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La solitudine del comando

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di Francesco De Luca

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Si potrebbero utilizzare tante citazioni e aforismi per ribadire una ovvietà: a chi tocca prendere decisioni non è concessa la condivisione. Non nell’atto precedente all’esecuzione. Psicologicamente la decisione matura e si compie nel segreto dell’animo. Che è precluso a tutti.
L’esecuzione materiale della decisione è tutt’altra cosa, e il consenso o il dissenso l’accompagnano.
Se la solitudine perdura come condizione continua in chi ha il potere politico di decidere, allora si aprono diversi scenari.

Per cercare, nel breve spazio concesso dall’attenzione del lettore, di chiarire qualche concetto, occorre con chiarezza ammettere che chi cerca o si dispone ad esercitare un comando politico deve aver messo in conto che quella condizione lo espone agli attacchi di tutti. Ove non avesse in conto l’eventualità di doversi impegnare per rendere esecutiva la sua decisione, dovrebbe essere tacciato di incapacità.

Tuttavia il comando politico, in regime democratico, si supporta di maggioranze, ovvero di palesi pareri condivisi. In democrazia non è permesso un potere assoluto (svincolato da condivisioni e da opposizioni ). Almeno non formalmente. Dico questo perché i pareri, come i voti, possono essere espressi in un modo e covati in modo difforme. Possono essere comprati, ricattati, rubati e altro.

Or dunque il comando politico è partecipato. Si tratta di vedere di quale sostanza si nutra la partecipazione. Se è temporanea, se strumentale, se fittizia o interessata. Se è convinta. Ecco, quest’ultima è la condizione migliore che dovrebbe sostenere ogni partecipazione politica. Ora, chi garantisce il convincimento autentico dei partecipanti alla decisione? Nessuno. Lo si è detto all’inizio.
Nessuno può penetrare nell’intimo di un altro e vederne l’aspetto reale. Psicologicamente non c’è permeabilizzazione. Ma qui trattasi di decisione politica, e per questo aspetto del comportamento gli uomini hanno ovviato a questa impermeabilità con gesti sociali: vedendosi, avvicinandosi, parlandosi, comunicando. Tentando così di portare all’evidenza, attraverso il dialogo, il colloquio, il dibattito, gli incontri, quello che l’intimo nasconde. Attraverso le parole dette cercare di capire i pensieri.

D’altra parte il canale privilegiato attraverso cui si palesa la psiche è il linguaggio. La psicologia e, ancor più, la psicanalisi, lo sostengono.

La solitudine. Se è la condizione che il soggetto predilige, allora non può essere scalfita. Se è una condizione sofferta allora il rimedio c’è: basta invitare, sollecitare, chiamare, esporsi e… la compagnia si forma in qualche modo.
Se la solitudine è la condizione in cui si esercita il potere politico… c’è da mettere in evidenza anche un male che ciò comporta. E cioè la depressione. Perché il peso politico, assunto in forma democratica, non può che trovare sfogo in forme di decisione partecipata. Ne va della sua natura. Diversamente sfocia o nella depressione per un verso o nel dispotismo per un altro verso.
Se non si rispetta la procedura democratica la degenerazione è immediata.

Penso che il lettore sia al culmine dell’attenzione, perciò chiudo.
A Ponza abbiamo assistito a forme di potere amministrativo centrato sulla persona. Su di una soltanto (il capo). Lo abbiamo visto fin dagli anni ’50 e poi, rinverdito negli anni successivi. Un potere arroccato, chiuso, sprezzante. Forte per chi lo esercita e dannoso per chi lo subisce. Ambizioso per uno e deleterio per tutti gli altri.


Note

Nessun correlazione viene suggerita dall’Autore, ma la Redazione si permette di suggerire un precedente articolo sul tema, di un paio di settimane fa, di Vincenzo Ambrosino: “La solitudine del sindaco”leggi qui
Anche la foto di copertina è una scelta redazionale

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