua]

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