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Racconti e metafore (6). I medicamenti. Conclusione

di Pasquale Scarpati

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I “medicamenti”
Ovviamente anche i medicamenti erano adeguati ai tempi e ai luoghi.
Poche le medicine in scatola: tutti i medicinali erano pesati dal farmacista sul bilancino e avvolti in un poco di carta. Poiché erano costosi, poiché non esisteva nessun ticket e soprattutto poiché non vi era denaro, andava di moda il… metodo della nonna.

Il cataplasma di semi di lino o di mollica di pane inzuppata, bollente serviva per ammorbidire i foruncoli che sbucavano di qua e di là sulla pelle. Caude caude veniva “appiccicato” su di esso, poi si interveniva con l’ago rovente per bucare la cupoletta piena di pus ed infine si metteva sul cratere che residuava una pezza imbevuta di alcool denaturato! Il tutto indolore!

Il cotone oltre alla funzione di attaccare le “pezze” agli indumenti già logori, serviva anche per tagliare i porri che a volte crescevano lunghi lunghi sul viso o sulle braccia o sulle mani: un bel nodo e zac, via! Il solito alcool denaturato ci metteva una… pezza e chiudeva il buco.

L’atmosfera che si respirava in una casa o nella stanza dove c’era un ammalato era molto ma molto deprimente.
Entrando già si avvertivano gli odori “cattivi” che non facevano presagire nulla di buono. Mescolati, infatti, a quelli provenienti da ’u zi’ peppe (il pitale) o da ’u rinale che, quotidianamente, facevano parte della casa, si offrivano alle narici anche quelli della camomilla e/o di altre “erbe medicamentose” come l’erba corallina.
Durante il periodo invernale ’u rasiere diffondeva un tenue calore e puzza di fumo mentre la signora della casa armeggiava vicino alla cucina o sferruzzava cu’ ’na “sciallètt’ ’i lana ’ncopp’i spalle.
L’ambiente era cupo e tutta la stanza era avvolta dalla penombra. Sul comodino quelle “ strane” bevande. Bende intorno al letto o sulla fronte dell’ammalato per rinfrescare e far scendere la febbre. Forse olio di canfora e pezze di lana che riscaldate dal ferro da stiro venivano poste sul petto o sulla schiena. Non un rumore, silenzio nel silenzio!
Il medico era chiamato solo in caso di estrema necessità, quando la camomilla, il latte di asina o l’erba corallina non aveva sortito alcun effetto. Solo a lui veniva offerto il raro e costoso caffè.

E che dire del clisterino? Ma qua’ clisterino! Era lo stesso strumento orribile usato dagli adulti: un contenitore di vetro a forma cilindrica fasciato con una cordicella per poterlo appendere in alto. Da questo partiva un brutto tubo arancione di gomma ruvida che terminava con un ancor più brutto e grosso beccuccio nero di plastica con una chiave a farfalla e vari fori. Cosa si collocava all’interno del cilindro? Acqua e sapone! O altri intrugli. E che dire delle siringhe! Un bell’ago di un certo spessore, un cilindro di vetro pesante con uno stantuffo anche lui di vetro: una vera delizia!

Conclusione: Il crogiolo
Questo era il mio mondo. Un mondo dove, giocoforza, ci si doveva addomesticare, ci si doveva adattare, dove ci si doveva arrangiare. Ed il chiodo che si tirava con la tenaglia da qualche cassetta di legno ed usciva storto, lo si raddrizzava a martellate non solo per poterlo riadoperare ma lo si conservava gelosamente anche perché, se mancava, non era facilmente reperibile (come avveniva ai tempi dei Romani!); per cui bisognava aspettare giorni e giorni prima che arrivasse dalla terraferma nonostante gli sforzi ’i Sigarètt’ che navigava anche con le procelle.

