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Una canzone per la domenica (27). Buon anno che verrà

di Gabriella Nardacci

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Veramente Gabriella aveva mandato un pezzo per la fine dell’anno e per fare gli Auguri a tutti, ma quale migliore occasione per proporlo anche come “Canzone per la domenica”?
S. R.

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Se ne sta andando convinto. Non c’è verso di farlo ragionare. Sorride sardonico mentre mette nel sacco le ultime cose. Ogni cosa che prende è confezionata con carta da regalo e fiocchetto e se la guarda nominandola a voce alta: questa è un’emozione di agosto, questa è una delusione di febbraio, questo un amore di aprile e via di seguito per ogni mese.

Dietro questi sentimenti penso alle stelle cadenti, alle maschere, agli innamoramenti primaverili e a quanto altro gli altri suoi compagni gli hanno regalato. Riempie quel sacco di iuta con undici regali preziosi. Lo vedo curvo e che nasconde il suo viso, o meglio i suoi occhi. Non è facile andare via, chiudere un cerchio per dove non si sa.

Cerco di costringerlo a trattenersi ricordandogli la mia vita: le mie corse in campagna in cerca di m muschio, le letterine con il rigo dorato, la gioia che trapelava dagli occhi della mia gente nonostante la fatica del vivere, l’attesa spasmodica di lui.
Si commuove e tentenna la testa come per dirmi che non significa niente tutto quello che dico io perché io parlo di altri dicembre che non sono lui.

Gli prendo le mani ossute e con le dita storte. Mi guarda nostalgico negli occhi e mi dice che per lui è diverso. Mi dice che gennaio ha tutta la vita davanti, che febbraio scappa prima degli altri, che marzo è scherzoso e si diverte, aprile s’innamora, maggio incontra la Madonna, giugno e luglio se ne vanno in vacanza, agosto si veste dei suoi sogni, settembre torna sui banchi di scuola, ottobre si ubriaca e novembre è speranzoso perché sa che ha ancora un mese prima di decidere… Ma lui no, lui non può. È proprio l’ultimo. Non ha possibilità alcuna di allungare le giornate o di contraddire il fato che è sopra a tutti gli uomini e sopra gli Dei.
Se ne deve proprio andare senza possibilità di replica. È seriamente compromesso con tutti i suoi dolori reumatici e sento ansimare la sua vecchiaia.

Vorrei invitarlo a stare a casa mia dopo essere uscito da questo albergo a mesi, ma lui sembra un vecchio e saggio indovino che legge i miei pensieri. Mi ringrazia e mi sorride e mi dice che il suo cuore è stanco e triste come il cuore dei vecchi, ma che se ne va con dignità e con riconoscenza per chi, come me, si è fermato a chiacchierare un po’ con lui prima di andarsene.
Non vuole incontrare il piccolo gennaio che entra saltellando nell’hotel accanto. Non gli interessa vedere i fuochi artificiali ne’ sentire i botti della festa. Dice che non ha mai capito gli uomini quando si divertono col fuoco!

Se ne andrà un minuto prima delle ventiquattro così saranno tutti indaffarati a festeggiare l’arrivo di gennaio e del Nuovo Anno che non si accorgeranno di lui che se ne andrà di soppiatto per entrare dentro la memoria di qualcuno. Mi chiede se può accomodarsi nella mia e gli rispondo, con le lacrime agli occhi, che sarò lieta di averlo come ospite insieme alle cose importanti.

Forse è per questo che quando finisce un anno, mi viene sempre da piangere. Avete presente quelle vecchie cartoline di una volta raffiguranti un vecchiette curvo con un sacco sulle spalle che ha un andamento contrario rispetto a un bambino che guida un trenino con il nome dei mesi?

Stamattina ho stampata nella testa una cartolina così e una canzone di Dalla che quest’anno è scritta in versi come luminaria lungo una strada di Bologna.

“Caro amico ti scrivo…
L’anno vecchio è finito ormai,
ma qualcosa ancora qui non va…” .

Qui da YouTube una versione dal vivo della canzone, da RaiDue, cantata in tandem da Dalla con De Gregori (dalla tournée Banana Republic del 1979):

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