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A proposito di cultura: cari giovani, conoscete Pasquale Mattei?

di Vincenzo Ambrosino

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Pasquale Mattei ha visitato le nostre isole nel 1846. Nel 1857 pubblicò di questo viaggio le sue “Memorie storico artistiche”.

Quel Signore era un uomo di cultura perché riusciva a comprendere l’evoluzione geologica della nostra isola guardando una semplice pietra.
Infatti scriveva: “quella pietra parla un arcano linguaggio, anche nascosta sotto l’erba io riesco ad interpretare il suo racconto”. Da una semplice pietra riusciva a capire la fragilità delle isole e a vedere il loro destino .

Quel Signore era un uomo di cultura: perché riusciva a rivedere addirittura, trasportati dal vento, i semi delle piante e su relitti “stracquati” sulla spiaggia, piccoli animaletti che poi avrebbero colonizzato quelle isole.
Comprendeva la successione ecologica che trasformava la dura roccia in suolo e capiva il ruolo dei licheni e poi dei  muschi che preparavano il terreno alle erbe e poi ai cespugli fino alle querce.

Estasiato godeva di quella bellezza, di quelle unicità che a fatica avevano raggiunto quelle rocce per poi adattarsi fino a mutare in nuove specie in queste isole. Ammirava quella convivenza faticosa di flora e fauna in quel territorio ventoso, salmastro, con poca acqua.

Quel signore era un uomo di cultura perché sapeva cosa cercare. Nel suo girovagare, qui e là, scovava in una grotta, l’operosità dell’uomo nel tempo e nello spazio e capiva dai segni e dalle orme lasciate sulle rocce quale civiltà del passato aveva calpestato prima di lui quei luoghi. Capiva che era stato l’uomo greco a scavare quel giaciglio per il sonno eterno di un suo simile. Capendo questo, non poteva che togliersi il suo strano cappello e raccogliersi in riflessione. Oppure seguiva senza stancarsi cunicoli nella roccia di un lungo tortuoso tracciato che portava la preziosa acqua che poi veniva raccolta in grandi cisterne, anch’esse scavate nella roccia, per essere conservata. Riconosceva nei grandi tunnel le inconfondibili opere murarie del genio romano e non poteva che onorare questi segni riproducendoli nei suoi disegni.

Questo signore era un uomo di cultura perché sapeva vedere come in un film l’opera greca e romana e addirittura sentiva le voci di quegli uomini di mare che spinti dagli dei o da un imperatore erano passati da quelle parti lasciando le inconfondibili opere..

E ancora… scopriva ruderi di piccoli monasteri e riusciva – appoggiando l’orecchio a quelle pietre consumate dal vento e dalla pioggia, in quell’immenso silenzio – a sentire le preghiere che monaci ispirati innalzavano al loro Dio.

Questo uomo diverso, veniva scorto dai nostri contadini – che come formichine, dall’alba al tramonto zappavano la terra – sempre in posti diversi: su una rupe, dietro un canneto, in fondo ad  un crepaccio. Lo guardavano in modo riverente ma nello stesso tempo con diffidenza. Lo vedevano da solo in campagna o su un picco di roccia con le sue tavolozze, i suoi pennelli a disegnare, dipingere a prendere appunti.

Lui, non era diverso dal contesto contadino solo perché faceva cose diverse dagli altri ma anche perché era un uomo di cultura: un uomo che aveva la consapevolezza di vivere il tutto, dall’inizio alla fine di quello che gli stava intorno.

A volte quest’uomo aveva bisogno dei contadini per mangiare qualcosa e bere del buon vino.
In quei momenti, con un bicchiere di vino e un pezzo di pane e formaggio o davanti ad un piatto di lenticchie lui si rilassava e godeva di quella ospitalità fatta di cose semplici.
Ma essendo un uomo di cultura a lui bastava uno sguardo, per capire cosa era successo tutto intorno a quelle cantine, in quelle colline. Bastava guardare quelle lunghe file di gradoni, quei tanti appezzamenti di terra stretti e lunghi ma ordinati, quei muri a secco, quelle mani callose, quelle facce rugose stanche ma orgogliose, per capire che quella terra era stata completamente domata da quei piccoli esseri umani.

