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Álvaro Brechner: prigioni e libertà

di Lorenza Del Tosto

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Del film Una notte di 12 anni [1] abbiamo già trattato sul sito, per aver assistito alla proiezione e alla successiva conferenza stampa. Lorenza in qualità di traduttrice, ha accompagnato il regista in tutti i suoi “giri” romani e  qui cerca di approfondire il suo mondo e le motivazioni che lo hanno portato a quella realizzazione…


In una gelida mattina di inizio gennaio, negli studi di una radio romana, Álvaro Brechner (Montevideo, 1976) regista di  Una notte di dodici anni, capelli scarruffati e ridenti occhi verdescuro, in attesa dell’intervista, cerca sul suo cellulare video da mostrare ai presenti, ancora intorpiditi delle lunghe feste natalizie, 
Al Festival del Cairo una donna velata, dalle ultime file urla: “Grazie Álvaro non sai cosa hai fatto per noi”.
In Brasile, dove il film è uscito durante le elezioni, un uomo si alza e grida mentre scorrono i titoli di coda. 
Reazioni di sostegno da tutto il mondo: il suo telefono è un’immensa cineteca a cui attinge a  convalida delle sue parole: video degli incontri degli attori con i tre leader dei Tupamaros, José Mujica,  Eleuterio Fernández Huidobro e lo scrittore Mauricio Rosencof che la dittatura militare in Uruguay ha confinato in celle di isolamento per 12 anni; video degli incontri del regista con Mujica e la bottiglia di whisky nel centro.
Video, di sicuro visti e mostrati mille volte, eppure in questa gelida mattina Álvaro Brechner li guarda incantato, ancora incredulo, sembra, dell’esperienza vissuta. 

“La domanda del film è esistenziale: cosa ha permesso a questi uomini di mantenere acceso un lume di libertà di fronte alla barbarie? E di non impazzire privati come erano di stimoli sensoriali, senza luce, senza parlare, in celle, talvolta, della dimensione di un metro e mezzo”.
La sua cineteca contiene immagini di quelle celle anche se in radio non si vedono: “Basta poco tempo là dentro per perdere la nozione dello spazio e del tempo. E allora ti chiedi: cosa resta di un uomo? 
La risposta  a cui sono arrivato è che, in ogni individuo, ci sono ridotti di libertà che sopravvivono anche nelle condizioni più estreme.”

Esempio ne è la radio in cui ci troviamo: Radio Onda Rossa, che sopravvive fedele ai suoi valori, in ambienti spartani, un divanetto rosso logoro, microfoni fissati con il cacciavite, e la passione, l’entusiasmo, i tempi lunghi delle interviste che ben si adattano ad Álvaro Brechner che, in radio, si dimentica dei video e dà risposte che sembra non debbano finire mai.

Il film si basa sulla storia recente del suo paese: l’Uruguay  che ha una forte tradizione democratica, con tanti italiani e tanti discendenti di italiani, sottolinea con un sorriso ironico,  con istituzioni solide, il primo paese a dare il voto alle donne, una divisione centenaria tra Stato e Chiesa, un’educazione pubblica, laica e gratuita; un sistema penitenziario che funziona bene… eppure è arrivata la dittatura e questi uomini sono stati sottratti al sistema carcerario e sottoposti, come ostaggi, ad un trattamento speciale: “Invece di uccidervi vi faremo impazzire”.

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Ma Álvaro Brechner non si lascia intrappolare dal discorso politico, e subito torna al tema esistenziale:
“Ho passato anni a parlare con i tre protagonisti,  per cercare di capire cosa abbia loro permesso  di sopravvivere: era difficile seguire i loro racconti, non era mai una narrazione lineare. Ho parlato con politici e storici ma soprattutto con neurologi. In quelle condizioni il cervello non riesce più ad ordinare la routine di ogni giorno, il passaggio dalla luce al buio, e il tempo cessa di scorrere da un inizio ad una fine. Per questo il film usa mezzi espressionisti e si apre con un travelling circolare perché circolare era diventato il loro tempo.
Eppure, gli dicono, usciti dall’inferno quegli uomini non hanno coltivato l’odio e il rancore.

Allora gli occhi di Álvaro, invisibili in radio, si accendono di luce: “Pepe Mujica, quando ha visto il film, ha detto: la cosa più importante è quella frase che mi fate dire; nel momento in cui, finita la dittatura, è libero di andarsene, al sergente che continua a minacciarlo e a vessarlo, Mujica dice: le auguro il meglio. La cosa importante, per questi uomini, è stata guardare avanti; ci sono conti nella vita che nessuno ti può saldare, Pepe ha deciso di investire nel futuro senza aspettare di riscuotere i conti in sospeso”.

