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Più cultura

di Francesco De Luca

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Il dibattito sullo spopolamento invernale dell’isola di Ponza mi ha mostrato una mia deficienza: non avvertivo come i giovani ponzesi nutrano fiducia nelle prospettive di crescita (economica e sociale) dell’isola.

Non solo l’aspettativa dei giovani è forte e presente ma è anche ben piantata sulle possibilità di miglioramento dell’isola. Nessuno, mi sembra, sia rassegnato a che l’isola manifesti attualmente il massimo della ricettività turistica, il massimo dei servizi, il massimo del godimento vacanziero. Al contrario tutti sono convinti che l’isola possa migliorare la sua offerta turistica a chi vuole godere il mare isolano stazionando in mare, a chi vuole soggiornare a terra, a chi vuole bruciare i fine-settimana in compagnia, a chi vuole assaporare una vacanza lontana dalla calca.

Insomma sulle potenzialità di miglioramento dell’isola mi sembra che si sia tutti d’ accordo (così Sara, Vincenzo, Mario, Alex).

Qui però vorrei inserire una nota riflessiva. Si punta (così mi sembra e se sbaglio correggetemi) tutto sulle bellezze delle isole (con Palmarola e Zannone). Quasi che non si debba fare altro che stendere la mano e raccogliere i frutti.
Io aggiungerei che si debba puntare di più e con maggiore impegno sulla qualità dell’offerta. Faccio esempi banali. C’è un surplus di offerte di pizzerie, un surplus di offerte di affitta-motorini, di affitta-barche. Mancano locali raffinati e rivolti a clientele particolari.

Cosa mi appare evidente, fuori dalla spicciola cronaca? Mi appare evidente che l’offerta sia quella standard, quella più normale, più a portata di mano.
Ora, è vero che io non sono specialista del settore, ma l’evidenza è tanta. L’offerta turistica ponzese è priva di peculiarità, è indistinta, e infatti si è accomodata al turismo giornaliero, a quello stanziale, a quello studentesco, a quello familiare, a quello barcaiolo (in periodi diversi dei mesi estivi ma senza allungarne il tempo). A tutto.

La qualità dell’offerta, ho detto. Come raggiungerla, come arrivarci ?

Abbiamo bisogno di più cultura (ne hanno scritto Vincenzo Ambrosino, Enzo Di Fazio, Sandro Vitiello, e ribadirlo può fare soltanto bene). Cosa intendo in pratica? Più cultura come più conoscenza, in generale. Quella isolana, quella nazionale, quella storica, linguistica, naturalistica, geologica, marina. Abbiamo bisogno di gente che ci indichi come migliorare il nostro mare, la pesca, come meglio far fruttificare il territorio, come valorizzare i reperti storici, come trarre dalla nostra cultura isolana spunti di attrazione turistica.

Abbiamo bisogno di più cultura per meglio affrontare le nostre precarietà. Quella geologica (cosa fare, cosa tentare, su quali certezze contare); quella marina (quale pesca privilegiare, in quali periodi dell’anno, con quali strumenti); quella storica (come tornare in possesso dei reperti storici, come poterli valorizzare); quella economica (porto turistico, porto d’approdo, pontili, balneazione).

Abbiamo bisogno di più cultura per riuscire a trovare risposte. Il dibattito ha mostrato come l’abbondanza delle domande si scontri con la scarsità delle risposte. Ed è quando non si sa rispondere che si gonfia l’arroganza (figlia dell’ignoranza ). Quante ne abbiamo sentite (e ne sentiamo) di frasi fondate sul nulla! …Il porto di Cala dell’Acqua, Zannone ai Ponzesi! Tutti slogan che soddisfano il risentimento e che alimentano la delusione. Perché ogni domanda deve trovare le giuste risposte. E queste le dà la conoscenza (delle leggi, dei tempi burocratici, delle disponibilità economiche, delle relazioni politiche ).

Una politica (amministrativa o altra) che non si appoggi alla cultura è soltanto slogan, promessa bugiarda.

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