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Sulla previsione dei terremoti. Il parere del vulcanologo Giuseppe De Natale

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a cura di Giuseppe Mazzella di Rurillo

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Il vulcanologo Giuseppe De Natale sulla “previsione” dei terremoti “con precisione”
Il caso di Ischia: non ricostruire sui luoghi dei “terremoti storici” e case ben fatte

“E’ la Prevenzione e non la Previsione che salva la vita e che limita i danni”
(Stefano Gazziano)

“Molti mi chiedono se vi sia una relazione tra gli sciami sismici e l’accadimento di terremoti più forti. Premetto subito che, purtroppo, la frase che oggi praticamente tutti citano ad ogni pie’ sospinto, quando si parla di terremoti, è: “I terremoti non si possono prevedere”.
Bene, questa frase non è completamente esatta, perché dovrebbe essere cambiata in quest’altra: “I terremoti, oggi, non si possono prevedere con precisione.
Questa frase è sostanzialmente diversa dalla prima; la prima infatti è una chiusura netta, quasi dogmatica; la seconda invece dà il senso che la ricerca scientifica progredisce, e cerca comunque una soluzione anche a questo problema” – lo ha dichiarato all’ agenzia stampa “ Il Continente” diretta da Giuseppe Mazzella , il prof. Giuseppe De Natale, vulcanologo, già direttore dell’Osservatorio Vesuviano di Napoli e membro dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.

Ha aggiunto De Natale: “Credo di sapere perché, in Italia, da circa 10 anni si declina la frase nella forma imperfetta, chiudendo subito qualsiasi spiraglio ad un’affermazione più ‘scientifica’ e meno ‘dogmatica’. Faccio questa premessa perché ha molto a che vedere con la risposta alla domanda principale, che possiamo mettere più chiaramente nella seguente forma: “l’accadimento di uno sciame sismico, di terremoti di bassa magnitudo, può considerarsi un precursore di un terremoto più forte?”.
Anche per questo tipo di domanda, leggo spesso risposte inesatte, che suonano più o meno così: “l’accadimento di uno sciame sismico non aumenta né diminuisce la probabilità di un forte terremoto nell’area”.
Bene, questa frase è chiaramente errata, per qualsiasi (vero) sismologo; la risposta esatta è, al contrario, che “uno sciame sismico, per quanto ne sappiamo, certamente aumenta la probabilità di accadimento di un forte terremoto”.
Questo è vero per almeno due motivi fondamentali (ce ne sarebbero altri, ma sono legati ad assunzioni fisiche troppo particolari e meno generali): la prima è che esiste una legge fondamentale, sebbene empirica, che si osserva sempre in natura (e non solo per i terremoti, ma per qualsiasi fenomeno catastrofico) che stabilisce che, in una data area, le probabilità relative di terremoti di diversa magnitudo siano costanti”.

Dice ancora De Natale:
“In altre parole, se in una data area un terremoto di magnitudo 4 ha una probabilità annuale di 0.1 (significa che in media se ne attende uno ogni 10 anni), uno di magnitudo 5 ha una probabilità di 0.01 (uno ogni 100 anni) e di magnitudo 6 di 0.001 (uno ogni 1000 anni). Se quindi, nella stessa area, aumentano in un certo periodo di 10 volte i terremoti di magnitudo 4 e 5, anche la probabilità di un terremoto di magnitudo 6 aumenta dello stesso fattore, e diventa di 0.01 in un anno.
La legge, universale, che ho menzionato, per i terremoti prende il nome di Gutemberg-Richter, dai due sismologi che la scoprirono.
Il secondo motivo è di tipo fisico (quello di prima è puramente statistico, perché dipende da una legge, universale ma empirica, di cui non conosciamo le cause): il modello di terremoto da vari decenni accreditato in sismologia prevede che, su una faglia, vi siano tanti pezzi ‘saldati’, di diversa grandezza, che impediscono appunto alle due facce della faglia di muoversi l’una relativamente all’altra. Quando la faglia viene sottoposta a ‘stress’ (ossia si cerca di romperla facendo muovere in versi opposti le due facce), le zone ‘incollate’ che la mantengono cominciano a cedere; cederanno prima le più piccole (meno resistenti), generando terremoti di bassa magnitudo; poi però lo sforzo che era mantenuto da quelle zone più piccole ‘rotte’ si scarica su quelle più grosse, e ad un certo punto anche queste cominceranno a cedere; finché cederanno quelle più grosse, che generanno i forti terremoti, e gran parte della faglia allora si sarà mossa.
Quindi, gli sciami sismici in questa visione rappresentano la rottura delle zone più piccole (in gergo sismologico ‘asperità’) ed aumentano la probabilità che, sovraccaricate di sforzo che le zone piccole non mantengono più, anche le asperità più grandi si rompano generando forti terremoti.