Ma se gli chiedono altri dettagli – Come sono questi eroi con cui ha conversato per anni? Come hanno reagito alla visione del film? – lui si ammanta di riserbo: “Andare a rimuovere il passato è sempre doloroso”.
Mujica ha visto il film una volta, Rosencof due, Huidobro purtroppo è mancato prima che il film fosse terminato.

C’è un’ intimità che non vuole tradire, di cui i video possono mostrare solo una minima parte, e una gratitudine per la generosità con cui gli hanno lasciato libertà assoluta: “Noi questi anni già li abbiamo vissuti” – gli hanno detto ridendo – “ora fate voi quello che vi serve”.
Quando erano insieme, i tre, non facevano altro che ridere, raccontavano cose atroci e ridevano, l’ironia è uno dei grandi mezzi di difesa dell’essere umano, e loro sono dei duri: prima di quei dodici anni erano già stati in carcere, e torturati, e quando sono usciti hanno saputo adattarsi alla democrazia che è venuta dopo, senza tradire i loro valori.

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Pepe Mujica in uno dei loro primi incontri, quando era ancora presidente, seduto sulla poltrona presidenziale, gli ha detto: “Ogni tanto la mattina mi sveglio e rimpiango la mia cella, non ho mai avuto tanto tempo, come allora, per essere me stesso, sono stati gli anni più terribili della mia vita ma anche quelli da cui più ho imparato”.
Uomo di una vitalità immensa, e di nessuna vanità: non ha mai voluto vivere  nel palazzo presidenziale, vive a casa sua senza lussi, né aiuto domestico ed è riuscito a trasformare le circostanze estreme in un processo di rivelazione personale.

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Il racconto continua fuori da Radio Onda Rossa, in hotel più lussuosi, in studi più ammobiliati, eppure Álvaro Brechner sembra, al pari dei suoi eroi, estraneo al decoro esterno, animato dal contatto con gli altri e da qualcosa che si porta dentro, uno spazio interno, quello stesso ridotto di libertà che ha permesso ai tre di sopravvivere, che nessuno può violare e forse nessuno davvero capire.
Come se ciò che ci salva fosse anche qualcosa che ci separa dagli altri.

Perché proviamo una strana impressione: il film è un’indagine esistenziale sulla resistenza umana, eppure è come se quei tre ci restassero ancora nascosti e misteriosi, e Álvaro Brechner con loro: quale convincimento profondo, quale esperienza umana li alimentava, quali sogni?

Il “Pepe”, che è diventato presidente dell’Uruguay, continua ad essere un mistero, nonostante il whisky insieme e le lunghe conversazioni. “Penso che sia più un personaggio di fantascienza che di realtà: ha sei proiettili in corpo, detenuto quattro volte ed evaso due, dodici anni in carcere e poi presidente del suo paese, ha avuto mille vite, l’uomo che possiede tutto perché non ha bisogno di nulla, uno dei pochi oggi a parlare di temi che nessuno affronta: la grande domanda non è cosa ci rende più ricchi, ma cosa ci rende più felici? Lui, con l’incarico che ha ricoperto, ha offerto al mondo un modello sorprendente.
Gli chiedevo: a cosa ti afferravi in quegli anni?
Ti afferri a quello che puoi, mi diceva.
Alle donne, all’amore, alle madri: che non hanno mai desistito, non hanno mai smesso di andarli a trovare.

E all’immaginazione, che è l’ultimo ridotto di libertà che nessuno ti può levare ma per non impazzire bisogna poter uscire da se stessi, per Pepe Mujica sono stati i libri, dopo nove anni una psichiatra è riuscita a fargli avere dei libri e allora ha cominciato a trovare un poco di pace, un ancoraggio concreto che lo ha liberato dalle voci.

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La giornata scorre, le ore si inseguono, e così le interviste e più un film è forte, più vive di vita propria e meno si indaga sulla natura del suo regista.
E se Mujica è un mistero, misterioso resta Álvaro Brechner.
Cosa lo alimenta? Cosa lo ha portato a fare questo film?
Nell’estrema differenza, qualcosa sembra avvicinare i due uomini: Pepe e Álvaro, se per Mujica l’ancoraggio sono stati i libri di scienza, per Brechner sono i film: il cinema permette di placare l’inquietudine di vivere un’unica vita, si confida, se vivi la vita dell’altro finisci per capirlo, ti allontani da te stesso, e mai come in quel momento sei veramente ciò che sei.