Alla “normale” incertezza del futuro si sommava anche l’irreperibilità di qualsiasi cosa anche quella che oggi sembra la più banale e a portata di mano. Per questo si aveva molta cura di tutto anche delle “piccole cose”: della terra ed anche del mare. Era conservata anche la stessa “umile gramigna” che striscia sul terreno ed è erba infestante. Messa alla serena (esposta alla rugiada del mattino) e poi bollita era bevuta perché diuretica.
Anche si beveva l’acqua della menest’i terra per “disinfettare “ l’intestino. La stessa, poi, mista ai fagioli già cotti nella pignatta di creta, era servita in tavola; il tutto accompagnato da una bella fetta di pane , molto spessa e molto raffermo. Essa si poneva sul fondo del piatto così si sarebbe spugnata nell’acqua calda.
Qualche spicchio d’aglio, ma dell’olio neppure a parlarne: era… “sacerrimo”, più dello stesso caffè! Qualche goccia qua e là come quando da una foglia stillano le ultime gocce di pioggia. Veniva versato dalla bottiglia che poteva essere anche da litro ma che ne conteneva appena un quarto o ancor meno.
Si poneva il pollice davanti alla bocca della bottiglia. Non altro dito sia perché “scomodo” sia perché, essendo più piccolo, avrebbe potuto far passare troppo di quel liquido prezioso.
Poi, come uccello che ruota nel cielo, si volteggiava il braccio sulla pietanza. Ad ogni giro si faceva scendere una ed una sola goccia di olio. Quel movimento, però, dava l’impressione che fosse stata versata una congrua quantità di olio. Così si può dire che ci si nutriva anche con la fantasia!

Comunque è fondamentale preservare ciò che ci è stato affidato: come la vita, anche qualsiasi bene materiale. Quest’ultimo, come il corpo, ha bisogno di manutenzione e di non essere abbandonato.
Ma, paradossalmente, da una parte ci si lamenta del turismo odierno, detto “mordi e fuggi”, dall’altra, in pratica, si adotta lo stesso criterio. Durante una breve, affannosa stagione estiva si morde e si azzanna anzi, come Saturno agiva nei confronti dei propri figli, si fagocita tutto ed in tutti i sensi; poi si fugge via, lasciando tutto in abbandono o quasi, come se le cose durassero in eterno senza manutenzione.
Non è per caso anche questo un “mordi e fuggi”? Di cosa ti lamenti?
Al che qualcuno, beffardamente, ha sogghignato: – Come una volta gli abitanti dell’Isola rimanevano ancorati alla loro Terra così anche le pietre rimanevano saldamente al loro posto. Oggi siccome tutti abbandonano l’Isola anche loro, in abbandono e abbandonate, si sentono in diritto di lasciare il proprio posto e quindi precipitano e, per la vergogna, si vanno a nascondere nel mare”.
E un altro sicuramente più romantico: – Le pietre che rotolano, a mio parere sono le lacrime dovute all’abbandono e alla lontananza. Tutto ciò non ha fatto altro che renderci tristi e pensosi, sperando… Perché “spes ultima dea”.

Un altro ha fatto notare, invece, che quella comunità una volta era racchiusa come l’interno di un uovo: differente nelle essenze ma nello stesso tempo, per forza di cose, compatto. Ed il guscio era come la costa: duro ma fragile. Qualche piccola crepa qua e là, ma nulla più. Ad un certo punto, però, quest’uovo lo si è messo a cucinare o per meglio dire a… bollire nell’afa estiva .

Nell’udire ciò, un altro uomo anziano, seduto sul muricciolo di Sant’Antonio, non può fare a meno di esternare una sua “ curiosa” riflessione: – Sicuramente – dice – ciò è dovuto al cambiamento climatico ma soprattutto all’aumentata calura estiva che si fa sentire, soprattutto lungo corso Carlo Pisacane, Sant’Antonio, al Porto e lungo la costa che, essendo di roccia vulcanica, attira i raggi del sole ma nello stesso tempo è anche molto fragile o per meglio dire “sensibile”. Sembra una pentola a pressione!”
A me, che amo vagare nel passato, immediatamente mi sovviene il fischio della pentola a pressione della signora Filomena, la moglie di Franco Feola che si espandeva, nel silenzio, per tutto il primo tratto di Corso Carlo Pisacane; pentola che sicuramente proveniva dagli USA come sempre all’avanguardia nelle cose.

