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Racconti e metafore (2). Le barche

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di Pasquale Scarpati

 .

La baia vuota fa ancora parte di me! L’odore marino non mescolato ad altre essenze attira totalmente il mio olfatto. I rumori ed il cigolio delle corde tese della barche ancorate attirano la mia attenzione non distratta da altre estraneità o dall’intenso vocio dalla ressa. Ma quando tornerò a gustarle?


Un tizio, per togliere l’incanto del Porto deserto che riflette a pieno le luci nel mare, mi ha detto che sarebbe stato capace di portare sull’Isola, durante le “morte stagioni”, un buon numero di persone. Questa notizia pare che abbia suscitato incredulità e sgomento. Alcuni, infatti, con orrore, hanno pensato che costui abbia cercato una soluzione di forza per far aprire le case che restano chiuse, così come è successo a Riace. Quelli che asseriscono di risiedere stabilmente pare che abbiano addotto mille pretesti pur di rimanere nella quiete sonnolenta; non ultimo quello di volersi riposare, possibilmente anche altrove, dopo le estenuanti fatiche estive e di pensare, con calma, a cosa fare e soprattutto a cosa non fare per la stagione successiva. Anche quei pochi esercenti che restano aperti per tutti l’anno si sono spaventati paventando chissà quale concorrenza. Fatto sta che, per un po’ di tempo, s’è perz’ ’a pace e ’o suonn’.
Poi, però, tutto è rientrato nella normalità quando ci si è accorti che era soltanto una delle tante fake news che, senza alcun senso, si intrufolano e vagano sul web!

Mi meravigliava vedere la stessa barca, qualche giorno dopo, tirata a secco. Assumeva un’aria malinconica. Poggiata sulle falanghe e sorretta sui due lati da due tronchi, o addirittura piegata su un fianco come cosa reietta, restava in attesa che qualcuno la rimettesse a nuovo. Chi aveva interesse o il proprietario usando la fiamma ossidrica e una spatola, innanzitutto toglieva, non senza uno sforzo e facendo attenzione a non bruciarsi, la pittura vecchia, scolorita e cadente; poi, con calma, spalmava più mani di quella nuova. Poneva, innanzitutto, attenzione alle zone più piccole e meno appariscenti, quelle poste all’interno della barca: sotto i pagliuoli, sotto le panche, sotto la prua e sotto la poppa. Poi poneva mano agli angoli più nascosti e più difficili da raggiungere o scomodi perché spesso o vengono dimenticati oppure non si curano abbastanza per cui l’acqua piano piano da lì si intrufola e combina guai. Poi, ma solo alla fine, spalmava la pittura nuova sulla “ pancia” della barca: la parte più appariscente e ben in vista.
Ma la sua massima attenzione era dedicata alla chiglia. Essa è nascosta alla vista ma è quella che sta sempre a contatto con l’elemento marino. Essa viene aggredita, pertanto, da alghe e dai cosiddetti dient’i cane o addirittura, se ci sono, dai mitili. Questi sozzi elementi appesantiscono il natante e gli impediscono il procedere spedito.

Il proprietario si preoccupava, poi, di mantenere sempre gli stessi colori. Essi erano quelli che distinguevano la sua dalle altre barche. Cosicché al solo vederla già si poteva dire a chi appartenesse. Era lo stesso colore voluto da suo padre e prima di lui forse da suo nonno. Era la sua! Era bella.


Mentre procedeva nel lavoro già ne gustava il possesso come se fosse nuova del tutto. Procedeva velocemente ma con calma, lavorava con precisione quasi chirurgica. Cambiava, ovviamente, soltanto la qualità della pittura composta non solo da nuovi ingredienti ma anche dai migliori che il commercio potesse offrire.
Così sotto Mamozio o a Santa Maria o abbasci’u camp’ o lungo le spiagge o addirittura sugli scogli si spandeva l’odore aspro che riempiva le narici.

Come una donna che si lascia truccare per sembrare più bella ed essere ammirata, così essa riprendeva il nuovo volto e la vita. Rimessi a nuovo anche i pagliuoli, controllata ’a gliema, veniva varata.