Sappiamo le poche parole che si lascia sfuggire, in questa tournée infinita: “Al mio primo cane a quindici anni ho dato il nome di Brancaleone”; sappiamo che fuma, ed è felice del successo del film che forse non si aspettava: noi lo abbiamo già incontrato a Venezia, prima che il suo film esplodesse: se ne stavano lui e i tre attori, tutti, tranne Antonio de la Torre, timidissimi e come spauriti,  attori meravigliosi, che hanno fatto un lavoro estremo, una discesa agli inferi, rabbiosi per la fame, spossati, con un senso di distacco dal mondo e dalla realtà. Anche lì a Venezia sembravano distaccati dal mondo, negli occhi ancora lo spavento, confinati in un angoletto spoglio di una grande stanza dove sfilavano divi splendidi e attrici mozzafiato, risate e dichiarazioni roboanti e nessuno aveva tempo per loro che, seduti su in disparte, umili, senza il vestito buono e con i capelli arruffati, sorridevano  grati se qualche sparuto giornalista si avvicinava ad intervistarli; nei corridoi si diceva: gran bel film, ma nessun giornale aveva preventivato uno spazio da dedicargli.          

Che altro vediamo di lui? Álvaro Brechner si porta addosso i segni di un’America latina, pur vivendo ormai da anni in Spagna, che, con tutti i suoi orrori e i suoi disastri, conserva ancora per noi europei un ricordo degli anni ’70: una semplicità di gesti, una libertà di fumare, di vedersi a cena con gli amici e parlare, di guardare il mondo con curiosità, nella realtà oltre che nei video che arrivano sul cellulare, di fare citazioni dotte senza  arroganza, come se Alessandro Magno, Adorno, Bob Dylan, Primo Levi o Conrad fossero amici suoi, compagni di bevute, a cui una sera è scappata una frase che lo ha colpito, e che ora gli mandano twits da angoli sperduti del mondo, che ha avuto coraggio sufficiente per conversare per anni con uomini che hanno rischiato di impazzire, e ascoltare storie piene di confusione, con il dubbio sempre di poterne estrarre un senso, con il timore forse che quelle parole disancorate e slegate gli restassero addosso.

Ci sono brevi momenti in cui parla di loro, e sembra che parli di se stesso: “le cose che fai ti cambiano e dopo non sei più quello che eri. Uno crede che un film è il risultato di un regista, io direi piuttosto il contrario: un film cambia chi lo fa”.

Non c’è stato tempo di chiedergli: come ha cominciato a fare film? La distanza dalla propria terra aiuta a raccontarla? Come ti sbarazzi della cultura che ti alimenta, perché non ti diventi un peso? Come della sceneggiatura di ferro che ogni giorno sul set veniva stracciata. “Improvvisavamo sempre, né io né gli attori sapevamo cosa sarebbe successo, con tutta l’umiltà del cinema volevo che anche noi vivessimo  l’esperienza che loro avevano vissuto”.

Perché ho fatto questo film? Non lo so, il cinema per me è esplorazione e scoperta dell’uomo. Mi piace andare alla ventura. E gli piace, abbiamo visto i suoi occhi illuminarsi mentre ne parlava, la complicità, quella sorta di fratellanza, una scintilla improvvisa che si accende tra due persone e rende possibili le imprese più folli: Don Chisciotte va avanti grazie alla presenza di Sancho Panza, una magia racchiusa in una scena di un film che ama: Lo spaventapasseri Gene Hackmann e Al Pacino, due vagabondi che si incrociano lungo una strada, vanno in direzioni opposte, uno chiede da accendere, l’altro attraversa la strada e gli offre l’ultimo cerino che gli è rimasto. Quel gesto basta perché tra i due si inneschi qualcosa, un riconoscersi, che li porterà a continuare l’avventura insieme.

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Come lo ha cambiato questo film? Come lo avrà reso più se stesso? Quale compagno di avventura avrà incontrato? Chissà.
Ora i suoi occhi sono stanchi, luci, domande incalzanti, microfoni protesi: ci dica qualcosa in italiano, che battuta potrebbe riassumere la sua storia? Cinque anni di ricerche condensati in una battuta? Anche questo potrebbe distruggere la tua essenza più profonda.
Ma lui sorride e racconta, e se arrivano video da lontano, commenti o estratti di interviste, li raccoglie con cura e li conserva.

Il segreto che gli hanno rivelato i suoi eroi non è forse proprio questo? Come conservare un spazio interno inviolato, come reinventarsi di fronte agli assalti del mondo.
Di sicuro è già lontano da qui, immerso nel progetto della sua prossima storia, che non ha voluto rivelare a nessuno, con riserbo, ridendo e fumando: “non posso dirlo”: l’angolo di libertà dove non è permesso a nessuno di entrare.