“Così – prosegue – con il bollore, è diventato un uovo…. sodo. L’interno, pertanto, non solo è diventato duro (sic!) ma, per la violenta bollitura, si è anche espanso fuoriuscendo in più punti. Lascia, quindi, il guscio che, a sua volta, presenta non solo crepe e fessure ma continua a cedere sotto l’insano bollore, mentre tutto ciò che sta all’interno fuoriesce e scappa via.
Rimane solo il tuorlo: una piccola parte rannicchiata, in un angolo o giù in fondo. E’ sicuramente il fulcro, la parte più importante ma, obiettivamente, ha pochi margini di manovra perché anch’essa si è indurita.
– Piuttosto, secondo me, non si è indurita ma si è incrostata – interviene un altro anziano.
– Vuoi forse dire che quella crosta, di cui tu parli, potrà essere tolta con gli opportuni accorgimenti, così come avvenne con la pittura vecchia della barca? E così come la barca, anch’essa può nascere a nuova vita? – dice speranzoso un giovane che, rimanendo in piedi, si è fermato ad ascoltare, molto attentamente, quella inusuale conversazione.
L’anziano, sorridendo, annuisce.
Con questa nota di speranza cala il silenzio e si rimane assorti quasi in preghiera.

– Chi ha orecchi da intendere, intenda – interviene un altro rompendo quel “religioso” silenzio.
Ma il solito “giocherellone”: Che ce vuo’ fa’: bisogna stare attenti perché qua molti l’uovo ’u chiammene ’u cacocch’ (così si indicava l’uovo quando ci si rivolgeva ai bambini).
Che tradotto vuol dire: – Si è come i bambini oppure si finge (di non vedere).

A questo punto tutti si alzano dal muricciolo di Sant’Antonio e, con nonchalance, prendono la direzione di casa scutuliandosi la sabbia che, affettuosa, nel frattempo si era fermata sul fondo dei pantaloni.

La brezza accarezza già le ombre delle sera e fa tremolare le foglie degli alberi. Il giovane, però, è rimasto lì. Si siede, preoccupato, là dove prima sedevano gli anziani. Ad un tratto avverte un allegro scampanellio provenire da ’u ruttone ’i Sant’Antonio. Dal tunnel sbucano un gruppo di giovani, uomini e donne, che pedalano con calma. Parlano e ridono, sembrano allegri.
Mentre proseguono lungo la via, salutano coloro che si fanno da parte sul ciglio della strada o sul marciapiede. Poi, imboccano la curva che piega a destra e più avanti quella a sinistra che porta ’nd’u ruttone ’i Ciancòss.
Il giovane li segue con lo sguardo fino a che non spariscono alla sua vista. Ascolta di nuovo lo scampanellio che si allontana.
Ora anche lui si alza. Avviandosi verso casa, rianimato, pensa: – Eppure la ruota continua a girare…”


Post fazione
(a cura della Redazione)

Era circa la metà di dicembre (leggi qui) quando veniva pubblicato il primo capitolo di questa raccolta di spigolature, pensieri, ricordi di Pasquale Scarpati. Ci ha tenuto compagnia per tutte le feste, riscaldandoci il cuore con profumi e immagini del buon tempo antico, così importanti per ricordare a noi di un’altra generazione chi eravamo e da quale mondo veniamo. Lungi dall’essere un’operazione nostalgia, la memoria di quel tempo è la chiave di quel che siamo adesso; anche un ripensamento su dove i tempi stanno andando… e noi con loro (più o meno riluttanti)!
All’inizio dei suoi scritti Pasquale ha inviato gli Auguri: – “Buon Natale e Felice e Sereno Anno a tutti” – Sono ancora validi!

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[Racconti e metafore (6) – Fine]
[Per le puntate precedenti digita – Racconti e Metafore – nel riquadro “Cerca nel sito”, oppure utilizza la funzione “Cerca per Autore”: Scarpati Pasquale

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