Successe anche che le donne, di quegli uomini, lo accompagnassero in barca  nelle altre isole. Queste donne intelligenti e forti remavano e per lui raccontavano la loro vita. In questi passaggi marini, cullati dalle piccole onde, l’uomo di cultura, ascoltava attento, avido, i racconti di vita quotidiana, di superstizione, pettegolezzi, segreti di sopravvivenza che quelle donne con grande enfasi gli regalavano.

In barca poi aveva altre prospettive visive, vedeva i profili di quei lembi di terra e decifrava l’alchimia dei colori di quelle rocce, sapeva come si erano formate quelle falesie, quei faraglioni, quelle grotte. Mandava indietro il filmato anche a milioni di anni prima e riusciva a rivedere i fumi della roccia incandescente che a contatto con l’acqua si raffreddava e si solidificava. E sapeva, a differenza di quelle donne, che quel profilo di isola che oggi ammirava, era solo una piccola parte di un’enorme isola che era esistita milioni di anni prima.

Quell’uomo sapeva che Il mare – che in quel momento era quasi immobile – inesorabile, aveva iniziato la sua opera di demolizione il giorno dell’emersione dell’isola e l’avrebbe continuata fino a quando non fosse rimasta in piedi l’ultima pietra.

Quell’uomo non era un turista normale, era un uomo di cultura, non aveva bisogno di guide, era lui che cercava quello che desiderava comprendere: la creazione di un’isola, la lotta per la sopravvivenza per colonizzarla, l’armonia dei cicli di natura e la trasformazione degli equilibri naturali ad opera dell’uomo. L’uomo che con le sue opere diventa protagonista del proprio destino e del destino degli altri esseri viventi.
Questo è un uomo di cultura!

Qualche anno fa, insegnavo all’ITC di Ponza e per ricordare la morte prematura e terribile di un giovane studente io pensai di produrre con i ragazzi un giornalino.
Lo chiamammo Presente”, per ricordarci ad ogni appello in classe che quel ragazzo era anche lui per sempre Presente in mezzo a noi. Con quel giornalino volevamo acquisire la consapevolezza della fragilità della vita e l’importanza quindi di rispettarla e onorarla valorizzandola attraverso lo studio, la conoscenza.

Per la copertina di quel giornalino mi ispirai proprio alla copertina delle “Memorie delle isole ponziane” di Pasquale Mattei dove si vedeva l’uomo di cultura che abbarbicato su una roccia, sotto un ombrello a ripararsi dal sole, rifletteva, scriveva, pensava, immaginava, sognava. La roccia sotto i suoi piedi era costituita da tante pietre su cui c’era scritto: storia, archeologia, memorie, usi e costumi, avventure, geologia, botanica ecc.

Noi su “quella roccia del sapere” mettemmo due studenti, uno con un binocolo che guardava lontano e l’altro ai suoi piedi sdraiato accanto ad una pila di libri.

Il nostro giornalino era una operazione di memoria e di elaborazione.
Memoria di quello che è stato ed elaborazione per comprendere che ogni cosa che ci circonda in questa isola è unica, irripetibile, destinata alla distruzione; per questo va protetta e valorizzata – a cominciare dagli esseri umani che vi abitano – fin che si può.

Su quel piccolo colle del sapere in mezzo al mare c’era una scritta che diceva: “dall’aereo e solitario culmine di questa roccia corre il mio pensiero in un passato profondo…. Ed è vero che ogni tuo informe sasso racchiude una memoria, una sciagura, una gloria, una miseria ed anche una infamia ed un delitto”. 

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