Molte mani la sospingevano ponendo attenzione a che la pittura non si graffiasse. Essa toccava l’acqua dolcemente quasi ad assaporarla, la divideva con un lieve spruzzo come per dire “lasciami passare”; poi, ponendosi in mezzo alle altre barche, si pavoneggiava dondolandosi tra una cima e l’altra, in attesa che qualcuno ponesse mano ai lunghi remi posti sotto le panche.
Essi, tirati fuori ma dal verso giusto, erano posti sugli scalmi spalmati di grasso per evitare l’attrito ed il cigolio. Issata a viva forza la sozza àncora che, prima di essere tirata definitivamente a bordo, veniva rituffata più e più volte nel mare per far scivolare via l’appiccicoso fango o qualche filo d’erba (era brutto vedere la barca già tutta sporca), si agguantavano i robusti remi.
La corda o la cordicella, ben annodate, si tendevano sotto lo sforzo del vogatore che seduto su una panca si piegava ritmicamente.
Ma il più delle volte lui, invece di dare le spalle alla prua, preferiva stare ritto, ben piantato sulle gambe, con il volto rivolto verso la meta, quasi a voler dominare la rotta. Tuffava, simultaneamente, i remi in acqua che lasciavano, nello sforzo, un piccolo vortice. Spesso era costretto a manovrare velocemente in mezzo alle altre barche per guadagnare il largo; faceva allora girare la barca su se stessa: un remo che spingeva verso la prua e l’altro che spingeva verso la poppa contemporaneamente (manovra bella ma impegnativa!).
La barca, docile e felice di girare su se stessa come i bimbi quando fanno il girotondo, seguiva i voleri del vogatore, il quale, a sua volta, cercava di evitare qualsiasi danno alla sua creatura e agli altri. Sapeva già che, dopo questa difficile manovra, avrebbe trovato spazi più aperti.
Riprendeva, infatti, allegra il cammino nello specchio di mare tutto suo.

’A lanz’ procedeva velocemente abbassando la prua nell’acqua; la fendeva come coltello nel morbido burro. Incessantemente si rialzava e si abbassava. Produceva un “baffo” più o meno “corposo” in base al vigore della braccia e poi una piccola onda sui lati ed una leggera scia sulla poppa. Chi sedeva sulle panche avvertiva la poderosa spinta e partecipava, sia pur solo con la mente, allo sforzo del vogatore. Vista dal molo sembrava uno di quei bassorilievi della colonna Traiana o di qualche arco di trionfo in cui la nave forma un tutt’uno con gli occupanti.

Drizzava la prua oltre il Lanternino e la scogliera; intravedeva, con noncuranza, quei pochi che, forse nullafacenti o forse stanchi o forse poco volenterosi, preferivano crogiolarsi al sole sulla piccola spiaggia, semi nascosta, della Caletta.
Ma, oltrepassata la “strettoia” del faraglione della Madonna, si immergeva in un’altra dimensione perché, non avendo più sotto gli occhi la sicurezza del Porto, in caso di pericolo avvertiva la sensazione di doversi affidare soltanto all’esperienza e all’ingegno del vogatore.
I tempi per ritornare nella sicurezza del Porto divenivano, infatti, sempre più lunghi a mano a mano che ci si allontanava da esso! Ma lei proseguiva nel suo viaggio, sicura che, oltrepassato un faraglione o doppiato un promontorio, avrebbe scoperto delle novità nei paesaggi già noti. Infatti queste, spesso, si nascondono oppure stanno lì in evidenza ma per vederle bisogna porre un po’ di attenzione.

Non solo uomini coraggiosi ma anche bambini coraggiosi o per meglio dire “incoscienti” (così come ho raccontato la mia “esperienza”, in tal senso avvenuta all’età di appena 8 anni).
Questa sensazione si attenuava o svaniva del tutto se si drizzava la prua verso Frontone forse perché da quella parte il Porto era ed è sempre visibile.

[Racconti e metafore (2) – Continua]
Per la puntata precedente, leggi qui

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1 commento per Racconti e metafore (2). Le barche

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