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Ladri di peso

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di Francesco De Luca

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La banchina, oggi chiamata Di Fazio, doveva presentarsi sgombra. Qui attraccavano i bastimenti. Si mettevano con la murata affiancata alla banchina e scaricavano. Le stive contenevano un solo prodotto: il carbone. Veniva accatastato nei magazzini che il disegno della colonizzazione aveva destinato agli operatori del mare.

Oggi ospitano tutti esercizi commerciali: enoteche, bar, diving e noleggio barche. Negli anni ’50 e ’60 ancora assolvevano il compito loro assegnato dai Borbone. Erano depositi dove ammassare i prodotti da smerciare in fretta per tutta l’isola. Si trattava di carbone o della calce spenta. Il primo serviva ad alimentare le cucine delle case. La seconda veniva utilizzata per la muratura, per biancheggiare, per purificare i tetti che raccoglievano l’acqua piovana prima di incanalarsi nelle cisterne, e per disinfettare le acque delle cisterne stesse al fine di proteggerle dagli insetti.

Lo scaricamento delle stive doveva avvenire in tempi ragionevolmente stretti. Non urgeva la fretta di oggi, e la banchina, per quanto svolgesse la sua funzione, non era soggetta ai vincoli di sicurezza, di efficienza, di prontezza che oggi rendono la vita più pressante, pur presentandosi come fattori di progresso e di benessere.
La banchina, pensate un po’, era anche luogo di gioco per i ragazzi che saltavano sulle bitte di pietra, collocate a filo del mare a 7 – 8 metri l’una dall’altra.

Si formava un gruppo di uomini dal fisico gagliardo e, come formiche, essi trasportavano il materiale nei magazzini. Anzi, un gruppo di uomini, quasi tutti imparentati, svolgevano proprio questo preciso compito. Li chiamavano i matunari. E qualcuno lo ricordo.

Nei giorni a seguire era una processione continua per acquistare il carbone. Veniva pesato con una grossa stadera bascula – ’a bascula –, quando la quantità era grande, o con ’u valanzone, quando era piccola.

Tutto bene? Sì, tutto bene ma con qualche curiosità. La stadera bascula segna la quantità in base ad un peso che scorre su tacche prefissate. Con un gioco sapiente delle mani è possibile truccare il peso. I mestieranti sapevano ancor più giocare col peso d’u valanzone. Tanto materiale, tante pese, tanta truffa. I ‘ladri di peso’ erano svegli e rapaci. I ladri di peso, ovvero ladri ’i pise, come l’espressione dialettale evidenzia (riportata da me in un precedente articolo dove specificavo di non capirne il senso(leggi qui).

Mi ha svelato tutto Gaetano ’u iscaiuolo. Anche lui, con me, con Pasqualino: eravamo assorbiti da quel da fare che si svolgeva in quegli stanzoni: un po’ magazzino e un po’ negozio. Avevamo i pantaloncini corti e un grande desiderio di sporcarci di carbone, perché questo ci dava lo spunto per gettarci a mare. Una volta a casa avevamo di che contrastare le rampogne della mamma. In fondo l’avevamo aiutata a lavare i vestiti.

“Non è – mi corregge Gaetano – ‘ladri di Pisa’, come hai scritto tu, bensì ‘ladri di peso’. E così mi fa capire che c’è sempre da imparare!

 

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