Adesso torniamo su una questione molto ‘spinosa’ (che per la mia esperienza credo sia all’origine di tutti i ‘tabù’ che oggi abbiamo quando parliamo di ‘prevedibilità’ dei terremoti); che affronterò senza alcuno spirito polemico ma certamente senza ‘tabù’ che sono la morte della scienza (come ho sempre fatto, essendo purtroppo sempre equivocato ed avendo per questo avuto sempre grossi problemi, che hanno investito la mia sfera lavorativa e personale).
Ricordate la famosa frase di De Bernardinis in TV poco prima del terremoto di L’Aquila: “la situazione è favorevole, perché lo stress si sta scaricando con piccoli terremoti e quindi un forte terremoto è molto improbabile”?
Quella frase, che a detta di molti (io non ho mai voluto studiare a fondo gli atti processuali perché non mi interessano) ha causato la condanna di De Bernardinis in via definitiva, indipendentemente dal significato ‘giudiziario’ (sul quale non posso ovviamente pronunciarmi, sebbene si sia pronunciata la Magistratura), era assolutamente errata da un punto di vista sismologico, quindi scientifico.
Aggiungo che, nel mondo, molti gruppi fanno ricerca sulla previsione dei terremoti; non sappiamo se si riuscirà un giorno a prevederli in maniera ‘utile’, ma già oggi (e in alcuni casi da decenni) esistono algoritmi che, in senso probabilistico ed utilizzando certi fenomeni ‘precursori’, riescono a dare un’idea di quando in una certa area forti terremoti siano più probabili che in periodi normali.
Qual è il migliore utilizzo di tali algoritmi, o semplicemente di osservazioni come la presenza di uno sciame sismico persistente? Semplicemente verificare rapidamente la vulnerabilità degli edifici strategici nell’area: scuole, chiese, luoghi di forte concentrazione di folla, ecc.; evacuandoli ed eventualmente consolidandoli nel caso si evidenzino grossi problemi.
Queste semplici operazioni, che dovrebbero già essere fatte dovunque ben prima di qualsivoglia segnale ‘precursore’, sono ‘atti dovuti’ in qualunque zona a rischio sismico, che anche se non avverrà alcun terremoto forte in tempi brevi saranno utilissime per il futuro.
Un esempio pratico del valore enorme di queste semplici operazioni? Ricordate la ‘Casa dello Studente’ a L’Aquila?
Dai media, ricordo di aver appreso che per il suo crollo morirono 8 studenti; e che dopo il terremoto furono verificate gravi carenze statiche. E’ facile immaginare quanto sarebbe potuta essere importante una semplice verifica della vulnerabilità di quell’edificio, fatta prima del terremoto”.

Sul “ caso di Ischia” ed i suoi terremoti De Natale ha sostenuto ancora:
“Il problema è ancora più semplice, ma ben più urgente. Il problema principale è che si sta affrontando la questione come se il terremoto del 21/8/2017 fosse un terremoto appenninico. I terremoti appenninici (o alpini) sono causati da meccanismi di lento accumulo di sforzo tettonico; processi che durano centinaia di anni, e che per questo suggeriscono che, dopo un forte terremoto, quella stessa parte della faglia dove lo sforzo deve ricaricarsi, non possa rompersi di nuovo per alcuni secoli (mentre, al contrario, è molto probabile che si rompano i segmenti adiacenti, quindi coinvolgendo zone via via più lontane dal primo epicentro).

I terremoti di Ischia, al contrario, per quanto ne sappiamo sono prodotti da sforzi locali improvvisi (di natura magmatica più che tettonica) e che, come osservato in passato, possono ripetersi più volte, anche ad intervalli brevissimi (dal 1881 al 1883 passarono solo due anni, ma la sequenza di forti terremoti, culminata in quello più distruttivo del 1883, iniziò nel 1828).


Attualmente, sono impegnatissimo a far capire alle autorità questa banale differenza, foriera però di implicazioni estremamente diverse ed estremamente urgenti.
Di fatto, dopo un terremoto appenninico si pensa essenzialmente a ‘ricostruire’, ed in genere passano decenni prima che si faccia qualcosa. Ad Ischia questo non è possibile. Dopo il terremoto del 1881, Mercalli ammonì le autorità a non ricostruire pedissequamente nelle zone distrutte (ci furono 167 morti e migliaia di sfollati); altri ‘scienziati’ lo irrisero, con la seguente frase: “è noto che l’area in cui avviene un forte terremoto, per decenni o anche secoli è l’area più sicura al Mondo da un punto di vista sismico”. Le autorità seguirono questo concetto, evidentemente maturato sull’esperienza dei terremoti ‘tettonici’ appenninici, senza dar retta a Mercalli. Due anni dopo, 1883, accadde ciò che sappiamo…..” ha concluso De Natale.

Casamicciola d’Ischia, 30 dicembre 2018 ( Il Continente)
In condivisione con “Il Continente”– Agenzia di Stampa diretta da Giuseppe Mazzella

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